Il dolore
LITE FUORI DALLA DISCOTECA
La rissa finisce in tragedia
Paolo Nencioni
◗
I funerali di Giuseppe Fera a Lamone, nel Canton TicinoDue mesi fa era in Abruzzo a fare volontariato per i terremotati, ora è chiuso in una cella del carcere di Lugano, accusato di omicidio. In pochi giorni la vita di Fabio Lai, pratese di 28 anni, si è rovesciata. Tutto per colpa di un pugno sferrato al culmine di una rissa di strada per futili, futilissimi motivi
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PRATO. Due mesi fa era in Abruzzo a fare volontariato per i terremotati, ora è chiuso in una cella del carcere di Lugano, accusato di omicidio. In pochi giorni la vita di Fabio Lai, pratese di 28 anni, si è rovesciata. Tutto per colpa di un pugno sferrato al culmine di una rissa di strada per futili, futilissimi motivi.
I fatti risalgono alla notte tra il 28 e il 29 agosto e sono accaduti nel centro di Lugano, nel Canton Ticino. Fabio Lai, che si è trasferito da pochi mesi a Busto Arsizio (Varese) per rifarsi una vita dopo una serie di vicissitudini familiari e giudiziarie a Prato, varca spesso il confine tra l'Italia e la Svizzera. A Lugano sembra abbia trovato impieghi saltuari come cameriere e Pr per le discoteche. Ed è proprio accanto a una discoteca, all'angolo tra via Peri e via Cantonale, che incrocia la sua vittima, Giuseppe Fera, un elettricista di 31 anni, anche lui italiano. Quest'ultimo è appena uscito dal locale insieme agli amici e quando si imbatte in Fabio Lai nasce una lite che non ha ancora una spiegazione ufficiale ma che è facile immaginare sia per futili motivi (i due non si conoscono), forse favorita dall'alcol.
Lo scontro dura pochi secondi e ha conseguenze letali. Giuseppe Fera, appassionato di boxe, viene raggiunto da un pugno, cade a terra e sbatte la testa contro lo spigolo del marciapiede. Non riprenderà più conoscenza: muore due giorni dopo all'ospedale civico di Lugano nonostante un intervento chirurgico (l'autopsia effettuata a Locarno attribuirà poi la morte a una frattura della base cranica). Nel frattempo Fabio Lai si allontana dal luogo della lite, capisce di aver combinato qualcosa di grave e qualche ora dopo si costituisce (la polizia elvetica afferma invece che sia stato arrestato mentre si nascondeva).
L'iniziale imputazione di lesioni gravi ipotizzata dal procuratore Andrea Pagani si trasforma in omicidio intenzionale (fosse accaduto in Italia si parlerebbe di omicidio preterintenzionale) e Fabio Lai viene lasciato a riflettere in una cella del carcere della Farera. Un migliaio di persone hanno partecipato ai funerali di Giuseppe Fera, a Lamone, un paesino del Canton Ticino dove l'elettricista originario di Mesoraca (Calabria) si era trasferito da poco. Martedì Fabio Lai è stato interrogato per otto ore dal magistrato inquirente e ha potuto fornire la sua versione dei fatti, sulla quale nulla trapela.
A Prato Lai era stato coinvolto in una brutta storia a cavallo tra il 2002 e il 2003, quando fu accusato insieme a Mirko Mocera e Giuseppe Mastropieri di aver picchiato a sangue un marocchino e, credendolo morto, di averlo messo sui binari della ferrovia per simulare un suicidio. Li chiamarono i ragazzi del branco, colpevoli di numerosi assalti e rapine, spesso ai danni degli stranieri. Per quegli episodi Lai ha patteggiato nel 2004 una condanna a cinque anni di reclusione, ottenendo subito gli arresti domiciliari e presto l'indulto. Per alcuni mesi è stato ospite di una parrocchia, poi è arrivata un'altra condanna per fatti commessi ad Arezzo. Poteva andare in comunità (ha problemi di hashish e alcol) ma preferì passare 4 mesi in carcere. Una volta uscito ha fatto un po' di volontariato per i terremotati abruzzesi e in estate ha deciso di trasferirsi al Nord per ripartire da zero, ma ora rischia una pesante condanna.
I fatti risalgono alla notte tra il 28 e il 29 agosto e sono accaduti nel centro di Lugano, nel Canton Ticino. Fabio Lai, che si è trasferito da pochi mesi a Busto Arsizio (Varese) per rifarsi una vita dopo una serie di vicissitudini familiari e giudiziarie a Prato, varca spesso il confine tra l'Italia e la Svizzera. A Lugano sembra abbia trovato impieghi saltuari come cameriere e Pr per le discoteche. Ed è proprio accanto a una discoteca, all'angolo tra via Peri e via Cantonale, che incrocia la sua vittima, Giuseppe Fera, un elettricista di 31 anni, anche lui italiano. Quest'ultimo è appena uscito dal locale insieme agli amici e quando si imbatte in Fabio Lai nasce una lite che non ha ancora una spiegazione ufficiale ma che è facile immaginare sia per futili motivi (i due non si conoscono), forse favorita dall'alcol.
Lo scontro dura pochi secondi e ha conseguenze letali. Giuseppe Fera, appassionato di boxe, viene raggiunto da un pugno, cade a terra e sbatte la testa contro lo spigolo del marciapiede. Non riprenderà più conoscenza: muore due giorni dopo all'ospedale civico di Lugano nonostante un intervento chirurgico (l'autopsia effettuata a Locarno attribuirà poi la morte a una frattura della base cranica). Nel frattempo Fabio Lai si allontana dal luogo della lite, capisce di aver combinato qualcosa di grave e qualche ora dopo si costituisce (la polizia elvetica afferma invece che sia stato arrestato mentre si nascondeva).
L'iniziale imputazione di lesioni gravi ipotizzata dal procuratore Andrea Pagani si trasforma in omicidio intenzionale (fosse accaduto in Italia si parlerebbe di omicidio preterintenzionale) e Fabio Lai viene lasciato a riflettere in una cella del carcere della Farera. Un migliaio di persone hanno partecipato ai funerali di Giuseppe Fera, a Lamone, un paesino del Canton Ticino dove l'elettricista originario di Mesoraca (Calabria) si era trasferito da poco. Martedì Fabio Lai è stato interrogato per otto ore dal magistrato inquirente e ha potuto fornire la sua versione dei fatti, sulla quale nulla trapela.
A Prato Lai era stato coinvolto in una brutta storia a cavallo tra il 2002 e il 2003, quando fu accusato insieme a Mirko Mocera e Giuseppe Mastropieri di aver picchiato a sangue un marocchino e, credendolo morto, di averlo messo sui binari della ferrovia per simulare un suicidio. Li chiamarono i ragazzi del branco, colpevoli di numerosi assalti e rapine, spesso ai danni degli stranieri. Per quegli episodi Lai ha patteggiato nel 2004 una condanna a cinque anni di reclusione, ottenendo subito gli arresti domiciliari e presto l'indulto. Per alcuni mesi è stato ospite di una parrocchia, poi è arrivata un'altra condanna per fatti commessi ad Arezzo. Poteva andare in comunità (ha problemi di hashish e alcol) ma preferì passare 4 mesi in carcere. Una volta uscito ha fatto un po' di volontariato per i terremotati abruzzesi e in estate ha deciso di trasferirsi al Nord per ripartire da zero, ma ora rischia una pesante condanna.
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