Il Tirreno

Prato

Il buco nero dei money transfer

Paolo Nencioni
Il buco nero dei money transfer

In meno di due anni 620 milioni di euro da Prato alla Cina

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PRATO. In meno di due anni hanno preso il volo 620 milioni di euro. A tanto ammontano i trasferimenti di denaro da Prato verso la Cina passati dal circuito dei “money transfer” e censiti dalla guardia di finanza. Un solo sportello, come anticipato nei giorni scorsi, avrebbe raccolto e dirottato verso oriente la bellezza di mezzo miliardo di euro nel solo 2007. E’ questa la cifra che più colpisce tra quelle fornite ieri dal comandante provinciale delle Fiamme gialle, tenente colonnello Marco Defila, per fare il punto sui controlli amministrativi in tema di norme valutarie e attività anti-riciclaggio. Si tratta di un’attività ancora in corso e che potrebbe avere in tempi brevi «ulteriori rilevantissimi sviluppi investigativi», come avverte la Finanza. Intanto stiamo ai risultati già ottenuti, che sono eclatanti. Le ispezioni anti-riciclaggio hanno riguardato 14 money transfer gestiti da pachistani, cinesi e maghrebini. Sette controlli si sono già conclusi e in quattro casi hanno fatto emergere irregolarità nella tenuta dei registri. Questo non significa che sia stato provato il trasferimento all’estero di proventi di attività illecite, ma c’è comunque il forte sospetto.

L’impressione degli inquirenti è che una bella fetta dei soldi spediti in Cina non vengano da Prato, ma anche da altre comunità orientali presenti in Italia e probabilmente anche dall’estero. Il motivo di questo fenomeno è ufficialmente spiegato con la posizione baricentrica di Prato, ma le ragioni devono essere anche altre, finora non spiegate. Il Comitato analisi strategica anti-terrorismo ha comunque escluso rischi di infiltrazioni. Venendo alle altre cifre, sono oltre 70 i soggetti residenti in provincia di Prato ai quali sono state contestate violazioni alle norme valutarie per importi che superano i 16 milioni di euro. Circa il 30% dei controlli si riferisce a cittadini stranieri, per lo più cinesi, a cui sono state contestate irregolarità per 8 milioni. In questo caso le sanzioni possono arrivare fino al 40% dell’importo. Il caso classico è quello di trasferimenti oltre la soglia dei 12.500 euro, una soglia che il decreto 231/2007 ha recentemente abbassato, dallo scorso 30 aprile, a 5.000 euro. Dunque la pacchia potrebbe essere finita. Il Nucleo di polizia tributaria sta indagando su 116 segnalazioni di operazioni sospette, su impulso dell’Ufficio informazione finanziaria e del Nucleo di polizia valutaria.

In gran parte si tratta di operazioni compiute da soggetti italiani, che sono ritenute sospette o per l’importo oppure per la mancanza di requisiti economici alla base. Le irregolarità valutarie si accompagnano spesso a reati di natura tributaria, vale a dire evasione. Solo nei primi quattro mesi di quest’anno sono stati colti in castagna due gruppi di cinesi: al primo, nel campo dei pronto moda, viene contestata un’evasione Iva di 5 milioni di euro; al secondo una sottrazione al fisco di una base imponibile di un milione. Sullo sfondo c’è questa storia dei money transfer, che secondo il tenente colonnello Defila nascono come funghi grazie a un buco legislativo: finora è bastato chiedere l’autorizzazione e godere della regola del silenzio-assenso. La legislazione, secondo il comandante, non aiuta nemmeno nei normali controlli alle confezioni, dove non è consentita la confisca dei macchinari irregolari o usati da chi sfrutta la manodopera clandestina. Basterebbe l’inasprimento delle sanzioni amministrative; un inasprimento, però, che non è pienamente nei poteri di Comuni e Regione.

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