Attenzione
Condanna infamante, si uccide in cella
Francesca Gori Cristina Orsini
Sei anni per aver molestato la figliastra. Ieri si è impiccato alla Dogaia
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PRATO. Aveva passato questi ultimi sei mesi, i più terribili e oscuri della sua vita, come detenuto modello. Non una sbavatura, una parola, un gesto fuori dalle regole imposte di quel mondo parallelo. Eppure ieri tra le 18 e le 18,20 ha terminato la sua vita appeso a una corda di fortuna fatta con i lacci delle scarpe. Una brutta storia, finita nel più doloroso dei modi, quella di Giorgio (il nome è di fantasia), 48 anni, massese, accusato di un crimine infamante: atti di libidine su una figliastra, rinchiuso alla Dogaia da maggio. La verità resterà chiusa in quella cella del reparto super blindato destinato ai “sex offender”: stupratori, pedofili, la feccia. Forse Giorgio (lui che si era sempre protestato innocente) non credeva di esserlo. Forse ha sopportato fin che ha potuto, poi senza una parola, un rimpianto o le scuse, si è lasciato andare. Ha scelto altro. Una vita al limite quella dell’uomo accusato, nel 1998 dalla figlia di una delle sue tante donne, di essere un molestatore. Ha una prima moglie, poi una seconda, infine una terza, fa cinque figli, il più piccolo ancora minorenne.
Si barcamena Giorgio, tra una crisi familiare e l’altra, fino a quando incappa nelle rete stretta della giustizia. Viene accusato di aver molestato sua figlia ma viene prosciolto. Cosa che non accade, invece, per la denuncia della ragazza, all’epoca sedicenne, figlia della sua seconda moglie. L’inchiesta procede: atti di libidine violenta. Passa interrogatori, udienze preliminari, processi. Ma resta a piede libero. Fino a sei mesi fa quando la Cassazione dice l’ultima parola: condanna definitiva, sei anni di reclusione. Si aprono le porte del carcere. E’ la svolta, il buco nero. Giorgio alla Dogaia conduce, in apparenza, un’esistenza serena, per quel che può. Viene messo nella sezione 7, quella più protetta, più isolata, più chiusa. Una misura di prevenzione, perche i crimini sessuali sono puniti e duramente anche dalla giustizia sommaria del carcere. Entra in una cella che ha già un occupante ma i giorni scorrono. Senza traumi.
Almeno così si mormora. Pasti, ora d’aria, attività nel pomeriggio, visite dei parenti, mogli e figli, che - garantiscono - continuano fitte, fitte e fino all’ultimo. Ma non ieri, iniziata come una giornata qualsiasi. Con un’unica nota stonata, però. Giorgio rientra in cella un po’ prima del suo compagno. Sono le 18. Le attività pomeridiane stanno finendo. Alle 18,20 c’è il cambio degli agenti che controllano le sezioni, poi c’è il turno della cena e bisogna che i detenuti siano già nelle celle. Il compagno di Giorgio rientra, si dirige verso la porta del minuscolo bagno e fa per aprirla. E’ bloccata. La forza, ma qualcosa impedisce, fa resistenza. Chiama le guardie. In due riescono a scostarla di qualche centimetro. E diventa tutto chiaro. E’ il corpo di Giorgio che preme. E’ attaccato lassù con i lacci delle sue scarpe. Non c’è più nulla da fare. Se non le indagini per capire la verità.
Si barcamena Giorgio, tra una crisi familiare e l’altra, fino a quando incappa nelle rete stretta della giustizia. Viene accusato di aver molestato sua figlia ma viene prosciolto. Cosa che non accade, invece, per la denuncia della ragazza, all’epoca sedicenne, figlia della sua seconda moglie. L’inchiesta procede: atti di libidine violenta. Passa interrogatori, udienze preliminari, processi. Ma resta a piede libero. Fino a sei mesi fa quando la Cassazione dice l’ultima parola: condanna definitiva, sei anni di reclusione. Si aprono le porte del carcere. E’ la svolta, il buco nero. Giorgio alla Dogaia conduce, in apparenza, un’esistenza serena, per quel che può. Viene messo nella sezione 7, quella più protetta, più isolata, più chiusa. Una misura di prevenzione, perche i crimini sessuali sono puniti e duramente anche dalla giustizia sommaria del carcere. Entra in una cella che ha già un occupante ma i giorni scorrono. Senza traumi.
Almeno così si mormora. Pasti, ora d’aria, attività nel pomeriggio, visite dei parenti, mogli e figli, che - garantiscono - continuano fitte, fitte e fino all’ultimo. Ma non ieri, iniziata come una giornata qualsiasi. Con un’unica nota stonata, però. Giorgio rientra in cella un po’ prima del suo compagno. Sono le 18. Le attività pomeridiane stanno finendo. Alle 18,20 c’è il cambio degli agenti che controllano le sezioni, poi c’è il turno della cena e bisogna che i detenuti siano già nelle celle. Il compagno di Giorgio rientra, si dirige verso la porta del minuscolo bagno e fa per aprirla. E’ bloccata. La forza, ma qualcosa impedisce, fa resistenza. Chiama le guardie. In due riescono a scostarla di qualche centimetro. E diventa tutto chiaro. E’ il corpo di Giorgio che preme. E’ attaccato lassù con i lacci delle sue scarpe. Non c’è più nulla da fare. Se non le indagini per capire la verità.
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