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La Sasch accusata di evasione fiscale

Paolo Nencioni
La Sasch accusata di evasione fiscale

Contestato l'uso di fatture per operazioni inesistenti negli anni 2002 e 2003 al fine di abbattere l'Iva di oltre due milioni di euro

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PRATO. Antonio Rosati, presidente del consiglio di amministrazione della Sasch, è stato rinviato a giudizio con l'accusa di aver usato fatture per operazioni inesistenti al fine di evadere l'Iva che l'azienda avrebbe dovuto pagare negli anni fiscali 2002 e 2003. A dieci giorni dalle elezioni amministrative nelle quali Roberto Cenni, socio di riferimento della Sasch insieme alla moglie Elena Rosati, si è candidato col Pdl per la poltrona di sindaco, non si può non pensare alle conseguenze che questa notizia potrà avere sul risultato del voto.

Cenni non è indagato nel procedimento penale, ma era ovviamente a conoscenza di conti dell'azienda e condivide la linea seguita dal presidente del consiglio di amministrazione.  Conviene comunque stare ai fatti, che sono i seguenti (anche se non è stato facile ricostruirli, stante il riserbo delle parti in causa).  Tutto nasce da una verifica della guardia di finanza, che nei suoi periodici controlli decide di controllare i conti della Sasch (la sede legale è a Prato in via Fra' Bartolomeo nello studio del commercialista Annibale Viscomi).

I finanzieri tornano a casa con un po' di materiale e di lì a poco contestano all'azienda di aver usato fatture per operazioni inesistenti per abbattere l'Iva. L'evasione fiscale viene quantificata in oltre due milioni di euro e sarebbe relativa agli anni fiscali 2002 e 2003. In particolare si parla di fatture provenienti dall'area asiatica, Thailandia, Bangladesh e altri paesi della regione.
L'articolo 2 del decreto legislativo 74/2000, quello ora contestato ad Antonio Rosati, punisce chiunque utilizzi «fatture o altri documenti per operazioni inesistenti» al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto. La pena varia da un anno e sei mesi a sei anni, a seconda dell'importo sottratto.

Ma la Sasch, di primo acchito, preferisce vedersela con l'Agenzia delle entrate (come ricorda anche lo stesso Cenni nell'articolo a fianco). Nell'estate del 2004, secondo quanto sostiene Cenni, i commercialisti della società trovano un accordo con l'Agenzia e viene chiusa una transazione per meno di 200.000 euro.  Il problema, per la Sasch e il suo amministratore, è che parallelamente al procedimento fiscale va avanti quello penale. Il fascicolo, coi tempi lenti della giustizia, fa il suo corso e finalmente, ieri, approda davanti al giudice dell'udienza preliminare Anna Liguori.

A difendere Antonio Rosati dovrebbe esserci l'avvocato fiorentino Gaetano Berni, che però ha fatto pervenire una nota in cui dice che non potrà essere presente per altri impegni (in gergo, legittimo impedimento). Ma il giudice decide che si può andare avanti comunque con l'avvocato mandato dallo studio Berni (cosa che manderà su tutte le furie la difesa) e dopo una veloce camera di consiglio l'imputato viene rinviato a giudizio.

Sarà il Tribunale a decidere se, come sostiene la Procura, sono state usate carte false per evadere l'Iva, oppure, come sostiene la difesa, era tutto in regola e si è trattato soltanto di una diversa interpretazione delle stesse carte.  Nel frattempo è ancora tutto da valutare l'impatto che potrà avere questa novità sulla campagna elettorale che è entrata nella sua fase più calda.

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