Il Tirreno

Prato

Nella "Città proibita"dove i cinesi studiano per diventare italiani

Maria Lardara
Nella "Città proibita"dove i cinesi studiano per diventare italiani

Alla lavagna Liu Shan spiega come si fa a dividere in sillabe una parola italiana. Una signora di mezza età con gli occhi a mandorla alza la mano: non gli torna il termine "banco" e giustamente chiede delucidazioni all'insegnante

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PRATO. Alla lavagna Liu Shan spiega come si fa a dividere in sillabe una parola italiana. Una signora di mezza età con gli occhi a mandorla alza la mano: non gli torna il termine "banco" e giustamente chiede delucidazioni all'insegnante. Poi quel "siusi" (in italiano, intervallo) accompagnato da uno schiocco di dita della maestra: nel mezzo di una calda mattinata di luglio, inizia la ricreazione alla "Città proibita" di San Paolo.
Nulla a che vedere con il monumento imperiale di Pechino: alla scuola d'italiano fondata da Liu Shan, in tasca una laurea all'università di Perugia e nel sangue la passione per Chopin e il pianoforte, i ragazzi cinesi imparano l'abc della lingua di Dante e Petrarca in modo da prepararsi per settembre, quando torneranno sui banchi delle superiori e delle medie. Alcuni di loro sono arrivati da poco dalla Cina e non sanno come mettere insieme una parola di italiano. C'è poi chi non ce la fa a seguire le lezioni, magari stanco dopo aver dato una mano a babbo e mamma al lavoro, e ne approfitta per una dormitina sul banco.
«Luglio e agosto - spiega Liu - sono mesi cruciali per la nostra attività didattica. Rimanendo aperti, diamo a questi giovani una possibilità d'integrazione attraverso l'apprendimento dell'italiano che consente loro di inserirsi nella società pratese».
Così, mentre la scuola pubblica è in vacanza, quella cinese va avanti tra libri di grammatica bilingue ed esercizi alla lavagna. Tutto questo privatamente, visto che per un mese di lezioni, con il modulo del tempo pieno, si spendono 130 euro.
«Ma da noi i ragazzi si possono fermare anche una settimana, secondo il loro livello di conoscenza dell'italiano, in base al quale formiamo le classi. Ai giovani cinesi - prosegue la direttrice della "Città proibita" - interessa studiare l'italiano più dei loro genitori che sono arrivati a Prato molti anni fa».
Trentanove anni, originaria dello Hunan (la stessa provincia di Mao Zedong), Liu ha realizzato un sogno, aprendo una scuola d'italiano a Prato, e l'ha chiamata come il simbolo di Pechino. Non solo. Consapevole dell'importanza dello strumento linguistico per tanti suoi connazionali, Liu ha messo in piedi una struttura analoga a Empoli e il 15 luglio ne ha inaugurato un'altra all'Osmannoro, in zona Metro. «Lì s'insegna anche l'inglese, con l'ausilio di professori madrelingua» racconta soddisfatta. Lei stessa abituata a stare dietro la cattedra, Liu Shan è fiera di collaborare con Eva, Valentina, Anna, Azzurra, Luisa e Giulia: sono le ragazze italiane laureate in lingua e letteratura cinese, che si alternano nell'attività didattica in base ai differenti moduli d'insegnamento.
Si respira insomma aria di multicultura, in queste tre aule di via Donizetti. «Le mie collaboratrici sono tutte assunte regolarmente - assicura Liu - Ho voluto dare loro un'opportunità professionale e, dal canto loro, i ragazzi si trovano a loro agio con un' insegnante italiana».

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