Proteste
Accogliente e solidale La città era più viva ora è più bella
Fabio Barni
«Con le cooperative ho progettato tante abitazioni. Hanno funzionato i programmi di edilizia economica»
5 MINUTI DI LETTURA
PRATO. È un pratese di quelli cresciuti fra gli anni Cinquanta e Sessanta, nella città del boom economico. Non solo. Nicola Ricchiuti, abruzzese di nascita, è uno dei tanti che giunsero a Prato da piccoli, al seguito dei genitori e di vicende familiari tanto simili e al tempo stesso tanto diverse le une dalle altre. La sua o, meglio, quella di suo padre è abbastanza originale. E comunque parecchio pratese, visto che c'entrano molto i rapporti della città col mondo.
Architetto, quando e come si trasferì in città?
«Nel 1957, a 4 anni. Venni su con la mamma e col fratellino. Il babbo c'era già da un anno. A dire il vero, non doveva rimanere qui. Prato era il suo punto d'appoggio per poi partire per l'America, dove avevamo un parente che era diventato imprenditore».
Come andò la storia?
«Il nostro parente intratteneva rapporti d'affari con un industriale tessile di Prato. Disse a mio padre di fare esperienza, lavorando da quell'industriale, prima di partire».
Ma poi non partì.
«Esatto. A Prato, il babbo si trovò bene e decise di rimanere. Il lavoro c'era. Lui stesso poteva permettersi di cambiare spesso, per migliorare. Andò in un'impresa edile, poi alla Superiride e così via. Quando la famiglia si riunì, andammo a vivere in via Erbosa».
A due passi dal centro ma in mezzo ai campi.
«Sì. E c'era ancora la gora che cambiava colore. Quando riceveva l'acqua calda, fumava. Altre volte, l'acqua era limpida. Le strade erano sterrate. Vivevamo in una via di mezzo fra la città e la campagna. Abbiamo cambiato diverse case, senza muoverci di lì, e sull'angolo con via Marini mia madre aprì poi un negozio d'ortofrutta. La vita sociale era tranquilla. La città, in quegli anni, cresceva. Cerano pratesi e immigrati, tutti ben inseriti, e la solidarietà era forte. C'era chi faceva commissioni per gli altri, chi guardava i figli piccoli alle coppie che lavoravano. L'infanzia a Prato, per me, fu un'esperienza positiva, in una città ospitale, che offriva e offre molto per l'integrazione. In generale, le famiglie conducevano una vita povera ma dignitosa».
Poi andò a scuola. Dove?
«Iniziai dalle suore in via del Seminario. Poi alla Guasti e, alle medie, alla Convenevole. M'iscrissi quindi al Buzzi, che era ancora in piazza Ciardi, dove feci solo due anni».
Perché?
«Ammetto che non avevo troppa voglia di studiare e che andavo avanti, fra piccole insufficienze e sufficienze, più per "dono di natura" che per l'impegno. Rimediai all'ultimo istante il primo e il secondo anno. Al che decisi che era meglio cambiare e m'iscrissi al Pacini di Pistoia, visto che a Prato non c'era ancora un istituto per geometri. Le scuole professionali erano il Dagomari, il Datini per le segretarie d'azienda e, se vogliamo considerarla tale, l'istituto magistrale».
Così bisognava andare nelle città vicine.
«A Pistoia ritrovai molti amici. Era bello prendere il treno alla stazione del Serraglio. All'epoca, anche Enrico Coveri veniva a scuola a Pistoia».
Tutto bene, insomma.
«Sì. Con l'unica eccezione che non mandavo mai mio padre, persona di una correttezza estrema, a parlare con i professori. Avrebbe detto che non si capacitava del mio rendimento, visto che studiavo poco. Mandavo la mamma anche se, prima del negozio, aveva cominciato a lavorare in casa».
Che cosa faceva?
«Rammendava le pezze. Le portavano a casa con il barroccio. Qualcuno col mulo, qualcun altro addirittura a piedi. Dopo qualche anno iniziarono a trasportarle con l'Ape. Quando aprì il negozio, invece, l'aiutavo io. Mi alzavo alle 5 per accompagnarla al mercato ortofrutticolo in piazza dei Macelli. Le facevo qualche prezzo e poi andavo a prendere il treno».
Studio e lavoro. Tempo libero ne aveva?
«Sì. E avevo tanti amici. Stavo meglio con i più grandi e capitava che andassimo in giro con la macchina».
Dove?
«Nei luoghi soliti dei pratesi. Sulla montagna Pistoiese, a Porretta, nel Bolognese. Erano belle esperienze».
Com'era Prato 40 anni fa?
«Sicuramente più brutta di adesso, con quella commistione di case, stanzoni e gore. Era una città che stava riprendendo il suo vigore, ma che sperimentava tutte le carenze del dopoguerra. Quel che non c'era o non andava, però, si bilanciava con una realtà sociale viva. Non c'erano problemi di lavoro. Io stesso, da ragazzo, ho lavoricchiato sempre».
In che modo?
«Nel negozio di una confezione, per la quale ho anche tagliato e cucito. E poi per una ditta per la quale facevo rappresentanze. Una volta diplomato, mi sono iscritto all'università, ma ho anche cominciato a lavorare negli studi professionali di Firenze. Così, una volta laureato, avevo già anche una formazione più pratica. Da studente, però, mi sono occupato anche di Prato. Ho avuto degli esami pubblicati».
Per esempio?
«Uno studio sul verde e gli impianti sportivi, del 1979; assessore era Bettazzi».
Che situazione trovò?
«Per l'epoca buona, anche se occorreva riequilibrare la presenza di impianti e giardini nelle diverse frazioni. Alcune ne avevano già, altre ne erano sprovviste. Lo standard complessivo di Prato era comunque superiore alla media».
Da professionista, come si è occupato della città?
«Ho avuto la fortuna, già agli inizi della mia attività, di lavorare con il Consorzio cooperative pratesi con le quali ho ancora oggi un ottimo rapporto. Ho redatto tanti progetti di edilizia economica e popolare, un settore che ha effettivamente riqualificato la città in termini urbanistici, come è stato anche riconosciuto. Hanno funzionato bene i programmi di edilizia economica degli anni Settanta, Ottanta e Novanta».
E nel "terzo millennio"?
«Lo Stato e, in generale, le amministrazioni non se ne sono più occupati, ritenendo che la casa non era più un'emergenza».
In questi anni ha contribuito anche lei a cambiare volto alla città, disegnando case per le cooperative. Dove e soprattutto come?
«Ho anche cercato di inserire opere d'arte contemporanea in alcuni interventi. Ho lavorato su Galcetello, Pizzidimonte. L'ultimo è quello di Galciana che presenta un interessante esperimento ecologico per lo smaltimento e il recupero delle acque. Stiamo costruendo 300 alloggi, con un parco urbano di sei ettari con laghetto. Stiamo anche tornando, per ragioni di risparmio energetico e tutela dell'ambiente, al riscaldamento centralizzato».
Architetto, quando e come si trasferì in città?
«Nel 1957, a 4 anni. Venni su con la mamma e col fratellino. Il babbo c'era già da un anno. A dire il vero, non doveva rimanere qui. Prato era il suo punto d'appoggio per poi partire per l'America, dove avevamo un parente che era diventato imprenditore».
Come andò la storia?
«Il nostro parente intratteneva rapporti d'affari con un industriale tessile di Prato. Disse a mio padre di fare esperienza, lavorando da quell'industriale, prima di partire».
Ma poi non partì.
«Esatto. A Prato, il babbo si trovò bene e decise di rimanere. Il lavoro c'era. Lui stesso poteva permettersi di cambiare spesso, per migliorare. Andò in un'impresa edile, poi alla Superiride e così via. Quando la famiglia si riunì, andammo a vivere in via Erbosa».
A due passi dal centro ma in mezzo ai campi.
«Sì. E c'era ancora la gora che cambiava colore. Quando riceveva l'acqua calda, fumava. Altre volte, l'acqua era limpida. Le strade erano sterrate. Vivevamo in una via di mezzo fra la città e la campagna. Abbiamo cambiato diverse case, senza muoverci di lì, e sull'angolo con via Marini mia madre aprì poi un negozio d'ortofrutta. La vita sociale era tranquilla. La città, in quegli anni, cresceva. Cerano pratesi e immigrati, tutti ben inseriti, e la solidarietà era forte. C'era chi faceva commissioni per gli altri, chi guardava i figli piccoli alle coppie che lavoravano. L'infanzia a Prato, per me, fu un'esperienza positiva, in una città ospitale, che offriva e offre molto per l'integrazione. In generale, le famiglie conducevano una vita povera ma dignitosa».
Poi andò a scuola. Dove?
«Iniziai dalle suore in via del Seminario. Poi alla Guasti e, alle medie, alla Convenevole. M'iscrissi quindi al Buzzi, che era ancora in piazza Ciardi, dove feci solo due anni».
Perché?
«Ammetto che non avevo troppa voglia di studiare e che andavo avanti, fra piccole insufficienze e sufficienze, più per "dono di natura" che per l'impegno. Rimediai all'ultimo istante il primo e il secondo anno. Al che decisi che era meglio cambiare e m'iscrissi al Pacini di Pistoia, visto che a Prato non c'era ancora un istituto per geometri. Le scuole professionali erano il Dagomari, il Datini per le segretarie d'azienda e, se vogliamo considerarla tale, l'istituto magistrale».
Così bisognava andare nelle città vicine.
«A Pistoia ritrovai molti amici. Era bello prendere il treno alla stazione del Serraglio. All'epoca, anche Enrico Coveri veniva a scuola a Pistoia».
Tutto bene, insomma.
«Sì. Con l'unica eccezione che non mandavo mai mio padre, persona di una correttezza estrema, a parlare con i professori. Avrebbe detto che non si capacitava del mio rendimento, visto che studiavo poco. Mandavo la mamma anche se, prima del negozio, aveva cominciato a lavorare in casa».
Che cosa faceva?
«Rammendava le pezze. Le portavano a casa con il barroccio. Qualcuno col mulo, qualcun altro addirittura a piedi. Dopo qualche anno iniziarono a trasportarle con l'Ape. Quando aprì il negozio, invece, l'aiutavo io. Mi alzavo alle 5 per accompagnarla al mercato ortofrutticolo in piazza dei Macelli. Le facevo qualche prezzo e poi andavo a prendere il treno».
Studio e lavoro. Tempo libero ne aveva?
«Sì. E avevo tanti amici. Stavo meglio con i più grandi e capitava che andassimo in giro con la macchina».
Dove?
«Nei luoghi soliti dei pratesi. Sulla montagna Pistoiese, a Porretta, nel Bolognese. Erano belle esperienze».
Com'era Prato 40 anni fa?
«Sicuramente più brutta di adesso, con quella commistione di case, stanzoni e gore. Era una città che stava riprendendo il suo vigore, ma che sperimentava tutte le carenze del dopoguerra. Quel che non c'era o non andava, però, si bilanciava con una realtà sociale viva. Non c'erano problemi di lavoro. Io stesso, da ragazzo, ho lavoricchiato sempre».
In che modo?
«Nel negozio di una confezione, per la quale ho anche tagliato e cucito. E poi per una ditta per la quale facevo rappresentanze. Una volta diplomato, mi sono iscritto all'università, ma ho anche cominciato a lavorare negli studi professionali di Firenze. Così, una volta laureato, avevo già anche una formazione più pratica. Da studente, però, mi sono occupato anche di Prato. Ho avuto degli esami pubblicati».
Per esempio?
«Uno studio sul verde e gli impianti sportivi, del 1979; assessore era Bettazzi».
Che situazione trovò?
«Per l'epoca buona, anche se occorreva riequilibrare la presenza di impianti e giardini nelle diverse frazioni. Alcune ne avevano già, altre ne erano sprovviste. Lo standard complessivo di Prato era comunque superiore alla media».
Da professionista, come si è occupato della città?
«Ho avuto la fortuna, già agli inizi della mia attività, di lavorare con il Consorzio cooperative pratesi con le quali ho ancora oggi un ottimo rapporto. Ho redatto tanti progetti di edilizia economica e popolare, un settore che ha effettivamente riqualificato la città in termini urbanistici, come è stato anche riconosciuto. Hanno funzionato bene i programmi di edilizia economica degli anni Settanta, Ottanta e Novanta».
E nel "terzo millennio"?
«Lo Stato e, in generale, le amministrazioni non se ne sono più occupati, ritenendo che la casa non era più un'emergenza».
In questi anni ha contribuito anche lei a cambiare volto alla città, disegnando case per le cooperative. Dove e soprattutto come?
«Ho anche cercato di inserire opere d'arte contemporanea in alcuni interventi. Ho lavorato su Galcetello, Pizzidimonte. L'ultimo è quello di Galciana che presenta un interessante esperimento ecologico per lo smaltimento e il recupero delle acque. Stiamo costruendo 300 alloggi, con un parco urbano di sei ettari con laghetto. Stiamo anche tornando, per ragioni di risparmio energetico e tutela dell'ambiente, al riscaldamento centralizzato».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
