Il Tirreno

Prato

Proteggo la memoria del passato. E ora anche del presente

Fabio Barni

{Dopo le testimonianze antiche pensiamo anche a conservare quelle odierne, compresi i racconti degli immigrati che vivono qui}

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PRATO. Ricorda una città tranquilla, dove il rumore dei telai scandiva quasi dolcemente la vita quotidiana della fine degli anni Cinquanta e dei primissimi anni Sessanta. La sua Prato, della quale oggi conserva tesori antichi che ben si legano alla vocazione produttiva e mercantile cittadina, era poco più del centro storico. Anzi. Appena passate le mura, dove la direttrice dell'Archivio di Stato Diana Toccafondi viveva da bambina, iniziava la campagna. Ricordi da pratese doc. Ma con qualche differenza, in barba al campanile. Quale? {Vengo da una famiglia pratese, con un ramo verso la Montagna pistoiese. Ho un cognome valbisentino ma, in realtà, mio padre proveniva dal lato opposto della Limentra}. Però è nata a Prato? {Sì e ho fatto in città parte della scuola. Da piccola, ho trascorso qui tutto il periodo delle elementari, alla Cesare Guasti}. Poi? {Per una decisione di famiglia, forse nostalgica e che non ho mai capito bene fino in fondo, ho proseguito gli studi in collegio, a Pistoia. Forse ha influto il fatto che ero l'unica femmina di quattro figli. Negli anni della scuola media, tornavo poche volte a Prato. Il collegio aveva regole rigide e ricevevamo i familiari nel parlatorio. In prima ginnasio, la situazione cominciò a cambiare.

Sentivamo già l'aria del `68. Ricordo di avere partecipato a una prima manifestazione a Pistoia vestita da collegiale}. E si diplomò con quel vestito? {No. Tornai a Prato, dove m'iscrissi al Cicognini. Anche lì, le cose stavano cambiando}. Per esempio? {Entrai dal grande portale. Poi, il liceo classico venne "periferizzato", prima di essere definitivamente trasferito. Mi diplomai un anno prima che andasse in via Baldanzi. Noi entravamo da dietro, da dove adesso si va all'ospedale. Al Cicognini, erano gli anni dell'Ammannati del quale, pur non avendolo tra i miei professori, arrivava comunque la voce della "contestazione della contestazione". Le divisioni politiche erano profonde anche tra noi studenti. Ricordo che in aula avevamo disposto i banchi intorno alla cattedra, come in Parlamento, perché c'era chi si metteva a destra e chi a sinistra}. Lei dove si collocava? {A sinistra, pur trovandomici a poco agio dal punto di vista filosofico. Da ragazzina avevo fatto letture esistenzialiste, mi ero appassionata a Kierkegaard, ma anche alla Scuola di Francoforte. Così, sentivo la sinistra di allora come una gabbia stretta e mortificante dell'aspetto creativo, delle dimensioni artistica, sentimentale e religiosa}.

Della parte d'infanzia trascorsa in città, cosa ricorda? {Diverse cose. Sono nata in via Mazzini ma ho abitato nella zona del Soccorso, in via Livi che era ancora sterrata. Ero curiosa del cartello "strada privata", che era la ragione per la quale il Comune non l'asfaltava. La strada finiva in via Arcangeli, a due passi dal centro, con un ponticino sulla gora. Anche via Arcangeli era sterrata. Nelle mattine d'inverno, quando andavamo a scuola, ci divertivamo a rompere il ghiaccio delle pozze con i piedi. A dirlo oggi, c'è da non crederci. Era una città in cui i bambini potevano girare a piedi e in cui la periferia, con le strade sterrate e qualche campo, iniziava subito dopo il centro storico}. Quali sensazioni le trasmetteva la città di allora? {Le traverse di via Zarini erano piene di stanzoni e il rumore dei telai, che non ho mai avvertito come chiasso, si fermava soltanto di domenica che era appunto associata al silenzio. Prato, poi, era una città con un accenno di campagna. Nel percorso da casa a scuola incontravamo la siepe di biancospino. Stava comunque iniziando il boom.

Al Soccorso in quegli anni iniziò il traffico. Ricordo che, per andare alla dottrina, a piedi con mio fratello minore, dovevamo attraversare via Roma. Chiedevo sempre aiuto a qualche vecchietta di passaggio}. Dopo l'elementare ha avuto la parentesi pistoiese. Come trovava Prato quando poteva tornare dal collegio? {Vedevo la città in trasformazione. D'improvviso, mi accorsi che Prato era diventata più bella. Stavano risistemando la città e avevano illuminato il Castello dell'Imperatore}. Al rientro definitivo da Pistoia, com'era la vita? {Tranquilla. Negli anni del Liceo, quando il Metastasio fece una politica di apertura agli studenti con abbonamenti a prezzo stracciato, seguii tutta la stagione teatrale. Di sera, da sola, potevo tornare a piedi dal teatro a via Livi senza il minimo problema}. Oggi com'è la città? {E' cambiata molto, a differenza di Pistoia che, pur essendo indubbiamente una bella città, è rimasta la stessa. Prato si è trasformata e, almeno fino a qualche anno fa col recupero del Bisenzio e le piste ciclabili, lo ha fatto in meglio. I pratesi restano comunque molto critici verso la loro città}. Perché? {Anche perché non si rendono conto delle potenzialità che Prato ha.

C'è differenza tra come i pratesi vivono la città e come la vedono gli altri. Per chi viene da fuori, questa è una città vivace}. Fra queste potenzialità c'è anche l'Archivio di Stato... {Conserviamo cose che tutto il mondo ci invidia. In questi anni, ci siamo aperti alla città. Solo che ogni volta è come iniziare da capo. A Prato cerchiamo spesso fuori, quando invece abbiamo tesori che non ha neppure a Firenze. Dovremmo puntare di più sulle nostre specificità, certo senza chiuderci e senza rinunciare alle collaborazioni con altre realtà, ma valorizzando di più le nostre cose}. Abbiamo davvero le carte in regola? {Sì. Già nel 1996, quando insieme al Comune facemmo il sito web dell'Archivio, un amico dagli Stati Uniti mi scrisse che Prato era una città legata al suo passato che guardava al suo futuro. Solo che è anche una città che brucia velocemente quello che fa. Le iniziative passano e nessuno le ricorda più}. Quali progetti ha l'Archivio? {Viviamo in una città-laboratorio dal punto dell'immigrazione e delle trasformazioni economiche e sociali.

Così, stiamo lavorando all'archivio come a un deposito delle memorie che non sono soltanto quelle antiche ma che devono essere, per esempio, anche quelle degli immigrati che arrivano qui}. In effetti, hanno spesso storie da raccontare {Ma corriamo il rischio che non arrivino alle generazioni future. Abbiamo un progetto per costituire questo archivio delle memorie e per evitare che succeda come a tanti nipoti d'immigrati che mi mandano e-mail dal Sud America in cerca delle loro radici}.

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