Il dolore
«Produrremo tutto in Cina»
Ilenia Reali
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La sede del Gruppo SaschE' una quota residuale, abbiamo sempre fatto i vestiti fuori E' vero, prorogheremo la cig, ma abbiamo assunto 400 persone per i negozi
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PRATO. Il Gruppo Sasch produrrà in Cina 100.000 capi di abbigliamento in più. Si tratta del quantitativo che veniva realizzato dal reparto interno di modelleria e dai lavoratori dell'azienda Mi.Mill. Di fatto non rimarrà nel distretto pratese alcuna produzione dell'azienda del sindaco di Prato Roberto Cenni.
A confermare il piano che Sasch sta portando avanti, dopo le voci insistenti che hanno caratterizzato queste ultime settimane, è uno dei dirigenti del Gruppo Carlo Mencaroni.
Il manager, uno dei più stretti collaboratori di Cenni e amministratore delegato dell'Eurotintoria, ha spiegato le recenti scelte sottolineando come l'azienda di abbigliamento da sempre abbia avuto il grosso della produzione all'estero. Una decisione che, insieme alla crisi del settore e all'esigenza di razionalizzare, motiva nel dettaglio la cassa integrazione in deroga per i nove dipendenti di Mi.Mill e quella ordinaria per i nove dipendenti di Sasch.
Cassa integrazione, quest'ultima, per cui c'è l'intenzione di chiedere una proroga di altre settimane. E infatti proprio domani è fissato un incontro tra la proprietà e il sindacato che sta seguendo la vicenda.
«Da sempre Sasch produce il grosso dei capi di abbigliamento all'estero - spiega Mencaroni - e questo è l'unico modo per reggere la concorrenza di grandi gruppi come Zara e H&M. E' chiaro che i costi delle produzioni fatte in Italia non lasciano spazi. Nella modelleria e nei reparti interni facciamo 100.000 capi su 7 milioni di capi complessivi: lo 0,7%. E' una parte residuale. Ed era un continuo avanti e indietro di modelli. Una situazione che ci costringeva ad arrivare nei negozi con 40-45 giorni di ritardo: troppi, è facilmente intuibile che arrivando ultimi si perdevano delle quote di vendita. Siamo costretti a produrre tutto in Cina».
E' dei 16 dipendenti, ora in cassa integrazione, cosa ne sarà?
«Per il momento prorogheremo la cassa integrazione ordinaria di uno, due mesi. Forse qualcosa in più. Valuteremo come andrà la nuova impostazione. Sono persone altamente specializzate, preferirò pensarci al momento opportuno. Per il resto ci vedremo domani coi sindacati. Mi dispiace si parli di 16 in cassa integrazione e non di 50 negozi aperti nell'ultimo anno in Italia e di 400 assunzioni fatte direttamente da Sasch».
Si dice però che parte della produzione verrà fatta con aziende cinesi di Prato e pratesi.
«Questo non è assolutamente vero», risponde Mencaroni. «Forse chi lo dice si riferisce ai capi che acquistiamo già finiti in pronto moda per completare le nostre collezione. Non ci rivolgiamo però a cinesi ma ad aziende italiane dell'Empolese per la pelletteria e del Modenese per la maglieria».
Ilenia Reali
A confermare il piano che Sasch sta portando avanti, dopo le voci insistenti che hanno caratterizzato queste ultime settimane, è uno dei dirigenti del Gruppo Carlo Mencaroni.
Il manager, uno dei più stretti collaboratori di Cenni e amministratore delegato dell'Eurotintoria, ha spiegato le recenti scelte sottolineando come l'azienda di abbigliamento da sempre abbia avuto il grosso della produzione all'estero. Una decisione che, insieme alla crisi del settore e all'esigenza di razionalizzare, motiva nel dettaglio la cassa integrazione in deroga per i nove dipendenti di Mi.Mill e quella ordinaria per i nove dipendenti di Sasch.
Cassa integrazione, quest'ultima, per cui c'è l'intenzione di chiedere una proroga di altre settimane. E infatti proprio domani è fissato un incontro tra la proprietà e il sindacato che sta seguendo la vicenda.
«Da sempre Sasch produce il grosso dei capi di abbigliamento all'estero - spiega Mencaroni - e questo è l'unico modo per reggere la concorrenza di grandi gruppi come Zara e H&M. E' chiaro che i costi delle produzioni fatte in Italia non lasciano spazi. Nella modelleria e nei reparti interni facciamo 100.000 capi su 7 milioni di capi complessivi: lo 0,7%. E' una parte residuale. Ed era un continuo avanti e indietro di modelli. Una situazione che ci costringeva ad arrivare nei negozi con 40-45 giorni di ritardo: troppi, è facilmente intuibile che arrivando ultimi si perdevano delle quote di vendita. Siamo costretti a produrre tutto in Cina».
E' dei 16 dipendenti, ora in cassa integrazione, cosa ne sarà?
«Per il momento prorogheremo la cassa integrazione ordinaria di uno, due mesi. Forse qualcosa in più. Valuteremo come andrà la nuova impostazione. Sono persone altamente specializzate, preferirò pensarci al momento opportuno. Per il resto ci vedremo domani coi sindacati. Mi dispiace si parli di 16 in cassa integrazione e non di 50 negozi aperti nell'ultimo anno in Italia e di 400 assunzioni fatte direttamente da Sasch».
Si dice però che parte della produzione verrà fatta con aziende cinesi di Prato e pratesi.
«Questo non è assolutamente vero», risponde Mencaroni. «Forse chi lo dice si riferisce ai capi che acquistiamo già finiti in pronto moda per completare le nostre collezione. Non ci rivolgiamo però a cinesi ma ad aziende italiane dell'Empolese per la pelletteria e del Modenese per la maglieria».
Ilenia Reali
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