Sicurezza
Gli artigiani con le spalle al muro
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Due artigiane affiggono articoli di giornale sulla crisi del tessileSiamo alla stretta finale per le aziende terziste del distretto tessile pratese. Ora ci sono le tasse da pagare, anche 40mila euro per qualcuno, e con le ferie alle porte, non c'è da pensare alle vacanze. Tutt'altro. Gli ordini non arrivano e c'è da non dormire la notte con il chiodo fisso di non sapere come fare a riaprire a settembre.
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PRATO. Siamo alla stretta finale per le aziende terziste del distretto tessile pratese. Ora ci sono le tasse da pagare, anche 40mila euro per qualcuno, e con le ferie alle porte, non c'è da pensare alle vacanze. Tutt'altro. Gli ordini non arrivano e c'è da non dormire la notte con il chiodo fisso di non sapere come fare a riaprire a settembre.
Per qualcuno sarebbe più semplice chiudere il 31 luglio mettendo i macchinari in vendita, ma i soldi della rottamazione non basterebbero a rimettere i debiti con le banche. E poi ci sono le fidejussioni firmate, a volte la propria non è bastata e gli istituti di credito hanno preteso garanzie anche dai soci e dalle rispettive mogli. Di fronte a questa situazione di emergenza le aziende artigiane lanciano in coro il loro ultimo grido d'allarme attraverso la voce del movimento conto terzi, costituito liberamente da un primo gruppo di ventiquattro artigiani e riunitosi pubblicamente per lanciare un ultimo appello alle associazioni, al tavolo di distretto e alle istituzioni politiche e finanziarie: "Aiutateci almeno a chiudere". Secondo i dirigenti del nuovo Movimento conto terzi i calcoli delle associazioni artigiane stimerebbero in circa 200 le imprese ormai fuori mercato e pronte a cessare l'attività; ma servono (stima anche questa delle associazioni) circa nove milioni di euro. Per questo si chiedono contributi pubblici. «E' come se si fosse verificato un terremoto - interviene Manuela Biliotti - una calamità naturale si è avventata su di noi, e anche se non fa rumore le case le perderemo davvero. Serve immediatamente di bloccare tutto se vogliamo evitare che si verifichino altri suicidi, come è già accaduto negli ultimi mesi».
Il primo problema da affrontare è quello del credito. Gli artigiani chiedono dove siano finiti i soldi che lo Stato dichiara di aver dato agli istituti di credito per salvare le piccole imprese. «Noi non ne abbiamo visti - spiega Fabrizio Coppini -. Le banche continuano a negarci i finanziamenti e a chiedere garanzie e fidejussioni; al contempo, sugli anticipi fattura continuiamo a pagare dal sette al dieci per cento di interesse. E se siamo in difficoltà a pagare le rate, la risposta è mettere in mano tutto a un'agenzia di recupero crediti». Alessandro Benericetti rincara la dose anche per istituzioni e associazioni: «Il Tavolo di distretto è arrivato quando era ormai troppo tardi, e le associazioni artigiane che dovevano rappresentarci non ci hanno dato visibilità. Possiamo anche morire».
Quello della morte è un messaggio ricorrente, reso ancora più efficace dall'allestimento interno al magazzino dell'Orditura A che ha ospitato l'incontro dove sono stati appesi cappi evocativi del gesto più sconsiderato.
Poi la questione della rottamazione. «Non siamo meno importanti della Fiat - spiegano gli artigiani -, perché siamo stati l'asso portante per l'economia di questo distretto. Per i macchinari tessili c'è ormai più offerta che domanda».
Barbara Burzi
Per qualcuno sarebbe più semplice chiudere il 31 luglio mettendo i macchinari in vendita, ma i soldi della rottamazione non basterebbero a rimettere i debiti con le banche. E poi ci sono le fidejussioni firmate, a volte la propria non è bastata e gli istituti di credito hanno preteso garanzie anche dai soci e dalle rispettive mogli. Di fronte a questa situazione di emergenza le aziende artigiane lanciano in coro il loro ultimo grido d'allarme attraverso la voce del movimento conto terzi, costituito liberamente da un primo gruppo di ventiquattro artigiani e riunitosi pubblicamente per lanciare un ultimo appello alle associazioni, al tavolo di distretto e alle istituzioni politiche e finanziarie: "Aiutateci almeno a chiudere". Secondo i dirigenti del nuovo Movimento conto terzi i calcoli delle associazioni artigiane stimerebbero in circa 200 le imprese ormai fuori mercato e pronte a cessare l'attività; ma servono (stima anche questa delle associazioni) circa nove milioni di euro. Per questo si chiedono contributi pubblici. «E' come se si fosse verificato un terremoto - interviene Manuela Biliotti - una calamità naturale si è avventata su di noi, e anche se non fa rumore le case le perderemo davvero. Serve immediatamente di bloccare tutto se vogliamo evitare che si verifichino altri suicidi, come è già accaduto negli ultimi mesi».
Il primo problema da affrontare è quello del credito. Gli artigiani chiedono dove siano finiti i soldi che lo Stato dichiara di aver dato agli istituti di credito per salvare le piccole imprese. «Noi non ne abbiamo visti - spiega Fabrizio Coppini -. Le banche continuano a negarci i finanziamenti e a chiedere garanzie e fidejussioni; al contempo, sugli anticipi fattura continuiamo a pagare dal sette al dieci per cento di interesse. E se siamo in difficoltà a pagare le rate, la risposta è mettere in mano tutto a un'agenzia di recupero crediti». Alessandro Benericetti rincara la dose anche per istituzioni e associazioni: «Il Tavolo di distretto è arrivato quando era ormai troppo tardi, e le associazioni artigiane che dovevano rappresentarci non ci hanno dato visibilità. Possiamo anche morire».
Quello della morte è un messaggio ricorrente, reso ancora più efficace dall'allestimento interno al magazzino dell'Orditura A che ha ospitato l'incontro dove sono stati appesi cappi evocativi del gesto più sconsiderato.
Poi la questione della rottamazione. «Non siamo meno importanti della Fiat - spiegano gli artigiani -, perché siamo stati l'asso portante per l'economia di questo distretto. Per i macchinari tessili c'è ormai più offerta che domanda».
Barbara Burzi
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