Attenzione
Prato
Fallimento per il lanificio Rosati spa
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La sede di via Pistoiese di Rosati spaFallimento anche per il lanificio Rosati spa di via Pistoiese. Il tribunale di Prato non ha accolto nei giorni scorsi la richiesta di concordato preventivo mentre è stata accolta l'istanza di fallimento
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PRATO. Fallimento anche per il lanificio Rosati spa di via Pistoiese. Il tribunale di Prato non ha accolto nei giorni scorsi la richiesta di concordato preventivo mentre è stata accolta l'istanza di fallimento. E' infatti andato male il tentativo di salvataggio dell'azienda tentato per vari mesi: le prime avvisaglie delle difficoltà dello storico lanificio pratese risalgono allo scorso febbraio quando fu resa nota la volontà dell'assemblea dei soci di dare in affitto una parte dell'azienda.
Il passivo ammonta a poco meno di 5 milioni di euro. L'istanza di fallimento è stata accolta nei giorni scorsi ma già i consulenti che seguono l'azienda (i commercialisti dello studio Comparini di Firenze) hanno deciso che sarà presentata opposizione alla decisione del giudice Massariello che, nel frattempo come prevede la legge, ha nominato il curatore fallimentare, la professionista pratese Benedetta Gori.
La crisi nel distretto tessile era già pesantissima quando dall'elenco delle aziende che navigavano in brutte acque emerse anche il nome della Rosati spa che si trovava a far fronte a una fortissima crisi di liquidità che fece pensare in un primo momento anche di affittare - o vendere l'immobile - che si trova in uno dei punti nevralgici della Chinatown pratese.
Una situazione debitoria che in poco tempo portò ad intaccare il capitale sociale tanto da rendere obbligatoria la convocazione dell'assemblea dei soci per verificare se c'era l'intenzione di procedere a una ricapitalizzazione dell'azienda.
Ipotesi che fu scartata e che portò l'assemblea a decidere, in quella prima fase, per l' affitto di un ramo di azienda e del marchio del lanificio all'azienda pratese Tessilgodi prevendendo anche il passaggio da un'azienda all'altra di parte dei dipendenti per poi arrivare alla messa in cassa integrazione dei lavoratori non necessari alla nuova attività che comunque mirava a salvaguardare l'indotto dello storico lanificio.
I motivi che portarono l'azienda di via Pistoiese a mettere i remi in barca sono gli stessi motivi che ancora oggi vedono costrette molte aziende ad abbassare la saracinesca o comunque a richiedere di accedere al concordato preventivo.
Solo nei prossimi giorni si potranno conoscere i motivi che hanno indotto il giudice a non accettare la richiesta di concordato.
Il passivo ammonta a poco meno di 5 milioni di euro. L'istanza di fallimento è stata accolta nei giorni scorsi ma già i consulenti che seguono l'azienda (i commercialisti dello studio Comparini di Firenze) hanno deciso che sarà presentata opposizione alla decisione del giudice Massariello che, nel frattempo come prevede la legge, ha nominato il curatore fallimentare, la professionista pratese Benedetta Gori.
La crisi nel distretto tessile era già pesantissima quando dall'elenco delle aziende che navigavano in brutte acque emerse anche il nome della Rosati spa che si trovava a far fronte a una fortissima crisi di liquidità che fece pensare in un primo momento anche di affittare - o vendere l'immobile - che si trova in uno dei punti nevralgici della Chinatown pratese.
Una situazione debitoria che in poco tempo portò ad intaccare il capitale sociale tanto da rendere obbligatoria la convocazione dell'assemblea dei soci per verificare se c'era l'intenzione di procedere a una ricapitalizzazione dell'azienda.
Ipotesi che fu scartata e che portò l'assemblea a decidere, in quella prima fase, per l' affitto di un ramo di azienda e del marchio del lanificio all'azienda pratese Tessilgodi prevendendo anche il passaggio da un'azienda all'altra di parte dei dipendenti per poi arrivare alla messa in cassa integrazione dei lavoratori non necessari alla nuova attività che comunque mirava a salvaguardare l'indotto dello storico lanificio.
I motivi che portarono l'azienda di via Pistoiese a mettere i remi in barca sono gli stessi motivi che ancora oggi vedono costrette molte aziende ad abbassare la saracinesca o comunque a richiedere di accedere al concordato preventivo.
Solo nei prossimi giorni si potranno conoscere i motivi che hanno indotto il giudice a non accettare la richiesta di concordato.
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