La manifestazione
PRATO
Studenti guardati con sospetto
◗
La sede pratese della Monash university«Vogliamo essere bravi ospiti e ci offriamo come luogo neutro per favorire i rapporti tra la comunità pratese e quelle straniere»
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PRATO. Pregiudizi, atteggiamenti di sfiducia, sguardi un po' di traverso. Questa è l'accoglienza che una parte della città ha riservato in alcuni casi agli studenti asiatici della Monash university. Non il caldo benvenuto che i ragazzi, circa 180 sui 600 totali, che sono venuti in Italia affascinati dall'arte, dal vivere italiano, si sarebbero aspettati.
Episodi di razzismo veri e propri non ce ne sono stati ma anche dalla sede pratese di una delle più importanti università australiane si respira il clima di una città che, negli ultimi tempi, sta facendo un po' più fatica del solito a trovare un'integrazione con le comunità straniere. «Alcuni dei nostri studenti asiatici non hanno avuto dimostrazione di benvenuto», si limita a commentare senza alcun spirito di polemica la direttrice del Centro pratese Monash Loretta Baldassar che guarda però al rapporto con Prato come a una grande ricchezza. E non solo. Fa di più.
La Monash - che in città è guardata ancora, dopo dieci anni dal suo arrivo a Prato, con grande orgoglio - è pronta a mettere a disposizione i propri strumenti per collaborare a un'integrazione della città con i migranti e a lavorare affinché Prato diventi un laboratorio di ricerca sull'immigrazione mettendo a frutto i legami che l'università ha con gli accademici di tutto il mondo.
«Con la direttrice Baldassar - spiega la manager del centro Sasha Perugini - abbiamo intenzione di attivare una piattaforma di ricerca sull'inclusione sociale. E Monash ha intenzione di offrirsi come punto di incontro neutro per la ricerca, la discussione e il dibattito sulle sfide dell'integrazione sia a livello locale sia europeo offrendo una comparazione tra le ricerche già fatte utili per programmare delle iniziative mirate».
Ad entrare nel dettaglio sul progetto futuro di Monash, già illustrato sia al sindaco Roberto Cenni sia al presidente della Provincia Lamberto Gestri, è la direttrice, lei stessa figlia di un emigrato italiano in Australia. «Quando gli italiani arrivarono in Australia - racconta Baldassar - si diceva che la loro cucina puzzava, che trattavano male le donne, che lavoravano a prezzi troppo bassi, che mandavano un sacco di soldi in patria. Frasi che ho sentito ripetere per i cinesi e che possono essere abbinate ai migranti di ogni nazionalità. L'Australia ha avuto anni di esperienza nell'integrazione, ha forti contatti con i paesi asiatici, e volentieri metteremmo a disposizione le nostre conoscenze. Il Comune, la Provincia, la Camera di commercio sono grandi sostenitori del Centro e noi vorremmo ricambiare essendo bravi cittadini e bravi ospiti oltre a migliorare la consapevolezza dei pratesi sui progetti che portiamo avanti».
La proposta di collaborazione che parte da Monash nasce all'interno di un progetto più ampio e che prevede una maggiore apertura del Centro universitario all'esterno.
Si comincia con incontri con le scuole pratesi (il prossimo è fissato per il 23 novembre), con un Open day in fase di organizzazione per il 19 maggio e i festeggiamenti per i dieci anni del Centro pratese.
Episodi di razzismo veri e propri non ce ne sono stati ma anche dalla sede pratese di una delle più importanti università australiane si respira il clima di una città che, negli ultimi tempi, sta facendo un po' più fatica del solito a trovare un'integrazione con le comunità straniere. «Alcuni dei nostri studenti asiatici non hanno avuto dimostrazione di benvenuto», si limita a commentare senza alcun spirito di polemica la direttrice del Centro pratese Monash Loretta Baldassar che guarda però al rapporto con Prato come a una grande ricchezza. E non solo. Fa di più.
La Monash - che in città è guardata ancora, dopo dieci anni dal suo arrivo a Prato, con grande orgoglio - è pronta a mettere a disposizione i propri strumenti per collaborare a un'integrazione della città con i migranti e a lavorare affinché Prato diventi un laboratorio di ricerca sull'immigrazione mettendo a frutto i legami che l'università ha con gli accademici di tutto il mondo.
«Con la direttrice Baldassar - spiega la manager del centro Sasha Perugini - abbiamo intenzione di attivare una piattaforma di ricerca sull'inclusione sociale. E Monash ha intenzione di offrirsi come punto di incontro neutro per la ricerca, la discussione e il dibattito sulle sfide dell'integrazione sia a livello locale sia europeo offrendo una comparazione tra le ricerche già fatte utili per programmare delle iniziative mirate».
Ad entrare nel dettaglio sul progetto futuro di Monash, già illustrato sia al sindaco Roberto Cenni sia al presidente della Provincia Lamberto Gestri, è la direttrice, lei stessa figlia di un emigrato italiano in Australia. «Quando gli italiani arrivarono in Australia - racconta Baldassar - si diceva che la loro cucina puzzava, che trattavano male le donne, che lavoravano a prezzi troppo bassi, che mandavano un sacco di soldi in patria. Frasi che ho sentito ripetere per i cinesi e che possono essere abbinate ai migranti di ogni nazionalità. L'Australia ha avuto anni di esperienza nell'integrazione, ha forti contatti con i paesi asiatici, e volentieri metteremmo a disposizione le nostre conoscenze. Il Comune, la Provincia, la Camera di commercio sono grandi sostenitori del Centro e noi vorremmo ricambiare essendo bravi cittadini e bravi ospiti oltre a migliorare la consapevolezza dei pratesi sui progetti che portiamo avanti».
La proposta di collaborazione che parte da Monash nasce all'interno di un progetto più ampio e che prevede una maggiore apertura del Centro universitario all'esterno.
Si comincia con incontri con le scuole pratesi (il prossimo è fissato per il 23 novembre), con un Open day in fase di organizzazione per il 19 maggio e i festeggiamenti per i dieci anni del Centro pratese.
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