Il Tirreno

Prato

Crisi del tessile

Cinquemila posti a rischio previsione choc per il tessile

Ilenia Reali
Cinquemila posti a rischio previsione choc per il tessile

Prato vista dall'economista Marco Fortis esperto di distretti. Le prospettive sono fosche «Dati drammatici, la crisi è profonda»

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MILANO. Il futuro del distretto tessile di Prato non ha i colori caldi delle rose delle aiuole che costeggiano il viale del Foro Buonaparte, dov'è la sede della Fondazione Edison di Milano. Di quelle rose ha semmai le spine. Ha il dolore dell'ansia che cresce nel petto. Perché futuro, per Prato, significa ancora - e ancora - crisi. Crisi profonda e incertezza per un domani per cui le carte buone da giocare per vincere la partita sono pochissime.
 Gli anni a venire saranno grigi. Plumbei come il cielo che annuncia il temporale. Questo almeno secondo la previsione di Marco Fortis, vicepresidente della fondazione di studi e ricerche milanese, economista esperto di distretti tra i più noti d'Italia. E ospite, con Emma Marcegaglia, del palazzo dell'Industria di via Valentini nel giorno di insediamento del nuovo presidente degli industriali pratesi il 28 maggio.
 Fortis è schietto nella sua analisi. Niente parole che diano adito a false speranze. «Non c'è da stare allegri», è la frase che pronuncia più volte. Un annuncio di nuovi patimenti sempre collegati al nome della città tessile toscana.
 E allora partiamo dai numeri. «Numeri drammatici». Quasi un bollettino di guerra. 10.000 i posti di lavoro persi tra il 2001 e il 2006, 500 milioni di euro la cifra che manca dalle esportazioni dei tessuti nello stesso periodo, 1.697 la diminuzione del valore aggiunto pro capite nell'ultima manciata di anni, 28,3% il calo dei consumi elettrici. Una previsione ottimistica di altri 5.000 posti di lavoro a rischio nei prossimi sei anni.
 E a questo si aggiunge una Cina che non lascia respiro, una politica europea che ha girato la faccia altrove, un dimensionamento aziendale inadeguato per reagire con forza, un distretto parallelo che riduce i margini di manovra, una tradizione che non ha certo contribuito a fare della qualità eccellente dei suoi prodotti la bandiera del distretto.
 I DATI ISTAT.  «Le nuove statistiche Istat sul valore aggiunto - va dritto al nocciolo Fortis - mostrano in modo drammatico cosa è accaduto nelle province tessili tra il 2001 e il 2005. Il valore aggiunto pro capite dell'industria in senso stretto è regredito in province come Prato, Biella e Como. Prato è sceso dal quarto al quattordicesimo posto tra le province italiane, Biella dal nono al ventunesimo e Como dal diciassettesimo al diciannovesimo. Nel valore complessivo pro capite per lo stesso periodo Prato scende dal quattordicesimo posto al trentesimo, Biella dal ventinovesimo al cinquantesimo, Como dal trentaquattresimo al quarantasettesimo. Prato ha perso in quattro anni 1.697 euro di valore aggiunto per abitante».
 «A questo si aggiunge il calo del consumo di energia elettrica - aggiunge l'economista - che racconta di un fortissimo ridimensionamento dei volumi prodotti e del numero di aziende. E il calo degli addetti va a peggiorare il quadro generale».
 I dati che mostra Fortis parlano di 10.000 posti di lavoro persi: si è passati da 41.000 a 31.000 tra il 2001 e il 2007 per il tessile (nel 1991 erano 45.000) con una crescita per l'abbigliamento di poco più di 2.000 posti.
 BIELLA NON RIDE, PERO'..  I numeri non mostrano Biella come un'isola felice ma nell'altro importante distretto tessile italiano la situazione è migliore. «Per cominciare - sottolinea Fortis - bisogna evidenziare che Biella è un distretto più piccolo due volte e mezzo Prato. Inoltre l'industria è più estesa sul territorio e può contare su più aziende medio-grandi e grandi. Un gruppo di imprese che quindi ha avuto capacità di reazione alla crisi anche piuttosto diverse. Aggiungiamo che la vocazione per i tessuti pettinati di altissima gamma ha favorito queste stesse imprese che hanno puntato sulla qualità permettendo a Biella di barcamenarsi pur nella sofferenza facendo avvertire meno la morìa dell'indotto».
 Caratteristiche che hanno giovato ai colleghi tessili. «Prato invece - è opinione di Fortis - non ha le aziende medio grandi di Biella e ha un tipo di produzione diverso, il cardato. Si aggiunge come fattore negativo la presenza della comunità cinese che ha schiacciato le attività più piccole con una concorrenza molto forte. Insomma una comunità a due passi dalle fabbriche pratesi che ha tagliato le ali a uno sviluppo a valle nel caso a qualcuno fosse venuta la briga di dire cambio un po' mestiere e mi butto sul prodotto finito. Una serie di condizioni che vedono Prato vivere uno dei casi di crisi occupazionale più forti, credo, mai verificatisi in Italia negli ultimi tempi».
 Fortis è infatti certo che il distretto pratese stia vivendo una situazione tra le più complesse mai viste negli ultimi anni. «Guardi Prato - sottolinea Fortis - e vedi tante piccole aziende. Hai la sensazione che si tratti di un'area depressa in tutta la sua globalità. Magari c'è chi se la cava un po' meglio ma complessivamente non si ha l'impressione di vedere una reazione».
  L'ASSENZA DELL'ELITE  Tra i motivi per cui Prato stenta più di altri anche il fatto che qui mancano aziende di grosse dimensioni che con le loro politiche aziendali possano dare impulso all'intero distretto. «I distretti che hanno meglio reagito - spiega Fortis - sono quelli che avevano al loro interno un numero di medie imprese in grado di adottare delle contromosse. Operazioni che poi hanno avuto una ricaduta positiva sul distretto. In Cadore, per esempio, si è reagito all'aggressione della Cina nel settore degli occhiali perché aziende come Luxottica e Safilo sono riuscite ad alzare la testa e a dare lavoro ai più piccoli che a loro volta hanno cercato di imitare i grandi raggiungendo fatturati significativi».
 L'OCCUPAZIONE.  Nel 1991 a Prato c'erano 45.000 addetti, poi negli anni successivi il calo li ha ridotti a quota 31.000. «Credo che il distretto sarà destinato a ridimensionarsi ulteriormente nei prossimi anni perché ci sono pochi segnali positivi sia per le condizioni interne sia esterne. Visto che sono stati persi 10.000 addetti in sei anni mi sento di dire che sarebbe già un successo se, nei prossimi 6, Prato riuscirà a perderne meno di 5.000. Sarebbe un risultato straordinario perché le condizioni interne sono quelle che abbiamo visto e tutte sembrano congiurare contro una reazione. Inoltre, ripeto, non c'è la possibilità di compensare l'emorragia generalizzata giocando sull'aiuto delle grandi imprese leader. E la sensazione netta è, senza giri di parole, che il fondo non sia stato toccato».
 «C'è poco da stare allegri soprattutto se a ciò si aggiunge che le condizioni esterne sono destinate a peggiorare».
 SCOMMESSA QUALITA'.  Per Fortis neppure dietro la parola qualità c'è il toccasana di Prato. Ancora: aziende troppo poco strutturate per fare un salto qualitativo realmente importante.
 «Sono personalmente convinto che in molti casi anche nei settori maturi, se si possono realizzare dei miglioramenti qualitativi, è importante che si faccia. Del resto molti dei distretti e dei settori che hanno superato i momenti difficili hanno saputo valorizzare gli aspetti qualitativi nella produzione e hanno saputo veicolare il messaggio all'esterno. Bisogna però vedere in che settore si opera».
 Ed ecco che Fortis fa alcuni esempi. E nessuno calza a pennello con la tradizione del prodotto pratese. «Elevare la qualità della calzatura pugliese era come andare nel deserto e sperare di trovare l'acqua mentre se andiamo nella zona di Fermo e Macerata troviamo una capacità di reazione grazie alla presenzadi Tod's ma anche delle nuove società emergenti come ad esempio NeroGiardini che ha cominciato a bombardare di pubblicità i potenziali acquirenti con un concetto di made in Italy abbinato a una fascia media di mercato. Insomma sono riusciti a dire, facciamo qualità a prezzi non elevati».
 In quest'area però c'erano i margini per poter fare questo tipo di operazioni: si trattava solo di investire di più, di credere di più nella missione individuata e di assecondarla, perseguirla con determinazione. «Quando si ha un'area così vasta come quella di Prato dove predominano produzioni diverse e non omogenee credo che o ci si lancia e crea una nuova casa di moda o si punta su un marchio forte nell'abbigliamento e nel tessuto. Operazioni vincenti ma da fare dove c'è la possibilità di vendere un concetto di qualità reale. Mi chiedo però se Prato è un'entità distrettuale caratterizzata da una tradizione di ottima qualità». Si potrebbe però tentare di lavorare su una campagna di stoffe sul made in Prato? «Non ci credo - è la risposta di Fortis - perché le esperienze migliori sono nate da aziende singole che hanno saputo strutturarsi e crescere come dimensione».
 Poi Fortis conclude con un'amara constatazione: «Se io fossi un amministratore toscano e pratese mi preoccuperei moltissimo perché la situazione non è da prendere sottogamba»

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