Il Tirreno

Prato

Crisi, anche le parrucchiere piangono

Maria Lardara
Crisi, anche le parrucchiere piangono

Anche risparmiare dieci o venti euro su una permanente o su un taglio dei capelli può far comodo. C’è chi rimanda, chi sceglie soluzioni più economiche. Negli ultimi mesi molti negozi di parrucchiera e di barbiere hanno visto calare notevolmente la mole di lavoro

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 PRATO. Quando si dice... avere un diavolo per capello. Soprattutto se per la vigilia di Pasqua si sono fatte vedere solo due clienti, e se si pagano le tasse per tenere aperto un negozio quando in città proliferano tante parrucchiere a domicilio. Idem per le estetiste che quando vanno a casa, chiedono solo 20 euro per una ricostruzione delle unghie.

 A dire basta alla piaga del lavoro nero che circola all’interno della sua categoria è Graziella Tuci, un’acconciatrice pratese che sta ancora scontando l’amarezza per aver fatto solo due appuntamenti il sabato prima di Pasqua. «Il bello è che non posso neanche lasciare l’attività perché mi costerebbe più chiudere il negozio che tenerlo aperto. A questo punto cerco di tenere duro per altri tre anni prima della pensione». Le ha inventate tutte, questa maga del capello per vedere di attirare la clientela, come quella di far pagare a sole 35 euro un trattamento comprensivo di piega, shampoo colorante e ristrutturante: «Questa crisi economica disorienta la gente che vuole spendere poco senza sapere cosa c’è dietro la nostra attività, con gli studi di settore che c’impongono di fare ricevute per quello che non si è lavorato, in modo da essere congrui con i parametri fiscali».

 E poi ci sono quelle che, armate di tutti i ferri del mestiere, vanno nelle case dei pratesi per un taglio o una piega. «Sono i cittadini ad alimentare questo mercato del nero - denuncia la Tuci - ma la responsabilità è anche dei grossisti che non si fanno scrupolo di vendere i loro prodotti professionali anche a domicilio. E poi ci sono le ragazze che escono dalle scuole, dopo aver speso anche 6mila euro per imparare una professione, e che con questa crisi si ritrovano senza un lavoro. Ma fare una tintura a casa può essere pericoloso per via delle sostanze chimiche contenute nei prodotti e che potrebbero procurare allergie».

 Che ci sia sempre più un nesso tra la crisi economica e l’irregolarità delle parrucchiere (e delle estetiste) a domicilio lo sa bene anche Barbara Catani del negozio “Team Daria”. «Chi ha dismesso l’attività perchè non ce la fa a pagare i debiti si ricicla andando a fare i capelli a casa. Non c’è da stupirsi: i soldi girano meno in città e la gente ci pensa due volte prima di fare un trattamento, preferendo magari diluire le spese del taglio e del colore».

 Nemmeno i centri di bellezza sono indenni da questo boom di lavoro nero. C’è chi, come Elisabetta Brachi, punta il dito contro le associazioni di categoria, accusate di «non fare niente per la categoria e per far valere il rispetto delle regole». L’estetista fa un esempio: «Mi sono rivolta al Tar perché era vietato usare la luce pulsata per le depilazioni. Dovrebbero essere le associazioni a interessarsi di queste questioni, tutelandoci di più e mettendoci in condizione di pagare meno». Elena Vannucchi del “Giardino dell’Eden”, infine, torna sul tasto dolente delle colleghe a domicilio. «Troppo facile chiedere 20 euro per una ricostruzione delle unghie se non si pagano le tasse».

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