Il Tirreno

Prato

IMMIGRATI

I cinesi preferiscono Carpi

Maria Lardara
Sopra l’interno di una confezione cinese
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Sopra l’interno di una confezione cinese

Gli italiani mettono le pezze, i cinesi le tagliano e le cuciono. E' il cerchio della filiera tessile che finalmente si chiude. Non è quello che succede però a Prato. O meglio, alla città laniera legano il loro destino i confezionisti dagli occhi a mandorla che tutti i giorni sfornano capi d'abbigliamento alla velocità della luce.

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PRATO. Gli italiani mettono le pezze, i cinesi le tagliano e le cuciono. E' il cerchio della filiera tessile che finalmente si chiude. Non è quello che succede però a Prato. O meglio, alla città laniera legano il loro destino i confezionisti dagli occhi a mandorla che tutti i giorni sfornano capi d'abbigliamento alla velocità della luce. Ma lo fanno utilizzando tessuti "made in Carpi". Così, a portare fior di quattrini nel distretto emiliano della maglieria, sarebbero proprio i confezionisti cinesi d'adozione pratese.

Un filo sottile, quello che unisce le aziende di tessitura carpigiane alle confezioni orientali del Macrolotto, che nel modenese riescono a far galoppare i terzisti emiliani, con picchi di produzione che sfiorano anche i 30mila pezzi ad articolo. Requisiti indispensabili: tempi rapidi e tariffe basse, in nome della flessibilità di mercato. E pazienza se poi la qualità del prodotto finale non sarà eccezionale: anche in quel di Carpi, gli affari sono affari senza guardare in faccia il colore della pelle.

A svelare questi inediti intrecci tra due distretti della moda è una recente inchiesta del settimanale "Voce" di Carpi, secondo cui a guidare il business con i cinesi di Prato sarebbe un gruppo di grandi tessiture dotate di macchine circolari, specializzate in lavorazione a maglia. D'altro canto, la specialità del distretto pratese, quella del tessuto cardato (non a maglia, quindi) può aver incoraggiato i confezionisti cinesi a reperire altrove la materia prima. E le imprese di tessitura a maglia a Prato non abbondano di certo: circa 200-300 unità, a fronte invece di 500 tessiture tradizionali.

Un fenomeno, quello che porta i cinesi di Prato a "delocalizzare" la fornitura di stoffa di tipo jersey, costina o tagliato (senza però importarla dalla Cina), che solleva non pochi quesiti tra artigiani e industriali pratesi. C'è chi lavora da una vita dietro al telaio, come Giovanni Nenciarini (è anche vicepresidente della Camera di commercio). Insolita la richiesta che l'artigiano si è visto avanzare a novembre scorso da da alcuni suoi committenti pratesi. «Volevano sapere se in ditta tenevo degli impianti di tessitura a maglia, perché il 2010 sarà un'annata positiva per questo tipo di lavorazione. Mi viene da pensare che poi rivendessero loro i tessuti ai cinesi». Anche loro, nel frattempo si sono attrezzati anche su questo segmento di filiera. Molti maglifici orientali si sono convertiti ormai in tessiture a maglia.

Rimane il dilemma di fondo: perché i cinesi di Prato si riforniscono di pezze a Carpi e non in casa propria? «Non mi risulta che nel distretto emiliano si lavori a tariffe più basse. Forse la produzione pratese - ipotizza Nenciarini - si colloca in una fascia di produzione così alta, da spingere i colleghi di Carpi a 'prostituirsi' sul mercato». Una dubbio s'insinua anche nella mente di Luca Giusti, presidente di Confartigianato Prato: «Che il nostro distretto non riesca ad assorbire una così alta domanda di tessuto da parte dei cinesi?».

Le logiche dei confezionisti orientali le conosce bene Fausto Lombardi, titolare di un nastrificio a Seano. «Per abbattere i costi fanno di tutto. E forse a Carpi hanno tessiture sono più strutturate per lavorare con gli orientali. Dobbiamo strutturarci anche qui a Prato?».

Ma se, come ricorda Enzo Lucchesi (responsabile provinciale federazione moda Confartigianato), «per le nostre tessiture sarebbe troppo costosa la riconversione degli impianti in lavorazioni a maglia», il presidente dell'Uip, Riccardo Marini non si stupisce più di tanto per il fenomeno. «Non solo a Carpi - osserva il presidente degli industriali -, ma anche a Prato alcune tessiture a maglia italiane vendono ai cinesi. Ben vengano questi esempi di integrazione della filiera produttiva. Da tempo si auspica la chiusura del ciclo tessile, ma l'importante è certi meccanismi avvengano in totale trasparenza e legalità».

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