Finanza
Il suo sogno è di curare la formazione dei suoi giovani connazionali
La bozza di Prato è pakistana
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Shoaib Cheema davanti al pane pronto da infornareA Prato Shoaib Cheema ha trovato pane per i suoi denti. E' proprio il caso di dirlo, con i suoi 800 chilogrammi di fragrante bozza pratese che vengono sfornati nello stabilimento del Panificio Toscano a Paperino.
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di Maria Lardara
PRATO. A Prato Shoaib Cheema ha trovato pane per i suoi denti. E' proprio il caso di dirlo, con i suoi 800 chilogrammi di fragrante bozza pratese che vengono sfornati nello stabilimento del Panificio Toscano a Paperino. Gli ingredienti sono sempre gli stessi: farina, acqua, lievito. Solo che le mani che maneggiano la pasta, sono quelle di questo fornaio pakistano arrivato a Prato nel 1996, dopo aver frequentato un corso per panettiere a Roma.
Ecco l'altra faccia dell'immigrazione in città, quella degli stranieri talmente inseriti nella realtà pratese da annusare il business dei prodotti locali e farne un mestiere di successo. Come la bozza pratese, appunto. Quella di Cheema a ruba negli scaffali dei supermercati Coop ed Esselunga di Prato e Firenze, dove viene distribuita. «Mai una volta che la produzione scenda sotto la soglia degli 800 chilogrammi al giorno. Forse rispetto a quella tipica pratese, la mia bozza sarà più larga e quadrata, ma di sicuro riesce a soddisfare il palato di tanti pratesi», scherza il pakistano.
Operaio fino a qualche mese fa, a 39 anni Cheema ha voluto tentare l'avventura imprenditoriale mettendo in piedi una cooperativa di 26 panificatori con una squisita vocazione multietnica: ne fanno parte 18 pakistani, 2 italiani e 6 egiziani.
Ha scelto di chiamarla "Mediterranea", come l'associazione culturale di cui è presidente (sempre a Prato). «Volevo dare un mestiere ad altri miei connazionali. Non è poi così strano trovare immigrati pakistani che svolgono questa professione. Un po' come è successo agli egiziani che si sono specializzati nel fare le pizze».
In questo periodo, Cheema ha la fila di persone che vogliono andare a lavorare con lui. Molti sono ragazzi pratesi che bussano alla sua porta per imparare il mestiere di fare il pane. «Ma in tempi di crisi non me la sento di allargare la struttura della cooperativa. Voglio essere prudente, anche se mi consola sapere che in questo momento i forni industriali sono quelli che hanno meno difficoltà di quelli artigianali».
Sette sono le cooperative che si danno da fare all'interno del Panificio Toscano, che ha anche una sede a Firenze e a Collesalvetti. «Devo ringraziare i miei ex titolari dell'azienda che hanno provvisto alla mia formazione con un costante aggiornamento grazie ai corsi della Fil. Adesso però ho un sogno: quello di fare l'insegnante e dare la possibilità di imparare un mestiere a tanti figli di miei connazionali».
Certo, non è un lavoro come tutti gli altri. C'è da faticare tanto, soprattutto in estate quando la temperatura esterna sale e sudare sette camicie davanti a un forno a legna non è propriamente il massimo. «Lavoro dodici mesi all'anno su dodici. Mai un giorno di riposo tranne che per le festività», racconta il panificatore. Manca solo un documento che metta il sigillo alla sua attività pratese: la cittadinanza italiana. «La richiesta al Ministero l'ho fatta cinque anni fa. Ancora tutto è fermo. Sono stanco di dover fare le file alla Questura per rinnovare il permesso per me e la mia famiglia».
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