Il dolore
Mani cinesi cuciono abiti di Prada
Ilenia Reali
Le grandi firme etichettano made in Italy e si servono a Chinatown
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PRATO. I nuovi ricchi dei mercati asiatici quando scelgono Prada, Armani o Dolce e Gabbana guardano l'etichetta. Pagano ma vogliono il made in Italy. Ed è per questo che molte maison dell'alta moda dopo la delocalizzazione delle produzioni degli anni scorsi hanno deciso di tornare, almeno per una parte, in Italia. Ed ecco che è scattata anche per i guru dell'alta moda la corsa al risparmio. Corsa che ha portato a Prato dove hanno cominciato a lavorare direttamente con le confezioni cinesi. A raccontare l'inversione di tendenza è stata alcune settimane fa la rivista statunitense Newsweek.
Prato, del resto, è una vecchia conoscenza per le grandi case di moda. Italiane ma anche francesi. E' qui che molti si riforniscono per le stoffe più pregiate. Il passo non poteva che essere breve. Già da tempo - del resto - le maison, utilizzando aziende di intermediazione italiane, facevano cucire i loro abiti alle confezioni cinesi. Quelle più abili e più brave ad aver carpito, negli anni, i trucchi del mestiere e i segreti del lavoro artigianale italiano non sono state a guardare. Se il ritorno in Italia delle aziende di moda è stato ampiamente descritto da una ricerca della docente dell'università di Pavia Michela Pellicelli, le conferme sul fatto che la Chinatown pratese sia pronta ad aprire i propri magazzini agli stilisti arrivano sia dai commercialisti locali sia dall'assessore alla città multietnica Andrea Frattani. Negli studi dei commercialisti ci sono fatture indirizzate, ad esempio, a Prada. «Le aziende che hanno rapporti con le grandi case di moda - spiega - non sono quelle più strutturate. Anzi. Sono piccole confezioni con 7-8 dipendenti di recente costituzione. I prezzi pagati a queste aziende non sono stellari e anzi, sono esattamente uguali a quelli che vengono pagati dai committenti italiani.
Pochi spiccioli a fronte di un elevatissimo controllo qualitativo». Il percorso per instaurare rapporti diretti non è stato complicato. Da una parte si sono eliminati gli intermediari italiani che garantivano alla casa di moda l'assenza di documenti che dimostrassero che i loro capi erano cuciti da mani straniere e dall'altra si sono creati nuovi contatti grazie all'intermediazione di colleghi che lavoravano già con gli stilisti ma realizzando accessori, borse e scarpe per lo più. Da San Donnino e dall'Empolese quindi il passaggio di contatti è avvenuto in un batter d'occhio. Ed è stato un passaparola. Ora produrrebbero a Prato, Armani, Prada ma anche Cavalli e alcune maison francesi.
«Tutto è cominciato con la presenza di intermediari - conferma l'assessore Frattani - mentre poi si è passati a un rapporto diretto anche se ad oggi i casi di questo tipo sono limitati». Trovare i nomi delle aziende dagli occhi a mandorla con licenze di grandi big della moda è però praticamente impossibile. Le aziende cinesi si guardano bene da confermarlo e se anche tra gli operatori della Chinatown la notizia si è sparsa nomi non ne vengono fuori. «Il timore - spiegano i loro commercialisti - è quello che venga ritirata la licenza».
Anche perché è meglio tacere. Come sottolinea Frattani, «è tutto regolare ma dal punto di vista etico...».
Prato, del resto, è una vecchia conoscenza per le grandi case di moda. Italiane ma anche francesi. E' qui che molti si riforniscono per le stoffe più pregiate. Il passo non poteva che essere breve. Già da tempo - del resto - le maison, utilizzando aziende di intermediazione italiane, facevano cucire i loro abiti alle confezioni cinesi. Quelle più abili e più brave ad aver carpito, negli anni, i trucchi del mestiere e i segreti del lavoro artigianale italiano non sono state a guardare. Se il ritorno in Italia delle aziende di moda è stato ampiamente descritto da una ricerca della docente dell'università di Pavia Michela Pellicelli, le conferme sul fatto che la Chinatown pratese sia pronta ad aprire i propri magazzini agli stilisti arrivano sia dai commercialisti locali sia dall'assessore alla città multietnica Andrea Frattani. Negli studi dei commercialisti ci sono fatture indirizzate, ad esempio, a Prada. «Le aziende che hanno rapporti con le grandi case di moda - spiega - non sono quelle più strutturate. Anzi. Sono piccole confezioni con 7-8 dipendenti di recente costituzione. I prezzi pagati a queste aziende non sono stellari e anzi, sono esattamente uguali a quelli che vengono pagati dai committenti italiani.
Pochi spiccioli a fronte di un elevatissimo controllo qualitativo». Il percorso per instaurare rapporti diretti non è stato complicato. Da una parte si sono eliminati gli intermediari italiani che garantivano alla casa di moda l'assenza di documenti che dimostrassero che i loro capi erano cuciti da mani straniere e dall'altra si sono creati nuovi contatti grazie all'intermediazione di colleghi che lavoravano già con gli stilisti ma realizzando accessori, borse e scarpe per lo più. Da San Donnino e dall'Empolese quindi il passaggio di contatti è avvenuto in un batter d'occhio. Ed è stato un passaparola. Ora produrrebbero a Prato, Armani, Prada ma anche Cavalli e alcune maison francesi.
«Tutto è cominciato con la presenza di intermediari - conferma l'assessore Frattani - mentre poi si è passati a un rapporto diretto anche se ad oggi i casi di questo tipo sono limitati». Trovare i nomi delle aziende dagli occhi a mandorla con licenze di grandi big della moda è però praticamente impossibile. Le aziende cinesi si guardano bene da confermarlo e se anche tra gli operatori della Chinatown la notizia si è sparsa nomi non ne vengono fuori. «Il timore - spiegano i loro commercialisti - è quello che venga ritirata la licenza».
Anche perché è meglio tacere. Come sottolinea Frattani, «è tutto regolare ma dal punto di vista etico...».
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