Sicurezza
I numeri shock del distretto cineseRegolari e clandestini: sono anche 60mila
Gozzi, direttore degli industriali fa una stima (al ribasso) e il risultato si fa preoccupante. Nella moda più addetti del tessile. Sono almeno 35.000, ma non ci sarebbe da meravigliarsi se, alla fine, fossero 45.000 o addirittura 60.000. Fra i 15.000 e i 20.000 i clandestini, 4000 le aziende, 360 milioni di capi realizzati annualmente e di 2 miliardi di fatturato, di cui la metà a nero. La questione cinese mostra tutto il suo potenziale di destabilizzazione socio-economica del distretto
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PRATO. Sono almeno 35.000. Ma non ci sarebbe da meravigliarsi se, alla fine, fossero 45.000 o addirittura 60.000. I cinesi a Prato, considerando anche i clandestini, sono una città nella città. Questo è un dato di fatto. E ora il direttore dell'Unione industriale Marcello Gozzi prova a fare una stima il più verosimile incrociando vari dati, il numero delle aziende, i risultati dei controlli, il dato dei cinesi regolari. Il motivo di questa analisi? Lo spiega lo stesso Gozzi. «Se il quadro è questo, e come Unione industriale anche se con un margine ragionevole di approssimazione ne siamo convinti, la questione cinese mostra tutto il suo potenziale di destabilizzazione socio-economica del distretto. E in ogni caso i dati quantitativi vanno sempre tenuti presenti: ignorarli non serve».
IL PUNTO DI PARTENZA E' stato un servizio di Report a dare il "la" all'Unione industriale per intervenire nel balletto di numeri sulla presenza cinese a Prato. «Il servizio di Report - introduce l'argomento Gozzi - hanno portato alla ribalta la situazione critica generata dalle imprese cinesi nel distretto del mobile imbottito di Forlì accomunato dagli stessi intervistati a quello di Prato». «In realtà l'unico elemento, anche se importantissimo, che davvero è in comune è la diffusissima illegalità presente nelle imprese cinesi dei due distretti. Per il resto prevalgono le differenze. A Forlì i cinesi si sono inseriti nel core business locale, che rischia di scomparire a causa di meccanismi "al ribasso" resi possibili dall'illegalità: l'analogia più stretta è con le jeanserie marchigiane; sempre a Forlì le aziende cinesi lavorano come conto terzi delle imprese industriali locali. Viceversa, a Prato i cinesi si sono inseriti in un segmento relativamente sguarnito, quello della confezione, e non in quello principale, il tessile; e rispetto a quest'ultimo si sono collocati in una posizione pressoché totalmente parallela». E ancora: «Sostanziale anche la differenza quantitativa: da fonti sindacali locali nel forlivese ci sarebbero 40 aziende cinesi, mentre a Prato ce ne sono quasi 4.000. Due zeri in più non da poco».
I REGOLARI Intanto, le presenze regolari delle persone fisiche: dovrebbe essere il dato più facile ma non è così, perché non necessariamente chi ottiene il permesso di soggiorno a Prato risiede a Prato né, viceversa, chi sta a Prato lo ha ottenuto nella nostra città; inoltre i residenti possono essere divenuti tali a fronte di un titolo di soggiorno valido ma poi venuto meno. «La Prefettura - sottolinea Gozzi - parla di 14.000 regolari, verosimilmente adulti, cui sono da aggiungere i minori iscritti sui passaporti dei genitori; questi ultimi, ci viene detto, sono da calcolare nella misura del 30% in più. Eccoci quindi ai 18.000-18.500 di cui da tempo si parla».
I CLANDESTINI La Prefettura li stima fra i 15.000 e i 20.000. «La stessa Prefettura - mette in evidenza il direttore degli industriali - rileva però che il numero medio delle postazioni di lavoro presenti in una confezione cinese è di 15-20 e, essendo le confezioni quasi 3.000 (anche se in parte sono scatole ormai vuote), una stima anche molto più alta è tutt'altro che azzardata». Continua l'analisi di Gozzi: «Escludiamo senz'altro un calcolo sul filo dei limiti massimi dei fattori (20 dipendenti per 3.000 confezioni), da cui deriverebbe un aberrante 60.000 persone; comunque una stima di (ad esempio) 45.000 lavoratori cinesi (17 dipendenti per 2.700 confezioni fa 45.900) non è più inattendibile di altre. Fra questi sono compresi anche i regolari, ma non i bambini piccoli, né, soprattutto, coloro che fanno capo alle altre quasi 900 imprese cinesi diverse dalle confezioni. In questo quadro, si può affermare in tutta tranquillità che fra regolari e irregolari i cinesi a Prato non possono essere meno di 35.000, ma che potrebbero superare abbondantemente i 45.000». Tra le sintesi che si possono tirare una finora meno evidente: e cioè che i lavoratori dell'abbigliamento cinesi sono lo stesso numero di quelli del tessile pratese che ad oggi sono circa 25.587.
LE IMPRESE «I dati della Camera di Commercio aggiornati al 3º trimestre 2008 evidenziano che le imprese con titolare cinese sono appunto 3.875, di cui, come ricordato poco sopra, 2.926 del settore moda; la loro vita media è 18 mesi. Fin qui siamo nella (relativa) certezza. Da qui in poi bisogna necessariamente affidarsi a stime, soprattutto a quelle che ha fatto Silvia Pieraccini ne "L'assedio cinese": parliamo di 360 milioni di capi realizzati annualmente e di 2 miliardi di fatturato, di cui la metà a nero».
IL FATTURATO, IL NERO Silvia Pieraccini nel suo libro ha calcolato il giro d'affari incrociando i dati doganali con i tessuti importati dalla Cina, la capacità produttiva, i prezzi applicati dalle aziende cinesi. E' sufficiente però paragonare due dati per capire che qualcosa non torna. Le aziende tessili (e quindi non cinesi) sono 3.417 per un fatturato di 3.250 milioni di euro, le confezioni e i maglifici sono 4.165 (cinesi e pratesi) con un fatturato di 1.300 milioni. Com'è possibile che più aziende fatturino due volte e mezzo in meno di aziende che lavorano nello stesso comparto moda? E' evidente che la quota di nero è molto rilevante.
I RISCHI «A preoccupare gli imprenditori - spiega Gozzi - c'è il fatto che i cinesi stanno risalendo la filiera con tintorie e rifinizioni e questo porterà a un sistema completamente chiuso. Quindi impermeabile». Ma non solo. «In una fase di difficoltà come quella che si sta vivendo può crearsi una sorta di emulazione. Le aziende regolari si chiedono perché adempiere a tutti i doveri se altri comportamenti sono consentiti. Un problema sentito dai pratesi ma anche da quelle aziende cinesi che si stanno comportando in modo virtuoso e che devono essere aiutate in questo percorso». «E per farlo - conclude il direttore - servono due percorsi: progetti di integrazione e una politica di repressione. E senza numeri certi diventa difficile chiedere aiuti concreti al Governo».
I.R.
IL PUNTO DI PARTENZA E' stato un servizio di Report a dare il "la" all'Unione industriale per intervenire nel balletto di numeri sulla presenza cinese a Prato. «Il servizio di Report - introduce l'argomento Gozzi - hanno portato alla ribalta la situazione critica generata dalle imprese cinesi nel distretto del mobile imbottito di Forlì accomunato dagli stessi intervistati a quello di Prato». «In realtà l'unico elemento, anche se importantissimo, che davvero è in comune è la diffusissima illegalità presente nelle imprese cinesi dei due distretti. Per il resto prevalgono le differenze. A Forlì i cinesi si sono inseriti nel core business locale, che rischia di scomparire a causa di meccanismi "al ribasso" resi possibili dall'illegalità: l'analogia più stretta è con le jeanserie marchigiane; sempre a Forlì le aziende cinesi lavorano come conto terzi delle imprese industriali locali. Viceversa, a Prato i cinesi si sono inseriti in un segmento relativamente sguarnito, quello della confezione, e non in quello principale, il tessile; e rispetto a quest'ultimo si sono collocati in una posizione pressoché totalmente parallela». E ancora: «Sostanziale anche la differenza quantitativa: da fonti sindacali locali nel forlivese ci sarebbero 40 aziende cinesi, mentre a Prato ce ne sono quasi 4.000. Due zeri in più non da poco».
I REGOLARI Intanto, le presenze regolari delle persone fisiche: dovrebbe essere il dato più facile ma non è così, perché non necessariamente chi ottiene il permesso di soggiorno a Prato risiede a Prato né, viceversa, chi sta a Prato lo ha ottenuto nella nostra città; inoltre i residenti possono essere divenuti tali a fronte di un titolo di soggiorno valido ma poi venuto meno. «La Prefettura - sottolinea Gozzi - parla di 14.000 regolari, verosimilmente adulti, cui sono da aggiungere i minori iscritti sui passaporti dei genitori; questi ultimi, ci viene detto, sono da calcolare nella misura del 30% in più. Eccoci quindi ai 18.000-18.500 di cui da tempo si parla».
I CLANDESTINI La Prefettura li stima fra i 15.000 e i 20.000. «La stessa Prefettura - mette in evidenza il direttore degli industriali - rileva però che il numero medio delle postazioni di lavoro presenti in una confezione cinese è di 15-20 e, essendo le confezioni quasi 3.000 (anche se in parte sono scatole ormai vuote), una stima anche molto più alta è tutt'altro che azzardata». Continua l'analisi di Gozzi: «Escludiamo senz'altro un calcolo sul filo dei limiti massimi dei fattori (20 dipendenti per 3.000 confezioni), da cui deriverebbe un aberrante 60.000 persone; comunque una stima di (ad esempio) 45.000 lavoratori cinesi (17 dipendenti per 2.700 confezioni fa 45.900) non è più inattendibile di altre. Fra questi sono compresi anche i regolari, ma non i bambini piccoli, né, soprattutto, coloro che fanno capo alle altre quasi 900 imprese cinesi diverse dalle confezioni. In questo quadro, si può affermare in tutta tranquillità che fra regolari e irregolari i cinesi a Prato non possono essere meno di 35.000, ma che potrebbero superare abbondantemente i 45.000». Tra le sintesi che si possono tirare una finora meno evidente: e cioè che i lavoratori dell'abbigliamento cinesi sono lo stesso numero di quelli del tessile pratese che ad oggi sono circa 25.587.
LE IMPRESE «I dati della Camera di Commercio aggiornati al 3º trimestre 2008 evidenziano che le imprese con titolare cinese sono appunto 3.875, di cui, come ricordato poco sopra, 2.926 del settore moda; la loro vita media è 18 mesi. Fin qui siamo nella (relativa) certezza. Da qui in poi bisogna necessariamente affidarsi a stime, soprattutto a quelle che ha fatto Silvia Pieraccini ne "L'assedio cinese": parliamo di 360 milioni di capi realizzati annualmente e di 2 miliardi di fatturato, di cui la metà a nero».
IL FATTURATO, IL NERO Silvia Pieraccini nel suo libro ha calcolato il giro d'affari incrociando i dati doganali con i tessuti importati dalla Cina, la capacità produttiva, i prezzi applicati dalle aziende cinesi. E' sufficiente però paragonare due dati per capire che qualcosa non torna. Le aziende tessili (e quindi non cinesi) sono 3.417 per un fatturato di 3.250 milioni di euro, le confezioni e i maglifici sono 4.165 (cinesi e pratesi) con un fatturato di 1.300 milioni. Com'è possibile che più aziende fatturino due volte e mezzo in meno di aziende che lavorano nello stesso comparto moda? E' evidente che la quota di nero è molto rilevante.
I RISCHI «A preoccupare gli imprenditori - spiega Gozzi - c'è il fatto che i cinesi stanno risalendo la filiera con tintorie e rifinizioni e questo porterà a un sistema completamente chiuso. Quindi impermeabile». Ma non solo. «In una fase di difficoltà come quella che si sta vivendo può crearsi una sorta di emulazione. Le aziende regolari si chiedono perché adempiere a tutti i doveri se altri comportamenti sono consentiti. Un problema sentito dai pratesi ma anche da quelle aziende cinesi che si stanno comportando in modo virtuoso e che devono essere aiutate in questo percorso». «E per farlo - conclude il direttore - servono due percorsi: progetti di integrazione e una politica di repressione. E senza numeri certi diventa difficile chiedere aiuti concreti al Governo».
I.R.
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