Il Tirreno

Prato

L'abbraccio mortale di Chinatown

Ileana Reali
L'abbraccio mortale di Chinatown

Cifre choc: zero iscritti ai sindacati, due soli infortuni sul lavoro denunciati

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Quasi due miliardi di giro d’affari. Di cui la metà in nero. Diciassettemila lavoratori in regola più altrettanti clandestini. 3.528 aziende attive che aprono e chiudono nel tempo di un batter di mano: su 100 aziende aperte che producono abiti, 60 chiudono entro un anno. Contratti che durano nel 46% di casi meno di sei mesi senza che mai nessuno venga licenziato: tutte dimissioni volontarie. Eccoli parte dei numeri e delle patologie del distretto nel distretto. Dati che si riferiscono alle attività dei cinesi di Prato. Una potenza economica che concede ampi spazi all’illegalità, una gigantesca piovra, che in appena 18 anni è lievitata fino a cingere, in un abbraccio che stringe e soffoca, l’economia del sistema tessile e dell’abbigliamento.

Oggi, dopo 18 anni dall’arrivo dei primi membri della comunità asiatica in quella che era la città manifatturiera più importante d’Europa, Prato apre gli occhi senza poter far finta di non vedere, senza potersi girare dall’altra parte. Lo fa leggendo le ottanta pagine del libro “L’assedio cinese. Il distretto parallelo del pronto moda a Prato” della giornalista Silvia Pieraccini che, con un lavoro certosino, ha messo in fila cifre, numeri e testimonianze dipingendo un quadro che fa impallidire anche chi questa realtà l’ha vista crescere, giorno dopo giorno, come alimentata da anabolizzanti.

La comunità cinese è diventata maggiorenne. E di piccolo ormai sembra non avere più niente. Se non i numeri della legalità e dell’integrazione con appena un imprenditore associato a Confindustria, zero lavoratori iscritti al sindacato, 2 infortuni sul lavoro denunciati in tutto il 2007, solo la metà delle aziende individuali iscritte all’Inail e appena 73 lavoratori italiani alle dipendenze delle società di capitali guidate da cinesi. «Ci troviamo davanti a un paradiso fiscale», commenta senza mezzi termini il presidente degli industriali pratesi Riccardo Marini che con la sua associazione - e il Sole24ore - ha collaborato alla realizzazione del libro.

«Una situazione preoccupante e lesiva dell’immagine del distretto e dell’intero made in Italy (etichetta che i cinesi di Prato possono tranquillamente e legittimamente utilizzare ndr) che vive come un corpo estraneo nella nostra realtà ma che rischia di creare frizioni e intemperanze oltre a fenomeni di imitazione tra i nostri imprenditori. Temo che prima o poi ci sarà un artigiano che si stancherà di veder passare un cinese in bici per poi vederlo ripassare dopo una manciata di mesi in Porsche Cayenne mentre lui non ha potuto far niente di simile in una vita di lavoro».

Una situazione preoccupante che mette in un angolo il fatto che la crescita di quel distretto parallelo in parte è stata agevolata, almeno agli inizi, da quegli imprenditori italiani che pensarono di arricchirsi sfruttando i primi arrivati e che una percentuale dei soldi dell’economia cinese sta alimentando parte dell’economia cittadina. «Non nego - aggiunge l’industriale Marini - che c’è qualcuno che lavora e si arricchisce con la comunità cinese né tantomeno che 18 anni fa ci furono imprenditori che sfruttarono il lavoro offerto a basso costo. Ma oggi, e ormai da diversi anni, il distretto tessile tradizionale pratese e quello dell’abbigliamento cinese quasi non si toccano».

Del resto coloro che svolgevano attività similari hanno già chiuso (le confezioni con titolari italiani si contano sulle dita delle mani) e quelli che rimangono, i produttori di filati e tessuti, non riescono a vendere quasi niente ai cinesi che per i loro abiti utilizzano stoffe, importate dalla Cina, che costano un euro al metro contro i 10, di media, di quelle prodotte a Prato. Più passa il tempo e più il distretto cinese diventa autonomo anche nei servizi. Da qualche anno sono nati i primi produttori di accessori (bottoni, cerniere..), ci sono già 12 importatori (l’import di tessuti è aumentato del 3.060% in 10 anni) e adesso, ultima novità, anche il trasporto è affidato alle neonate aziende di spedizioni dagli occhi a mandorla.

Chi non soffre per la presenza degli imprenditori cinesi ad oggi sono alcuni commercialisti che battagliano, un giorno sì e l’altro no, con gli enti chiamati ad accertare il lavoro nero (a onor del vero con difficoltà di coordinamento e risultati deludenti nel recupero delle cifre evase), i rivenditori di auto superlusso, i proprietari di capannoni industriali, i costruttori e gli immobiliaristi. Ma anche in quest’ultimo settore qualcosa già si muove. Gli imprenditori cinesi hanno cominciato a costruire da soli. I palazzi li costruiscono con 4 o 5 muratori regolari. Ovviamente sono assunti con contratti part time.

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