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IMMIGRAZIONE

Prato, la città degli stranieriora si scopre "polveriera"

Prato, la città degli stranieriora si scopre "polveriera"

«La città è una polveriera. Ci serve l’aiuto del governo», ha detto l’altro giorno il sindaco Cenni di Prato dopo l’aggressione al ragazzo bengalese da parte di 4 skinheads. Una parte della città teme atti di violenza e sta col sindaco che chiede aiuto. Un’altra crede ancora nell’ accoglienza e critica la giunta per aver chiesto i militari che «non sono serviti a niente». Tutti sono concordi che la situazione è complessa. I cinesi ormai potrebbero essere addirittura più di 40.000 e cresce il malessere della città alle prese con problemi sempre più grandi

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PRATO. Maria vive in piena Chinatown. Quando fa la lavatrice, mette i panni in una cesta, sale in macchina e va a stenderli a casa della nonna. «Se li stendo sul mio terrazzo, quando li tolgo, puzzano di involtini primavera. Uncenulladafare», dice. Adolfo ha chiuso la ditta di maglie: «Da quando sono arrivati loro, i cinesi, non c’è più trippa per gatti».

Loretta Baldassar, direttrice della Monash, l’università australiana con una sede a Prato racconta degli studenti asiatici trattati con sospetto, guardati di traverso. «Alcuni di loro non hanno avuto dimostrazioni di benvenuto», commenta. Sono studenti di una delle più prestigiose università del mondo ma hanno gli occhi a mandorla e ormai in città questo è un segno distintivo: per tanti sono gli invasori.

«Prato è una polveriera. Ci serve l’aiuto del Governo». E questa frase non è quella di un cittadino qualunque ma di Roberto Cenni, il sindaco. E l’ha pronunciata dopo l’aggressione al ragazzo bengalese avvenuta ad onor del vero ad opera di skinheads arrivati da Pistoia, Firenze e Genova.

Siamo nella città che negli ultimi cinquant’anni ha accolto i meridionali nelle tessiture, i pakistani nelle rifinizioni, gli operai del bangladesh a fare la ciniglia. Ma, ora, qui ci si interroga. Una parte della città teme atti di violenza e sta col sindaco che chiede aiuto. Un’altra parte dà fiducia a quegli abitanti che hanno nel dna l’accoglienza e critica la giunta per aver chiesto i militari che «non sono serviti a niente». Tutti sono concordi che la situazione è complessa. I cinesi regolari sono 18.000, quelli irregolari si dice 30.000 ma, secondo l’Unione industriale, potrebbero essere anche 40.000. La polemica è accesa: la sinistra accusa la maggioranza in Comune di aver inasprito gli animi con una politica centrata tutta sulla sicurezza e contro gli stranieri.

«Prato nel dna ha la cultura dell’integrazione - commenta Bruno Ferranti, segretario del Pd - ed è con il centrodestra che si è creato un allarmismo ingiustificato. Ci sono problemi legati alla gestione di tanti immigrati ma non si può parlare di polveriera. Prato riuscirà a gestirsi senza atti di forza».

Il questore Domenico Savi sottolinea come la «situazione sia molto complessa» ma che «si sente di escludere rivolte organizzate» pur «essendo possibili atti violenti scaturiti per litigi». Anche per difficoltà di convivenza quotidiana. «La situazione - sottolinea - non si ritiene sia dirompente anche se il malessere, il disagio latente è evidente: è questo può essere un potenziale innesco».

E dalla diocesi, la direttrice della Caritas Idalia Venco, invita a non creare a prescindere un caso stranieri. «E’ evidente - dice - che mentre nelle scuole i bambini imparano a farsi amici i compagni provenienti da tutte le parti del mondo, nella società appena adulta, cresce l’odio per il diverso, come colui che ci ruba il lavoro, la casa». E avverte: «Serve un’inversione di marcia, che renda l’altro non un nemico ma un fratello per costruire una società dove ciascuno può guardare al proprio futuro con fiducia e serenità. C’è bisogno di un progetto condiviso».

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