Il dolore
Dante? Un palombaro dell'anima
Paolo Toccafondi
Riempio le piazze perché con l'Alighieri la gente riscopre i suoi lati migliori
5 MINUTI DI LETTURA
PRATO. Roberto Benigni risponde al telefono da un hotel di Francavilla. La sua cavalcata trionfale per l'Italia riunita nel nome di Dante fa tappa in Abruzzo, a Chieti, dove l'organizzazione ha dovuto raddoppiare la data prevista per accontentare le richieste («da seimila a dodicimila spettatori, a Chieti...»). E intanto si prepara a ritrovare l'abbraccio di Prato. Venerdì sera sarà allo stadio comunale, 18 anni anni dopo il suo ultimo spettacolo pratese. I numeri di “Tutto Dante” fanno impressione. Al termine della tournée lo show sarà stato visto da circa 800.000 persone, un italiano su 50, esclusi centenari e bambini.
Merito di Benigni prima di tutto, poi di Dante. Ma secondo lei c'è qualcos'altro, come un desiderio diffuso di conoscere?
«A parte quel primo tempo in cui si ride e ci si diverte insieme, sento il desiderio proprio di carezzare quella parte che non guarda nessuno, quella lì che dice: io sono qualcos'altro. Le parole di Dante ci portano a ritrovare la nostra faccia bella di cui c'eravamo scordati. C'è un cammino spettacolare per noi, e questo ogni tanto va ricordato. Dire, in maniera buffa, che siamo vicini alle stelle».
Ridere e anche pensare.
«Ma più che pensare, è proprio una cosa che arriva dentro di noi e va a camminare dove hanno camminato in pochi. Come diceva Machiavelli, “ci sono persone che sanno tutto e questo è tutto quello che sanno”. Si sente che c'è qualcosa da sapere in più, ecco».
Da Bolzano alla Sicilia ha girato tutto il Paese. Come cambiano le reazioni del pubblico?
«La cosa impressionante è che dovunque vado sembra che sia nato tutto da lì, perché Dante è stato dappertutto. Addirittura sono andato in Belgio, nel Brabante, per ricevere una laurea all'università di Lovanio. E ho fatto il canto in cui Dante descrive minutamente quella regione, con tutti i fiumi. Dante è un palombaro dell'anima, si sente che ha abbracciato tutto il mondo. Ma non in largo, dall'alto al basso».
Vedendola una volta salire sul palco stupiva una specie di trasfigurazione. Un attimo prima spariva la maschera di Benigni e c'era quella terrea di un uomo che sembrava affacciato su un abisso. Cosa vuol dire affrontare il pubblico, è così terribile?
«Si entra in un altro elemento. E' come uno che si sta tuffando in un oceano e lo guarda dall'alto. Questa è la cosa più antica, si diventa posseduti da un demone o da un angelo, quando si è lì, ma tutto quello che si dice sul palco non ha niente a che vedere con la propria vita reale, c'è questa scandalosa bellezza e emozione che non si riesce a decifrare. Si ha a che fare con l'ignoto. Quell'impressione c'è sempre, è misteriosa. Se sapessi rispondere a questa domanda insegnerei teologia a Parigi».
Da questi anni dedicati a Dante scaturirà anche un progetto per il cinema?
«Me lo propongono ogni anno, ma Dante per il cinema è una cosa inarrivabile. Però ci saranno le serate in televisione per chiudere: una diretta tipo “L'ultimo del Paradiso” e la registrazione delle serate di Firenze. Ma in realtà con Dante non chiudo: mi hanno richiesto all'estero, dovrei fare una tournée in tutti paesi del mondo. Si sente il desiderio di una cosa diversa, così popolare e al tempo stesso misteriosa e difficile».
Ma niente cinema.
«Al cinema mi piacerebbe, ma come si fa. Si può fare un canto e già un canto piglierebbe due ore di spettacolo, talmente sono potenti le immagini. Sono fotogrammi di cinema quelli di Dante perché c'è un effetto speciale o sonoro o visivo o di emozione ad ogni terzina».
Ha già un'idea per il prossimo film?
«Magari ce l'avessi. Ma ora sto un po' a Vergaio, quelle zolle sono sempre una fonte di grandezze. Lasciarlo per un po' di tempo, per me, è come averci messo un po' di erba medica: sono sicuro che quando ci torno ci troverò dei fiori».
C'è chi giudica troppo esclusivo il suo sodalizio con Cerami che le precluderebbe collaborazioni più ampie.
«Non è vero. Cerami è stato un compagno di viaggio meraviglioso, poi certamente i rapporti possono cambiare, può accadere di tutto. Ma De Sica e Zavattini hanno durato tutta la vita, lo stesso Fellini con Rota, Pinelli o Flaiano. Ci sono persone che stanno insieme tutta la vita, la loro fedeltà si rigenera da sola e diventa sempre nuova. Ma io sono stato anche aperto a qualsiasi stimolo venisse. Per ora abbiamo fatto così, ma potrebbe anche cambiare».
Giorni fa anche George Clooney ha detto che vorrebbe fare un film con lei.
«Magari, fare un film con Clooney sarebbe strepitoso, glielo posso chiedere. E poi mi garba da morire è un grande regista. “Good night and good luck” è un capolavoro. Clooney e Benigni insieme è una cosa spettacolare, sarebbe da fare».
Gli Oscar l'hanno condizionata? Dopo “La vita è bella” ha sentito il peso delle aspettative, di dover replicare quel successo mondiale scegliendo temi universali?
«“Pinocchio”, che ha avuto un esito molto burrascoso, l'ho fatto con tutti attori italiani, anche se potevo prendere tutti gli attori del mondo che in quel momento volevano lavorare con me. E quella è una cosa che mi piace tanto avere fatto e non per una scelta, mi veniva naturale e ho continuato a fare quello che mi veniva. Avevo più mezzi di prima e quindi l'ho fatto con più mezzi, e ho sbagliato tante cose come le avrei sbagliate prima, ma anche le cose sbagliate, se son fatte con grandezza d'intenti e dignità, vanno sempre bene. Però certamente l'Oscar mi ha cambiato, come cambia un atto d'amore. Dio bono, si cambia un minuto dopo che si è dato un bacio a una donna, un bacio come m'hanno dato l'America e tutto il mondo per “La vita è bella” per forza m'ha cambiato, ma spero in positivo. Ora c'è da ritrovare la strada, ma la semplicità è rimasta: “l'arte suprema della vita è mostrarsi sorridenti e semplici” dice Majakovski. Anche “La tigre e la neve”, film di cui sono innamorato, era nato da un soggetto semplice, che mi sarebbe venuto in mente anche prima dell'Oscar. Ora sento il desiderio di tornare alle origini, a una bella cosa allegra, da ridere, ecco quello che mi piacerebbe».
Merito di Benigni prima di tutto, poi di Dante. Ma secondo lei c'è qualcos'altro, come un desiderio diffuso di conoscere?
«A parte quel primo tempo in cui si ride e ci si diverte insieme, sento il desiderio proprio di carezzare quella parte che non guarda nessuno, quella lì che dice: io sono qualcos'altro. Le parole di Dante ci portano a ritrovare la nostra faccia bella di cui c'eravamo scordati. C'è un cammino spettacolare per noi, e questo ogni tanto va ricordato. Dire, in maniera buffa, che siamo vicini alle stelle».
Ridere e anche pensare.
«Ma più che pensare, è proprio una cosa che arriva dentro di noi e va a camminare dove hanno camminato in pochi. Come diceva Machiavelli, “ci sono persone che sanno tutto e questo è tutto quello che sanno”. Si sente che c'è qualcosa da sapere in più, ecco».
Da Bolzano alla Sicilia ha girato tutto il Paese. Come cambiano le reazioni del pubblico?
«La cosa impressionante è che dovunque vado sembra che sia nato tutto da lì, perché Dante è stato dappertutto. Addirittura sono andato in Belgio, nel Brabante, per ricevere una laurea all'università di Lovanio. E ho fatto il canto in cui Dante descrive minutamente quella regione, con tutti i fiumi. Dante è un palombaro dell'anima, si sente che ha abbracciato tutto il mondo. Ma non in largo, dall'alto al basso».
Vedendola una volta salire sul palco stupiva una specie di trasfigurazione. Un attimo prima spariva la maschera di Benigni e c'era quella terrea di un uomo che sembrava affacciato su un abisso. Cosa vuol dire affrontare il pubblico, è così terribile?
«Si entra in un altro elemento. E' come uno che si sta tuffando in un oceano e lo guarda dall'alto. Questa è la cosa più antica, si diventa posseduti da un demone o da un angelo, quando si è lì, ma tutto quello che si dice sul palco non ha niente a che vedere con la propria vita reale, c'è questa scandalosa bellezza e emozione che non si riesce a decifrare. Si ha a che fare con l'ignoto. Quell'impressione c'è sempre, è misteriosa. Se sapessi rispondere a questa domanda insegnerei teologia a Parigi».
Da questi anni dedicati a Dante scaturirà anche un progetto per il cinema?
«Me lo propongono ogni anno, ma Dante per il cinema è una cosa inarrivabile. Però ci saranno le serate in televisione per chiudere: una diretta tipo “L'ultimo del Paradiso” e la registrazione delle serate di Firenze. Ma in realtà con Dante non chiudo: mi hanno richiesto all'estero, dovrei fare una tournée in tutti paesi del mondo. Si sente il desiderio di una cosa diversa, così popolare e al tempo stesso misteriosa e difficile».
Ma niente cinema.
«Al cinema mi piacerebbe, ma come si fa. Si può fare un canto e già un canto piglierebbe due ore di spettacolo, talmente sono potenti le immagini. Sono fotogrammi di cinema quelli di Dante perché c'è un effetto speciale o sonoro o visivo o di emozione ad ogni terzina».
Ha già un'idea per il prossimo film?
«Magari ce l'avessi. Ma ora sto un po' a Vergaio, quelle zolle sono sempre una fonte di grandezze. Lasciarlo per un po' di tempo, per me, è come averci messo un po' di erba medica: sono sicuro che quando ci torno ci troverò dei fiori».
C'è chi giudica troppo esclusivo il suo sodalizio con Cerami che le precluderebbe collaborazioni più ampie.
«Non è vero. Cerami è stato un compagno di viaggio meraviglioso, poi certamente i rapporti possono cambiare, può accadere di tutto. Ma De Sica e Zavattini hanno durato tutta la vita, lo stesso Fellini con Rota, Pinelli o Flaiano. Ci sono persone che stanno insieme tutta la vita, la loro fedeltà si rigenera da sola e diventa sempre nuova. Ma io sono stato anche aperto a qualsiasi stimolo venisse. Per ora abbiamo fatto così, ma potrebbe anche cambiare».
Giorni fa anche George Clooney ha detto che vorrebbe fare un film con lei.
«Magari, fare un film con Clooney sarebbe strepitoso, glielo posso chiedere. E poi mi garba da morire è un grande regista. “Good night and good luck” è un capolavoro. Clooney e Benigni insieme è una cosa spettacolare, sarebbe da fare».
Gli Oscar l'hanno condizionata? Dopo “La vita è bella” ha sentito il peso delle aspettative, di dover replicare quel successo mondiale scegliendo temi universali?
«“Pinocchio”, che ha avuto un esito molto burrascoso, l'ho fatto con tutti attori italiani, anche se potevo prendere tutti gli attori del mondo che in quel momento volevano lavorare con me. E quella è una cosa che mi piace tanto avere fatto e non per una scelta, mi veniva naturale e ho continuato a fare quello che mi veniva. Avevo più mezzi di prima e quindi l'ho fatto con più mezzi, e ho sbagliato tante cose come le avrei sbagliate prima, ma anche le cose sbagliate, se son fatte con grandezza d'intenti e dignità, vanno sempre bene. Però certamente l'Oscar mi ha cambiato, come cambia un atto d'amore. Dio bono, si cambia un minuto dopo che si è dato un bacio a una donna, un bacio come m'hanno dato l'America e tutto il mondo per “La vita è bella” per forza m'ha cambiato, ma spero in positivo. Ora c'è da ritrovare la strada, ma la semplicità è rimasta: “l'arte suprema della vita è mostrarsi sorridenti e semplici” dice Majakovski. Anche “La tigre e la neve”, film di cui sono innamorato, era nato da un soggetto semplice, che mi sarebbe venuto in mente anche prima dell'Oscar. Ora sento il desiderio di tornare alle origini, a una bella cosa allegra, da ridere, ecco quello che mi piacerebbe».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google