Il dolore
IL CASO
Noi stranieri, ma chi mangia è pratese
Barbara Burzi
◗
Il giovane pakistano Aziz Alì del fast food di via Santa TrinitaIl provvedimento del Comune contro i locali: "Forse ci invidiano i clienti"
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PRATO. La giunta comunale ha detto no all'etnico per le vie del centro storico, ma non è per niente condivisa l'idea che il rilancio del commercio debba partire dall'esclusione dei "kebab house". Un provvedimento esteso a tutte le "attività artigianali di cottura almenti diverse da quelle tradizionali" che va però a colpire più di tutti gli stranieri.
Indesiderati - soprattutto dagli altri commercianti - nella zona pedonale, perché colpevoli di contaminare la tradizione culinaria pratese con le loro pietanze arabe. Di questa nuova regola sa già tutto il giovane pakistano Azif Alì, gestore insieme allo zio Farid, del fast food di via Santa Trinita, tra i più frequntati del centro, soprattutto dagli italiani: «E' vero che il panino al kebab non è un piatto tipico di qua - dice - però ai pratesi piace». Riesce a vendere oltre duecento panini al giorno, roba da far invidia a qualsiasi bar. Forse è anche questo che disturba, senza contare il fatto che la clientela è di tutto rispetto: «Qui ci vengono professionisti, notai e avvocati della zona, giornalisti, poliziotti della questura e un bel gruppo di studenti». A loro Farid riserva una promozione speciale: per chi mangia un panino la bibita è gratis. Questione di saperci fare.
«Mi avevano detto che Prato era una città razzista - continua -, ma arrivato qui mi sono dovuto ricredere. Forse intende cominciare ad esserlo proprio ora, che le nostre attività stanno andando bene? Dopotutto, sono venuto in Italia dal mio paese per un tozzo di pane. Che facciano tutte le regole che vogliono, ci adegueremo, basta che ci lascino lavorare in pace». I cinque kebab regolarmente censiti non sembrano correre pericolo, la decisione del Comune riguarda infatti solo le nuove aperture.
«Menomale - dice Iqbar del ristorante dietro piazza Duomo Alì Babà con il suo italiano maccheronico- questa licenza mi è costata ottantamila euro, che sto pagando a rate: se mi fanno chiudere sono morto». Mentre parla, sta servendo il pranzo a una coppia di avvocati pratesi «sono due abitudinari -racconta- il kebab piace a tutti, anche agli impiegati del Comune, alcuni di loro sono miei clienti. E poi perché la pizza sì e il kebab no? Cambia il gusto, ma anch'io, come le pizzerie, uso il forno per cuocere il pane. Certamente entrano anche gli stranieri, ci mancherebbe, anche loro hanno la pancia».
Al confine della sottile linea entro la quale è stata preclusa qualsiasi altra nuova apertura per questo genere di attività, dove via Garibaldi sfocia in piazza Mercatale, si affaccia l'insegna di"Instanbul Kebab".
Il titolare è il turco Kadir Demir, ora che sa del nuovo provvedimento, vuole dire la sua: «Ci chiedono di aprire le nostre attività fuori dal centro quando il via vai della gente è tutto qui: anche noi vogliamo lavorare, cosa credono. E poi, chi lavora in questa zona ha tutto il diritto di scegliere cosa mangiare senza essere costretto a prendere la macchina per trovare un kebab. «Ero in giro con mio marito - spiega una signora al banco - lui è qui fuori a mangiarsi un panino con la trippa, io preferisco il kebab. Vengo qui perché so che è un posto pulito e il cibo è di buono, purtroppo non è così dappertutto. E'su questo che bisognerebbe intervenire».
Indesiderati - soprattutto dagli altri commercianti - nella zona pedonale, perché colpevoli di contaminare la tradizione culinaria pratese con le loro pietanze arabe. Di questa nuova regola sa già tutto il giovane pakistano Azif Alì, gestore insieme allo zio Farid, del fast food di via Santa Trinita, tra i più frequntati del centro, soprattutto dagli italiani: «E' vero che il panino al kebab non è un piatto tipico di qua - dice - però ai pratesi piace». Riesce a vendere oltre duecento panini al giorno, roba da far invidia a qualsiasi bar. Forse è anche questo che disturba, senza contare il fatto che la clientela è di tutto rispetto: «Qui ci vengono professionisti, notai e avvocati della zona, giornalisti, poliziotti della questura e un bel gruppo di studenti». A loro Farid riserva una promozione speciale: per chi mangia un panino la bibita è gratis. Questione di saperci fare.
«Mi avevano detto che Prato era una città razzista - continua -, ma arrivato qui mi sono dovuto ricredere. Forse intende cominciare ad esserlo proprio ora, che le nostre attività stanno andando bene? Dopotutto, sono venuto in Italia dal mio paese per un tozzo di pane. Che facciano tutte le regole che vogliono, ci adegueremo, basta che ci lascino lavorare in pace». I cinque kebab regolarmente censiti non sembrano correre pericolo, la decisione del Comune riguarda infatti solo le nuove aperture.
«Menomale - dice Iqbar del ristorante dietro piazza Duomo Alì Babà con il suo italiano maccheronico- questa licenza mi è costata ottantamila euro, che sto pagando a rate: se mi fanno chiudere sono morto». Mentre parla, sta servendo il pranzo a una coppia di avvocati pratesi «sono due abitudinari -racconta- il kebab piace a tutti, anche agli impiegati del Comune, alcuni di loro sono miei clienti. E poi perché la pizza sì e il kebab no? Cambia il gusto, ma anch'io, come le pizzerie, uso il forno per cuocere il pane. Certamente entrano anche gli stranieri, ci mancherebbe, anche loro hanno la pancia».
Al confine della sottile linea entro la quale è stata preclusa qualsiasi altra nuova apertura per questo genere di attività, dove via Garibaldi sfocia in piazza Mercatale, si affaccia l'insegna di"Instanbul Kebab".
Il titolare è il turco Kadir Demir, ora che sa del nuovo provvedimento, vuole dire la sua: «Ci chiedono di aprire le nostre attività fuori dal centro quando il via vai della gente è tutto qui: anche noi vogliamo lavorare, cosa credono. E poi, chi lavora in questa zona ha tutto il diritto di scegliere cosa mangiare senza essere costretto a prendere la macchina per trovare un kebab. «Ero in giro con mio marito - spiega una signora al banco - lui è qui fuori a mangiarsi un panino con la trippa, io preferisco il kebab. Vengo qui perché so che è un posto pulito e il cibo è di buono, purtroppo non è così dappertutto. E'su questo che bisognerebbe intervenire».
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