Sicurezza
Prato, l'ex città felix con il Pd travolto dalla sindrome cinese
◗
Roberto Cenni festeggiato al suo arrivo in Comune da nuovo sindacoEx comunisti diventati della Lega, ex città felix. Viaggio nella città in piena crisi, dove ce l'hanno con i 20.000 della comunità straniera perché evadono le tasse, non pagano le multe, non rispettano le regole, lavorano a basso prezzo. Dopo 63 anni la sinistra ha perso a Prato, e il Pd è stato letteralmente travolto dalla sindrome cinese
3 MINUTI DI LETTURA
dall'inviato Mario Lancisi
PRATO. L'edicolante di piazza San Marco, nel centro storico, racconta di essere tornato alle urne, dopo 17 anni, per un vecchio conto in sospeso con la sinistra. Abitava vicino ad alcune aziende cinesi molto rumorose. Protestò in Comune e con l'Arpat, ma gli fu risposto di cambiare casa, almeno così racconta. Lui ci rimase così male che cambiò casa, ma anche partito: smise di votare per il Pci e divenne leghista. «E domenica, di fronte alla possibilità di mandare a casa la sinistra, sono tornato alle urne. Per votare Cenni», dichiara gongolante l'ex comunista approdato alla Lega.
Leghisti rossi. Non è l'unico pratese che in questi anni ha cambiato la camicia rossa con quella verde. A Prato in 4.917 (pari al 5,1%) hanno votato per Bossi. Tra questi anche alcuni clienti dell'edicolante. Tutti ex Pci e Ds. Ce l'hanno con i cinesi. Perché evadono le tasse, non pagano le multe, non rispettano le regole, lavorano a basso prezzo. E soprattutto ce l'hanno con la sinistra che, dicono, li ha protetti, tollerati, in tutti questi anni. Loro, i cinesi, magari sfrecciano in Mercedes, mentre i pratesi sono costretti a chiudere le aziende. «Grazie sinistra per Chinatown», si legge sui muri dell'ospedale.
Sindrome cinese. Nasce da qui, da questo intreccio tra crisi economica e difficile convivenza con i cinesi, il male oscuro che ha portato alla sconfitta di Massimo Carlesi, il candidato del Pd, e alla vittoria dell'industriale Roberto Cenni, Pdl, il patron della Sasch. Millecinquecento voti li hanno divisi al ballottaggio. Sono pochi, ma storici: dopo 63 anni la sinistra ha perso a Prato. Il Pd è stato letteralmente travolto dalla sindrome cinese.
Oltre 20mila cinesi. La Chinatown pratese è la prima comunità in Italia con 2.700 aziende, 17mila addetti e 1,8 miliardi di euro di volume d'affari. In una città di 185mila abitanti gli immigrati regolari sono almeno 18.500 e oltre 5mila quelli clandestini. La sfida tra i due distretti - il pratese e il cinese - è ad armi impari. Grazie anche all'estesa illegalità, sia fiscale che contributiva, i cinesi sfornano prodotti a prezzi altamente competitivi.
La crisi del tessile. Di contro nel distretto tessile pratese, dal 2001 a oggi, hanno chiuso il 25% delle aziende e 10mila persone hanno perso il posto di lavoro. Una volta i telai giravano a pieno regime e producevano il 60% della ricchezza pratese. «Siamo un'Alitalia 2, ma pochi se ne sono accorti», osservava nei mesi scorsi Riccardo Marini, presidente dell'Unione industriali. Che oggi esulta per la vittoria di Cenni: «I pratesi hanno detto che vogliono un sistema diverso di amministrare la città. Un cambio di passo. Quello del fare». Le due città, quella dei pratesi e quella dei cinesi, in realtà non si sono mai integrate. L'equilibrio si è retto finché i telai giravano. Finché cioè a Prato c'era ricchezza diffusa. «La città ha perso il senso della sua missione condivisa. Quando l'economia andava bene, il welfare era forte e i servizi sociali e le infrastrutture funzionavano. La crisi del tessile, l'alto livello dell'immigrazione e l'emergere di nuovi strati sociali ha rotto questo equilibrio», osserva Andrea Lulli, parlamentare del Pd.
Non più città felix. Prato non è più la città felix e prosperosa. Fortemente dinamica. Il terzo polo nazionale per export via aerea, per dire. E il suo declino economico e sociale ha nel voto di domenica il suggello politico. «Non è che non ci fossimo accorti di quello che stava succedendo. Non a caso abbiamo cercato di cambiare rotta, cambiando sindaco e presidente della Provincia. Il problema è che le nostre risposte non sono state all'altezza della sfida», spiega Lulli. Che aggiunge: la crisi di Prato rischia di estendersi a tutta la Toscana. O almeno all'area metropolitana che va da Firenze a Pistoia. La parte più ricca della regione, ma anche quella dove il Pd è stato costretto al ballottaggio. Lo zoccolo non è più duro...
PRATO. L'edicolante di piazza San Marco, nel centro storico, racconta di essere tornato alle urne, dopo 17 anni, per un vecchio conto in sospeso con la sinistra. Abitava vicino ad alcune aziende cinesi molto rumorose. Protestò in Comune e con l'Arpat, ma gli fu risposto di cambiare casa, almeno così racconta. Lui ci rimase così male che cambiò casa, ma anche partito: smise di votare per il Pci e divenne leghista. «E domenica, di fronte alla possibilità di mandare a casa la sinistra, sono tornato alle urne. Per votare Cenni», dichiara gongolante l'ex comunista approdato alla Lega.
Leghisti rossi. Non è l'unico pratese che in questi anni ha cambiato la camicia rossa con quella verde. A Prato in 4.917 (pari al 5,1%) hanno votato per Bossi. Tra questi anche alcuni clienti dell'edicolante. Tutti ex Pci e Ds. Ce l'hanno con i cinesi. Perché evadono le tasse, non pagano le multe, non rispettano le regole, lavorano a basso prezzo. E soprattutto ce l'hanno con la sinistra che, dicono, li ha protetti, tollerati, in tutti questi anni. Loro, i cinesi, magari sfrecciano in Mercedes, mentre i pratesi sono costretti a chiudere le aziende. «Grazie sinistra per Chinatown», si legge sui muri dell'ospedale.
Sindrome cinese. Nasce da qui, da questo intreccio tra crisi economica e difficile convivenza con i cinesi, il male oscuro che ha portato alla sconfitta di Massimo Carlesi, il candidato del Pd, e alla vittoria dell'industriale Roberto Cenni, Pdl, il patron della Sasch. Millecinquecento voti li hanno divisi al ballottaggio. Sono pochi, ma storici: dopo 63 anni la sinistra ha perso a Prato. Il Pd è stato letteralmente travolto dalla sindrome cinese.
Oltre 20mila cinesi. La Chinatown pratese è la prima comunità in Italia con 2.700 aziende, 17mila addetti e 1,8 miliardi di euro di volume d'affari. In una città di 185mila abitanti gli immigrati regolari sono almeno 18.500 e oltre 5mila quelli clandestini. La sfida tra i due distretti - il pratese e il cinese - è ad armi impari. Grazie anche all'estesa illegalità, sia fiscale che contributiva, i cinesi sfornano prodotti a prezzi altamente competitivi.
La crisi del tessile. Di contro nel distretto tessile pratese, dal 2001 a oggi, hanno chiuso il 25% delle aziende e 10mila persone hanno perso il posto di lavoro. Una volta i telai giravano a pieno regime e producevano il 60% della ricchezza pratese. «Siamo un'Alitalia 2, ma pochi se ne sono accorti», osservava nei mesi scorsi Riccardo Marini, presidente dell'Unione industriali. Che oggi esulta per la vittoria di Cenni: «I pratesi hanno detto che vogliono un sistema diverso di amministrare la città. Un cambio di passo. Quello del fare». Le due città, quella dei pratesi e quella dei cinesi, in realtà non si sono mai integrate. L'equilibrio si è retto finché i telai giravano. Finché cioè a Prato c'era ricchezza diffusa. «La città ha perso il senso della sua missione condivisa. Quando l'economia andava bene, il welfare era forte e i servizi sociali e le infrastrutture funzionavano. La crisi del tessile, l'alto livello dell'immigrazione e l'emergere di nuovi strati sociali ha rotto questo equilibrio», osserva Andrea Lulli, parlamentare del Pd.
Non più città felix. Prato non è più la città felix e prosperosa. Fortemente dinamica. Il terzo polo nazionale per export via aerea, per dire. E il suo declino economico e sociale ha nel voto di domenica il suggello politico. «Non è che non ci fossimo accorti di quello che stava succedendo. Non a caso abbiamo cercato di cambiare rotta, cambiando sindaco e presidente della Provincia. Il problema è che le nostre risposte non sono state all'altezza della sfida», spiega Lulli. Che aggiunge: la crisi di Prato rischia di estendersi a tutta la Toscana. O almeno all'area metropolitana che va da Firenze a Pistoia. La parte più ricca della regione, ma anche quella dove il Pd è stato costretto al ballottaggio. Lo zoccolo non è più duro...
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
