Sicurezza
INTERVISTA AL PARLAMENTARE PRATESE
Assurdo spostare il polo ex Banci
Paolo Toccafondi
Giudizio sul sindaco, sospeso. Ma con un paio di suggerimenti e di altolà sulle mosse future della giunta. Giudizio sul governo nazionale: drastica bocciatura
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PRATO. Giudizio sul sindaco, sospeso. Ma con un paio di suggerimenti e di altolà sulle mosse future della giunta. Giudizio sul governo nazionale: drastica bocciatura.
Andrea Lulli, parlamentare del Pd, ha fatto pochi giorni di vacanze ed è già pronto alla ripresa della stagione politica. Concentrato soprattutto sul primo problema della città alla ripresa di settembre: la crisi economica.
Si avvicina il primo appuntamento importante di settembre, l'incontro del Tavolo di distretto a Roma. Realisticamente, cosa si attende da questo incontro?
«Il governo deve rispondere delle promesse fatte. Sono venuti tanti ministri a Prato a promettere mari e monti, ora è il momento di onorare quelle cambiali. Il problema è che il governo ha sbagliato il modo di affrontare la crisi fidando nelle capacità di arrangiarsi degli italiani».
Quali errori rimprovera al governo?
«Non ha sostenuto la domanda interna. Nell'ultima finanziaria del governo Prodi, giugno 2008, erano previste detassazioni di stipendi, salari e pensioni. Quella previsione non è stata onorata dal governo Berlusconi. Invece si sono sprecati soldi con Alitalia e tagliando l'Ici ai più ricchi. E poi si è tardato a costruire strumenti che rendessero più abbordabile il credito alle piccole imprese. Ma c'è di più».
Che altro?
«Tutto questo è accaduto mentre si diceva che si doveva tagliare la spesa pubblica. In realtà, come certificano i documenti del ministero dell'Economia presentati in Parlamento, la spesa pubblica corrente è fuori controllo: siamo ormai a 35 miliardi di euro di extra deficit. E non ci si racconti che sono serviti a pagare la cassa integrazione, perché molti operai la stanno ancora aspettando. In più la pressione fiscale nell'ultimo anno è aumentata».
Insomma, bocciatura su tutta la linea. Ma torniamo al distretto pratese.
«Il distretto paga anche il prezzo di una politica nazionale sbagliata».
Che giudizio dà dell'operato del sindaco Cenni?
«Un giudizio sul sindaco è ancora prematuro. Ma ci sono almeno tre questioni da sottolineare, a parte il tema della crisi sul quale auspico una convergenza unitaria al Tavolo del distretto per ottenere il più possibile. Io sono a disposizione».
Prima questione?
«C'è un appuntamento importante nella coscienza civile di questa città: il 6 settembre, giorno della Liberazione. Io sarò a Figline e ascolterò con molta attenzione quello che il sindaco ci dirà, su quei valori fondanti della nostra civicità e della democrazia».
Intanto in questi giorni ha tenuto banco la polemica sul Museo Pecci.
«Appunto, è il secondo rilievo. E' esplosa la questione del Pecci nel modo più becero. Ha fatto bene Cenni a confermare Beccaglia. Su questi temi è importante cercare la condivisione della classe dirigente cittadina. Il Pecci rappresenta la scommessa di Prato di uscire da un atteggiamento di subalterno provincialismo. C'è un progetto importante di sviluppo del museo. Occorre sollecitare i privati a credere di più nel rapporto tra cultura e sviluppo economico».
Terza questione?
«L'Area Banci e il rapporto con l'area metropolitana. Ho letto cose strane, che si vuole spostare l'intervento nel secondo macrolotto. Sarebbe inaccettabile che una proprietà pubblica venisse messa in secondo piano per spostare quell'intervento su terreni privati, in un disegno minore e pasticciato. L'area Banci è fondamentale per qualificare la città. Polo expo o no, quell'area, vicina all'autostrada e all'aeroporto, può ospitare attività culturali, spettacolari, artistiche, strutture polivalenti con una posizione baricentica rispetto all'area metropolitana. E a proposito di area metropolitana vedo un altro nodo».
Quale?
«Renzi ha rimesso in discussione la stazione sotterranea di S. Maria Novella. Non si fa più lì? Allora bisogna riaprire un discorso serio, che non può riguardare Campo di Marte, dove mancano gli spazi. Se c'è un ripensamento bisogna parlare di Castello, lì deve sorgere la nuova stazione. Castello è al centro dell'area metropolitana ed è il punto in cui parte la deviazione dell'alta velocità, oltre ad essere vicina all'interporto. Prato si faccia sentire, lo dico anche al Pd. E se non lo fa Cenni, ci pensi la Provincia. Il tema non va fatto cadere. Sono investimenti enormi a cui dobbiamo essere interessati».
Cosa pensa dell'idea di affidare terreni da coltivare ai cassintegrati?
«Per carità, va bene tutto. Ma non illudiamoci pensando che sia questo lo sbocco per risolvere i problemi di occupazione. Se l'imprenditoria locale non è in grado di creare lavoro, bisognerà porsi l'obiettivo di attrarre nelle aree produttive imprese che portino lavoro; non spostare i servizi già previsti in un'area pubblica».
Questione sicurezza: l'arrivo dei militari ha prodotto qualche effetto?
«Ecco, se nell'affrontare la crisi del lavoro deve esserci la massima ricerca di unità, sulla sicurezza non mi sento di fare sconti. Non condivido nel modo più assoluto l'approccio che sta emergendo da parte della giunta. Negli ultimi anni c'è stato un aumento delle forze dll'ordine impiegate nella lotta all'illegalità. I buoni risultati raggiunti si possono verificare leggendo i dati forniti dal ministero sull'attività della Guardia di Finanza, le relazioni di Carabinieri e polizia. Sarò curioso di vedere tra un anno quali risultati in più si saranno ottenuto con l'uso dell'esercito, un uso puramente strumentale. Vedo invece l'aumento di pulsioni razziste».
Preoccupato?
«Certo. Con la carenza di lavoro che c'è e ci sarà, bisogna stare attenti a soffiare sul fuoco. Quando leggo affermazioni come: "i cinesi intendono solo le maniere forti..."». Le regole vanno fatte rispettare, e il centrosinistra può aver peccato di lassismo: ma occorre la costanza di spiegarle, le regole, a chi ha un approccio diverso dal nostro. Tanto più che questa ricchezza di presenze straniere può diventare un punto di forza per uscire dalla crisi in un mondo che, volente o nolente, si mischia. Prato non può pensare di tornare a 30 anni fa, quando era un paesone. La vocazione della città è di essere una realtà aperta al mondo».
Chiudiamo sul Pd. Perché sta con Bersani?
«Il congresso Pd deve guardare al futuro, ma non so come si possa farlo se non riflettendo sul passato e sul presente. In questa Seconda Repubblica il centrosinistra ha fatto il mestiere della Destra storica: nei momenti in cui ha governato, ha risanato i conti ripianando i debiti prodotti dalla Destra berlusconiana. E per fortuna l'abbiamo fatto. Ma rimprovero al centrosinistra di non aver saputo dare un'impronta riformista alla sua azione, di non aver saputo interpretare quella parte di italiani, tuttora maggioritaria, che non vuole Berlusconi, ma che non ci considera un'alternativa credibile».
Anche qui l'elenco degli errori sarebbe lungo.
«A cominciare dalla troppa fretta a far cadere il governo Prodi nel 2008, una scelta che ha aumentato il distacco dell'elettorato. Poi si è avuta l'illusione che il Pd potesse bastare da solo a fronteggiare la destra. Errore clamoroso che spero il prossimo congresso Pd corregga. C'è una lettura sbagliata dell'Italia: che è sì bipolare (del resto lo era anche nella Prima Repubblica), ma non sarà mai bipartitica. Per questo scelgo Bersani. Bisogna costruire le condizioni perché tutte le forze di opposizione stiano insieme in una piattaforma politica. La politica è fatta di rapporti».
Andrea Lulli, parlamentare del Pd, ha fatto pochi giorni di vacanze ed è già pronto alla ripresa della stagione politica. Concentrato soprattutto sul primo problema della città alla ripresa di settembre: la crisi economica.
Si avvicina il primo appuntamento importante di settembre, l'incontro del Tavolo di distretto a Roma. Realisticamente, cosa si attende da questo incontro?
«Il governo deve rispondere delle promesse fatte. Sono venuti tanti ministri a Prato a promettere mari e monti, ora è il momento di onorare quelle cambiali. Il problema è che il governo ha sbagliato il modo di affrontare la crisi fidando nelle capacità di arrangiarsi degli italiani».
Quali errori rimprovera al governo?
«Non ha sostenuto la domanda interna. Nell'ultima finanziaria del governo Prodi, giugno 2008, erano previste detassazioni di stipendi, salari e pensioni. Quella previsione non è stata onorata dal governo Berlusconi. Invece si sono sprecati soldi con Alitalia e tagliando l'Ici ai più ricchi. E poi si è tardato a costruire strumenti che rendessero più abbordabile il credito alle piccole imprese. Ma c'è di più».
Che altro?
«Tutto questo è accaduto mentre si diceva che si doveva tagliare la spesa pubblica. In realtà, come certificano i documenti del ministero dell'Economia presentati in Parlamento, la spesa pubblica corrente è fuori controllo: siamo ormai a 35 miliardi di euro di extra deficit. E non ci si racconti che sono serviti a pagare la cassa integrazione, perché molti operai la stanno ancora aspettando. In più la pressione fiscale nell'ultimo anno è aumentata».
Insomma, bocciatura su tutta la linea. Ma torniamo al distretto pratese.
«Il distretto paga anche il prezzo di una politica nazionale sbagliata».
Che giudizio dà dell'operato del sindaco Cenni?
«Un giudizio sul sindaco è ancora prematuro. Ma ci sono almeno tre questioni da sottolineare, a parte il tema della crisi sul quale auspico una convergenza unitaria al Tavolo del distretto per ottenere il più possibile. Io sono a disposizione».
Prima questione?
«C'è un appuntamento importante nella coscienza civile di questa città: il 6 settembre, giorno della Liberazione. Io sarò a Figline e ascolterò con molta attenzione quello che il sindaco ci dirà, su quei valori fondanti della nostra civicità e della democrazia».
Intanto in questi giorni ha tenuto banco la polemica sul Museo Pecci.
«Appunto, è il secondo rilievo. E' esplosa la questione del Pecci nel modo più becero. Ha fatto bene Cenni a confermare Beccaglia. Su questi temi è importante cercare la condivisione della classe dirigente cittadina. Il Pecci rappresenta la scommessa di Prato di uscire da un atteggiamento di subalterno provincialismo. C'è un progetto importante di sviluppo del museo. Occorre sollecitare i privati a credere di più nel rapporto tra cultura e sviluppo economico».
Terza questione?
«L'Area Banci e il rapporto con l'area metropolitana. Ho letto cose strane, che si vuole spostare l'intervento nel secondo macrolotto. Sarebbe inaccettabile che una proprietà pubblica venisse messa in secondo piano per spostare quell'intervento su terreni privati, in un disegno minore e pasticciato. L'area Banci è fondamentale per qualificare la città. Polo expo o no, quell'area, vicina all'autostrada e all'aeroporto, può ospitare attività culturali, spettacolari, artistiche, strutture polivalenti con una posizione baricentica rispetto all'area metropolitana. E a proposito di area metropolitana vedo un altro nodo».
Quale?
«Renzi ha rimesso in discussione la stazione sotterranea di S. Maria Novella. Non si fa più lì? Allora bisogna riaprire un discorso serio, che non può riguardare Campo di Marte, dove mancano gli spazi. Se c'è un ripensamento bisogna parlare di Castello, lì deve sorgere la nuova stazione. Castello è al centro dell'area metropolitana ed è il punto in cui parte la deviazione dell'alta velocità, oltre ad essere vicina all'interporto. Prato si faccia sentire, lo dico anche al Pd. E se non lo fa Cenni, ci pensi la Provincia. Il tema non va fatto cadere. Sono investimenti enormi a cui dobbiamo essere interessati».
Cosa pensa dell'idea di affidare terreni da coltivare ai cassintegrati?
«Per carità, va bene tutto. Ma non illudiamoci pensando che sia questo lo sbocco per risolvere i problemi di occupazione. Se l'imprenditoria locale non è in grado di creare lavoro, bisognerà porsi l'obiettivo di attrarre nelle aree produttive imprese che portino lavoro; non spostare i servizi già previsti in un'area pubblica».
Questione sicurezza: l'arrivo dei militari ha prodotto qualche effetto?
«Ecco, se nell'affrontare la crisi del lavoro deve esserci la massima ricerca di unità, sulla sicurezza non mi sento di fare sconti. Non condivido nel modo più assoluto l'approccio che sta emergendo da parte della giunta. Negli ultimi anni c'è stato un aumento delle forze dll'ordine impiegate nella lotta all'illegalità. I buoni risultati raggiunti si possono verificare leggendo i dati forniti dal ministero sull'attività della Guardia di Finanza, le relazioni di Carabinieri e polizia. Sarò curioso di vedere tra un anno quali risultati in più si saranno ottenuto con l'uso dell'esercito, un uso puramente strumentale. Vedo invece l'aumento di pulsioni razziste».
Preoccupato?
«Certo. Con la carenza di lavoro che c'è e ci sarà, bisogna stare attenti a soffiare sul fuoco. Quando leggo affermazioni come: "i cinesi intendono solo le maniere forti..."». Le regole vanno fatte rispettare, e il centrosinistra può aver peccato di lassismo: ma occorre la costanza di spiegarle, le regole, a chi ha un approccio diverso dal nostro. Tanto più che questa ricchezza di presenze straniere può diventare un punto di forza per uscire dalla crisi in un mondo che, volente o nolente, si mischia. Prato non può pensare di tornare a 30 anni fa, quando era un paesone. La vocazione della città è di essere una realtà aperta al mondo».
Chiudiamo sul Pd. Perché sta con Bersani?
«Il congresso Pd deve guardare al futuro, ma non so come si possa farlo se non riflettendo sul passato e sul presente. In questa Seconda Repubblica il centrosinistra ha fatto il mestiere della Destra storica: nei momenti in cui ha governato, ha risanato i conti ripianando i debiti prodotti dalla Destra berlusconiana. E per fortuna l'abbiamo fatto. Ma rimprovero al centrosinistra di non aver saputo dare un'impronta riformista alla sua azione, di non aver saputo interpretare quella parte di italiani, tuttora maggioritaria, che non vuole Berlusconi, ma che non ci considera un'alternativa credibile».
Anche qui l'elenco degli errori sarebbe lungo.
«A cominciare dalla troppa fretta a far cadere il governo Prodi nel 2008, una scelta che ha aumentato il distacco dell'elettorato. Poi si è avuta l'illusione che il Pd potesse bastare da solo a fronteggiare la destra. Errore clamoroso che spero il prossimo congresso Pd corregga. C'è una lettura sbagliata dell'Italia: che è sì bipolare (del resto lo era anche nella Prima Repubblica), ma non sarà mai bipartitica. Per questo scelgo Bersani. Bisogna costruire le condizioni perché tutte le forze di opposizione stiano insieme in una piattaforma politica. La politica è fatta di rapporti».
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