Il Tirreno

Prato

Quando le filature bruciavano per colpa delle fibbie dei calzoni

Fabio Barni

{A dieci anni vidi un cardatore con la mano intrappolata nella macchina. Non l'ho più scordato. Per questo ho il pallino della sicurezza}

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PRATO. Cresciuto a pane e fabbrica, come i tanti figli di chi da sottoposto seppe mettersi in proprio, Arnolfo Biagioli parla volentieri, e soprattutto, di lavoro. Ha però un pallino, sempre attuale e mai risolto, che si chiama sicurezza. Non aveva ancora dieci anni, del resto, che tutto solo si trovò a tu per tu, nell'azienda diretta dal padre, con un operaio al quale era rimasta una mano intrappolata in una macchina. {Quella scena mi è rimasta impressa - dice a 83 anni che suoneranno a febbraio - Non l'ho mai dimenticata e non la scorderò mai}. Partiamo dall'inizio. Dov'è nato? {A Santa Lucia, sul Bisenzio. Il tubo dell'acqua scaricava direttamente nel fiume. Il babbo era capo di una filatura}. Quanto è rimasto sul Bisenzio? {Appena quattro anni}. Perché? {Bruciò la fabbrica e con quella la casa. Lo ricordo bene anche se ero piccolo. Mi ritrovai col grembiule in mezzo alla strada}. Un disastro {Uno come tanti. A quei tempi le fabbriche bruciavano con facilità. Il primo e il secondo piano erano divisi da travi di legno. L'olio delle macchine le impregnava e bastava una scintilla a mandare tutto in fumo. Nelle filature gli incendi erano frequentissimi. Colpa delle fibbie dei calzoni}.

Come sarebbe a dire? {Allora non si vestiva come oggi. I calzoni degli operai avevano le fibbie. Se una di queste entrava nella macchina, partiva la scintilla. La scintilla volava in alto e il legno impregnato d'olio prendeva fuoco subito. Non c'era nulla da fare}. Neanche per i pompieri? {Ricordo che vennero. Ma partivano da via Convenevole su un camion che aveva ruote enormi mentre via Bologna non era ancora asfaltata. A bruciare tutto bastarono pochi minuti}. Dove vi trasferiste? {A Coiano. Anche lì la strada non era asfaltata. C'erano soltanto le case sopra e quelle sotto la chiesa}. C'erano soltano case coloniche e fabbriche. O no? {Solo qualche fabbrica. Via della Gualchiera era per metà occupata da follature che potevano prendere la prima acqua delle gore, in un punto dove il Gorone si era appena diviso in due canali}. Inutile dire che oltre a stare a stretto contatto con la fabbrica, i bambini giocavano nei campi. {A giocare bisognava stare fuori. Il gioco d'allora era il baseball pratese. Il cibbè. Si colpiva un sasso o anche un legno messo a terra per farlo volare lontano.

Doveva essere ripreso dai giocatori prima che ritoccasse terra}. E' nato in fabbrica, ha fatto il Buzzi, è un imprenditore affermato non solo nel tessile. Ma il suo pallino è la sicurezza sul lavoro. Come mai? {Ero ragazzo. Avevo 9 anni e trovai un cardatore con la mano in una macchina. Urlava e nessuno lo sentiva. Io ero lì per cercare della roba, visto che casa e fabbrica, in fondo, erano la stessa cosa. Non mi sono mai levato quell'uomo dalla testa}. Che cosa suggerisce? {Dico che bisogna parlarne di più e seriamente. Non bastano leggi o complicazioni. Il discorso è ampio e dobbiamo affrontarlo tutti insieme. Bisogna cercare di capire che cos'è un infortunio, da quali processi mentali nasce. Dovrebbe esserci la figura dello psicologo dell'infortunio che sappia rispondere alla domanda "perché una persona infila la mano in un macchinario?"}. Suo padre seppe mettersi in proprio e avere successo E' capitato a tanti pratesi. Difficile che oggi possa ricapitare ad altrettanti... {Dopo la guerra, il babbo si mise a fare tessuto. Vedete, la Prato di quei tempi, a cavallo della seconda guerra mondiale, ha avuto tanta gente valida.

C'erano persone come Vasco Sbraci che, con i tedeschi che avevano appena rastrellato due o tre fabbriche, andò a Firenze a riprendersi gli operai}. Poter contare su gente valida non è però tutto. Non trova? {Dopo la guerra, l'innovazione mercantile, tecnica e commerciale era robusta. Forse, ora ci sono persone più valide di allora, ma oggi pensano alla finanza, all'edilizia}. A quei tempi, invece? {Allora c'era fervore. Prato era una città che bolliva}. Adesso c'è una bella crisi. Come venirne fuori? {Non lo so. Mi chiedo però che cosa andranno a fare tutti quegli operai che hanno perso o perdono il posto. Ora l'industria non è più industria e non c'è speranza che possa tornare a esserlo. I figli dei capitalisti possono campare di rendita. Ma gli operai di che campano? I figli di chi ha campato di lavoro dove la trovano una rendita... Spero che chi per i prossimi anni si metterà alla guida degli industriali come di altri enti sappia pensare ai problemi e cerchi le soluzioni. Il capitalismo va bene. In situazioni come queste, però, non basta a trovare le soluzioni. Faccio soltanto un paio di esempi, che non c'entrano con la crisi. Il depuratore di Baciacavallo è nato da un'idea del Comune alla quale non hanno partecipato gli industriali. Prato Expo, che si chiamava Prato espone, è nata da un'idea di Carlo Montaini}.

Insomma, la vede buia. E la città di oggi com'è? {Mia moglie, con la quale mi sono potuto sposare soltanto pochi anni fa ma che è quella che ha tirato su i miei figli, è fiorentina. E dice che Prato è molto meglio di Firenze. Io non so giudicare. Lei dice che è molto più pulita e ordinata}. Cos'è stato fatto di buono per la città negli ultimi anni? {Ai tempi in cui Adriano Benigni era assessore, il traffico fu messo in sesto bene. Non so se le Lam, ora, siano servite a qualcosa, con tutte quelle corsie preferenziali. La gestione del traffico a Prato, negli ultimi anni, ci dimostra che cosa deve o non deve essere fatto per far andare bene le cose. Ci dice che serve meno organizzazione. Con le rotatorie, a parte qualcuna, il traffico è divenuto più scorrevole. Anziché essere costretti a obbedire rigidamente a un semaforo, gli automobilisti hanno imparato da sé, ognuno a suo modo, a gestire l'incrocio, a cogliere nello sguardo dell'altro il momento in cui passare. Invece, non so dire se l'organizzazione del traffico in tante corsie sia la soluzione giusta}. In vita sua, ovviamente, non ha fatto soltanto l'imprenditore.

Che cosa vuole ricordare di bello? {La squadra di atletica leggera che misi su insieme a dei professori di ginnastica. Avevamo ben 600 ragazzi delle scuole medie. Poi, però, ci toccò andare a Firenze e lontana dagli occhi e dal cuore quell'esperienza finì}.

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di Redazione web