Gioco
Peccato non aver filmato quella partita a poker
Francesca Gori
Giovanni Veronesi: «Benigni, Nuti, Monni e Troisi al tavolo verde: uno spettacolo “Tutto Dante”, grande operazione culturale»
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PRATO. Roberto Benigni? «Un genio assoluto». Parola di Giovanni Veronesi. Il regista pratese, campione d'incassi con i due episodi di “Manuale d'amore” non ha dubbi. E aggiunge: «Se ci fossero altri 20 come lui, il cinema italiano non sarebbe in questo stato». Onorato di aver vissuto nella stessa città del premio Oscar, a Veronesi abbiamo chiesto di raccontarci il “suo” Benigni.
Nonostante le critiche degli addetti ai lavori e di parte del pubblico, Veronesi non nega di aver amato anche ''La tigre e la neve'', ultimo film scritto e diretto da Benigni.
Veronesi, la sua pare una vera e propria dichiarazione d'amore. E' così?
«Si, assolutamente. Roberto è un genio, perché ha saputo raccontare le sue origini. Ma soprattutto ha saputo anche crescere e dimostrare che la cultura paga».
Lo dimostrano le 800.000 persone che hanno visto “TuttoDante”. Come giudica lei, l'ultimo spettacolo del premio Oscar?
«Roberto quando interpreta la Divina Commedia si immerge dentro qualcosa di suo. Lo spettacolo non è semplicemente un “lectura Dantis”, ma è un vero e proprio transfert di Roberto Benigni nella Divina Commedia. Si sente la sua urgenza di spiegare la simbologia dell'opera di Dante, ma allo stesso tempo riesce ad attualizzarla, ci lega perfettamente la realtà di ogni giorno».
Non crede però che tre anni dedicati alla Divina Commedia siano forse un po' troppi?
«Assolutamente no. Non è un'operazione commerciale, è una grande opera di divulgazione culturale. In Italia c'è bisogno di cultura. E la stessa operazione che Roberto ha fatto su Dante, dovrebbe essere fatta anche su Manzoni, su Pascoli, e su tutti quegli autori che purtroppo rimangono chiusi nei libri di scuola».
Ora c'è Dante, ma prima Benigni era Prato e soprattutto Vergaio. Le manca il piccolo diavolo?
«Dopo aver vinto tre Oscar, un artista ha bisogno di calma per capire quale direzione prendere. Francamente credo che la forza di Benigni sia proprio quella di essere partito da un posto come Vergaio e di essere arrivato ad un traguardo molto importante. E' diventato un uomo di una cultura raffinata e straordinaria».
Lei è un regista di commedie italiane. Le piacerebbe dirigere Benigni in un suo film?
«Mah. Sono un regista che fa film divertenti, e credo che Roberto in questo genere sia bravo da solo».
Ma c'è anche chi sostiene che Benigni attore abbia bisogno di un bravo regista. E' d'accordo?
«No, almeno per quanto riguarda i film comici. Ci sono stati dei registi che hanno utilizzato Benigni in ruoli e con risultati diversi. Penso a Jim Jarmusch di “Down by law”, ma anche a Federico Fellini. Mentre ne “La voce della luna” Fellini prese Benigni e Villaggio e creò due personaggi completamente straniati e stravolti rispetto al loro essere comici, con un risultato certamente non perfetto, Benigni era fantastico nel mondo smandrappato di Jarmusch».
Lei è pratese e Benigni anche. Ne è orgoglioso?
«Assolutamente si. Io sono uno che fa commedie italiane, con personaggi che raccontano l'italiano medio. E funzionano proprio per quello. Benigni è diverso. Se i suoi film venissero tradotti in tutte le lingue del mondo, farebbe ridere anche quelli dell'Isola di Guadalupe, che di solito ridono molto poco».
Lei Benigni lo conosce. Un ricordo personale?
«Una volta a Roma, si parla degli anni Ottanta, c'era Roberto che giocava a carte con Carlo Monni, Francesco Nuti e Massimo Troisi. Mi ricordo ancora quella partita. Ad ogni mano di poker, ognuno di loro, diceva una battuta. Ascoltarli e vederli, è stata una delle emozioni più grandi della mia vita».
Nonostante le critiche degli addetti ai lavori e di parte del pubblico, Veronesi non nega di aver amato anche ''La tigre e la neve'', ultimo film scritto e diretto da Benigni.
Veronesi, la sua pare una vera e propria dichiarazione d'amore. E' così?
«Si, assolutamente. Roberto è un genio, perché ha saputo raccontare le sue origini. Ma soprattutto ha saputo anche crescere e dimostrare che la cultura paga».
Lo dimostrano le 800.000 persone che hanno visto “TuttoDante”. Come giudica lei, l'ultimo spettacolo del premio Oscar?
«Roberto quando interpreta la Divina Commedia si immerge dentro qualcosa di suo. Lo spettacolo non è semplicemente un “lectura Dantis”, ma è un vero e proprio transfert di Roberto Benigni nella Divina Commedia. Si sente la sua urgenza di spiegare la simbologia dell'opera di Dante, ma allo stesso tempo riesce ad attualizzarla, ci lega perfettamente la realtà di ogni giorno».
Non crede però che tre anni dedicati alla Divina Commedia siano forse un po' troppi?
«Assolutamente no. Non è un'operazione commerciale, è una grande opera di divulgazione culturale. In Italia c'è bisogno di cultura. E la stessa operazione che Roberto ha fatto su Dante, dovrebbe essere fatta anche su Manzoni, su Pascoli, e su tutti quegli autori che purtroppo rimangono chiusi nei libri di scuola».
Ora c'è Dante, ma prima Benigni era Prato e soprattutto Vergaio. Le manca il piccolo diavolo?
«Dopo aver vinto tre Oscar, un artista ha bisogno di calma per capire quale direzione prendere. Francamente credo che la forza di Benigni sia proprio quella di essere partito da un posto come Vergaio e di essere arrivato ad un traguardo molto importante. E' diventato un uomo di una cultura raffinata e straordinaria».
Lei è un regista di commedie italiane. Le piacerebbe dirigere Benigni in un suo film?
«Mah. Sono un regista che fa film divertenti, e credo che Roberto in questo genere sia bravo da solo».
Ma c'è anche chi sostiene che Benigni attore abbia bisogno di un bravo regista. E' d'accordo?
«No, almeno per quanto riguarda i film comici. Ci sono stati dei registi che hanno utilizzato Benigni in ruoli e con risultati diversi. Penso a Jim Jarmusch di “Down by law”, ma anche a Federico Fellini. Mentre ne “La voce della luna” Fellini prese Benigni e Villaggio e creò due personaggi completamente straniati e stravolti rispetto al loro essere comici, con un risultato certamente non perfetto, Benigni era fantastico nel mondo smandrappato di Jarmusch».
Lei è pratese e Benigni anche. Ne è orgoglioso?
«Assolutamente si. Io sono uno che fa commedie italiane, con personaggi che raccontano l'italiano medio. E funzionano proprio per quello. Benigni è diverso. Se i suoi film venissero tradotti in tutte le lingue del mondo, farebbe ridere anche quelli dell'Isola di Guadalupe, che di solito ridono molto poco».
Lei Benigni lo conosce. Un ricordo personale?
«Una volta a Roma, si parla degli anni Ottanta, c'era Roberto che giocava a carte con Carlo Monni, Francesco Nuti e Massimo Troisi. Mi ricordo ancora quella partita. Ad ogni mano di poker, ognuno di loro, diceva una battuta. Ascoltarli e vederli, è stata una delle emozioni più grandi della mia vita».
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