Il Tirreno

Prato

LA STORIA

La figlia contro l'industriale

Paolo Nencioni
Il processo è stato fissato per l’8 febbraio
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Il processo è stato fissato per l’8 febbraio

I panni sporchi non sempre si lavano in famiglia, e così una lite tra padre e figlia porterà il prossimo 8 febbraio Arnolfo Biagioli, uno dei più noti imprenditori tessili cittadini, di fronte al Tribunale per rispondere di una lunga serie di accuse

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PRATO. I panni sporchi non sempre si lavano in famiglia, e così una lite tra padre e figlia porterà il prossimo 8 febbraio Arnolfo Biagioli, uno dei più noti imprenditori tessili cittadini, di fronte al Tribunale per rispondere di una lunga serie di accuse (violenza privata, lesioni, ingiurie, minacce e impedito controllo di quote societarie).

Ipotesi di reato scaturite da alcune querele presentate dalla figlia Silvia.

La storia è complicata, ma in sostanza tutto nasce da un insanabile contrasto sulla gestione delle Industrie Biagioli, società con sede legale a Lucca e sede operativa in via Bonazia. Un contrasto che affonda le radici nel tempo e viene alla luce il 28 giugno del 2005. Quel giorno in azienda è fissata l'assemblea dei soci. Oltre ai tre figli maschi di Arnolfo Biagioli dovrebbe partecipare la figlia Silvia, che in azienda si occupa della contabilità. Ma secondo una querela che la donna presenta nei giorni seguenti, le viene impedito l'accesso con la motivazione che non ne ha titolo. Nasce una lite verbale che poi forse degenera in qualcosa di peggio.

Oggetto del contendere è il pacchetto azionario che Silvia Biagioli sostiene di detenere e che invece secondo il padre le era stato intestato nell'85 in forma fiduciaria con l'intesa che l'usufrutto fosse comunque riservato al padre. Agli atti del procedimento ci sarebbe anche una dichiarazione scritta di questo tenore firmata dalla figlia.

Sta di fatto che il contrasto tra Arnolfo e Silvia non si compone e la figlia non potrà più partecipare alle assemblee annuali dei soci. Nel frattempo però parte la prima querela e le indagini vengono affidate alla Finanza, che il 14 febbraio 2007 va a perquisire la casa di Biagioli e l'azienda di via Bonazia. Ed è quel giorno che le azioni saltano fuori e vengono sequestrate insieme alla dichiarazione sull'affidamento fiduciario risalente a più di venti anni prima. La perquisizione non fa certo piacere all'anziano imprenditore, che finisce per litigare con un sottufficiale della Finanza. «In galera c'è più finanzieri che tessitori», sbotta Biagioli.

La figlia Silvia non demorde e presenta altre querele, che danno origine a procedimenti per falso in bilancio, attualmente pendenti davanti al Tribunale di Lucca. Ma più che per le azioni, sembra che padre e figlia abbiano litigato sulle prospettive dell'azienda. Agli inizi della crisi del tessile Silvia Biagioli avrebbe voluto chiudere e far cassa, mentre il padre e gli altri fratelli hanno insistito per andare avanti. Con buoni risultati, se è vero che l'azienda, ora guidata dal figlio Aldo, è in fase di netta ripresa ed è passata da 12 a 40 dipendenti. Poteva essere una buona premessa per sedersi intorno a un tavolo e fare la pace, ma così non è stato e ieri mattina Biagioli, difeso dall'avvocato Giannetto Guarducci, si è sentito rinviare a giudizio come chiedeva il pubblico ministero e l'avvocato di parte civile, Luca Saldarelli. L'appuntamento è per l'8 febbraio.


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