Il Tirreno

Prato

L’ultima vedetta di Cavagliano

Francesca Gori
L’ultima vedetta di Cavagliano

Un pastore sardo è l'unico abitante saltuario del paesino abbandonato

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PRATO. La strada che porta a Cavagliano si percorre soltanto a bordo di un fuoristrada. Dalla città, per raggiungere l’ultimo avamposto della civiltà in Calvana, ci vogliono almeno 40 minuti. Sulla strada, qualche cacciatore e qualche casa disabitata da tempo. Poi nient’altro. Solo la magnifica vista della città da un lato e della piana di Calenzano dall’altra. Fino all’unica casa abitata: quella del pastore Francesco Sale. A fare la guardia al grande casolare trasformato in un caseificio, dove vengono allevate le pecore per la ricotta e il formaggio, ci sono quattro pastori maremmani. Francesco Sale, con il figlio Giovanni, ha deciso di continuare l’antica tradizione della pastorizia. Ma a Cavagliano ci rimane a dormire di tanto in tanto. Perché anche lui, pastore sardo arrivato in Calvana da Valibona, ormai la casa ce l’ha in città.
 
Trent’anni fa acquistò fattoria e attività da Battista, l’ultimo pastore che ha conosciuto non soltanto il borgo di Cavagliano, che ancora è lì, con le sue case ridotte a poco più che ruderi, ma anche le persone che ci abitavano: i cavaglianesi, che negli anni Sessanta decisero che non era più tempo per rimanere isolati lassù, lontani dalla città. Dal 1955 al 1959, a Cavagliano viveva una comunità di 38 persone, guidate da don Vittorio Aiazzi, che allora fu nominato parroco di Cavagliano. A sentire la messa celebrata da don Vittorio c’erano i coloni, i pastori, le loro mogli e otto bambini. Non solo pratesi. Gli abitanti di Cavagliano arrivavano in quest’angolo remoto della Calvana anche dalla Sicilia e dalla Sardegna. L’ultimo abitante di Cavagliano, Francesco Sale che di lavoro fa il pastore insieme al figlio Giovanni, lo conferma. Perché Francesco è arrivato a Cavagliano da Valibona, trent’anni fa.

E nel borgo, non c’era già più nessuno. «Quando sono venuto con la mia famiglia a Cavagliano - racconta Francesco Sale - erano rimasti soltanto Battista, che mi vendette l’attività e che è morto lo scorso anno, e Maria, la vecchia bidella della scuolina del paese. Ci raccontavano che il paese era abitato, che c’era una comunità di contadini e pastori, che c’erano tanti bambini. Ora siamo rimasti soli. Ma la pace di questo borgo è magica». Il capofamiglia Francesco Sale non è uomo di tante parole e nemmeno di tanta poesia. E’ concreto come la terra che ha lavorato e come il gregge che guida. Una famiglia numerosa, la sua. Poi però i figli si sono sposati e hanno preferito la comodità della città. Francesco e Giovanni Sale ogni mattina prendono la loro jeep. Alle 6.30 sono già su quella strada bianca che si inerpica sulla Calvana fino al piccolo borgo che non c’è più.

Ogni tanto incontrano qualche appassionato di trekking, ogni tanto al caseificio si ferma qualche cacciatore. Perché le pecore che brucano l’erba di Cavagliano fanno il latte buono, e il formaggio dei Sale, che viene venduto nelle migliori gastronomie di Prato, ha tutto il sapore di quello spazio incontaminato. «La prima volta che si percorre questa strada - aggiunge Sale - sembra che non finisca mai. Poi però ci si abitua. E qualche volta, a seconda del lavoro che abbiamo o del maltempo, rimaniamo a dormire quassù». Oggi a Cavagliano, di notte, c’è soltanto il rumore del vento che sparpaglia le cime degli alberi. Fino al 1959 invece, c’erano 38 persone. C’erano le serate a veglia e gli schiamazzi dei bambini. Trentotto anime guidate da don Vittorio Aiazzi. «A Cavagliano non ho mai celebrato un funerale - ricorda don Vittorio - ma un matrimonio sì.

Era una ragazza siciliana che si era innamorata di un cavaglianese. Ma la famiglia l’aveva promessa sposa a un altro uomo. Decisero di sposarsi comunque, ma i testimoni, la mattina del matrimonio non si presentarono. Uscii dalla chiesa per trovare qualcuno. C’erano due cacciatori. Feci lasciar fuori i fucili e i cani, e i due finalmente coronarono il loro sogno d’amore». Oggi, le ultime memorie di Cavagliano sono quasi tutte sepolte con i suoi abitanti. E rimangono nei racconti di don Vittorio, e nella pubblicazione che Silvestro Bardazzi e Eugenio Castellani dedicarono al piccolo borgo della Calvana, nel 1978. Che di Cavagliano hanno raccontato la storia e l’architettura. La storia delle persone invece, rischia di essere persa per sempre.

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