Il Tirreno

Prato

«Da Grignano a Hollywood. E ritorno»

P. T.

Roberto parla di Prato e dà appuntamento al Lungobisenzio

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PRATO. «Un abbraccio a tutti i pratesi, ci vediamo venerdì». E alla fine parlò lui, Roberto Benigni. Dopo aver ascoltato per una ventina di giorni i ricordi e le testimonianze di parenti, amici, ammiratori, tanti episodi della sua vita e della sua arte sul palcoscenico raccontati da conoscenti occasionali, colleghi, amici della prima ora e addetti ai lavori, ora la parola passa a Roberto. Una chiacchierata al telefono da un albergo in Abruzzo dove fa tappa il suo tour trionfale in attesa di arrivare a Prato, l'appuntamento più atteso.
L'attacco è come al solito pirotecnico. Benigni ribalta i ruoli, assume il ruolo dell'intervistatore, chiede, si informa, vuol sapere quali sono gli argomenti di attualità in città. Magari diventeranno spunti per lo spettacolo di venerdì, che nella prima parte, come da copione, sarà una cavalcata comica sui temi dell'attualità, prima di virare su Dante e la lettura del canto della “Divina Commedia”.

Ma appena lo si stuzzica parte in quarta. Qualcuno sostiene che Benigni non si senta troppo amato da Prato. E' vero? «Porca della miseria - esclama (ma il termine esatto non è “porca”, anche se ha identiche l'iniziale, l'ultima lettera e un po' il significato) - Chi ha detto una cosa del genere? Presentamelo davanti che me lo mangio vivo. Questa è una cosa tremenda, mai sentito una cosa più... Io devo tutto a questa città, anzi sto male quando ci passo vicino e non mi posso fermare. Un piccolo inchino glielo fo sempre a Prato. Ma che si scherza. Mi ha dato tutto, con generosità».

E tanto per ribadire il concetto ribalta, come suo soilito, i termini della questione: «Quella di venerdì è una serata di beneficenza che i pratesi fanno per me».
Ormai è un fiume in piena, sull'onda della passione poetica e dell'enfasi che ama dare al suo discorso: «Per vent'anni i pratesi mi hanno tirato su, mi sono allattato a tutte le pietre di Prato, ai mattoni: mi sentivo un mattone di Prato. Son come un mattone pratese che gira il mondo. Poco amato? Dio bono, ma se m'hanno voluto un bene da morire: come quando le mamme dicono al bambino: “basta, basta, o quanti bacini tu mi dai”. Io mi sento come quella mamma».
Per lo spettacolo al Lungobisenzio c'è da aspettarsi qualcosa di nuovo rispetto al canovaccio consueto? «Di particolare c'è già la geografia, il luogo - spiega Benigni - Il fatto di essere lì a Prato, con i pratesi, di parlare la loro lingua. Ogni tanto qualche purista scrive che quando recito Dante si sente un po' l'accento pratese».

Di Prato, e più in particolare di Vergaio, parla ancora come di una fonte di ispirazione. Dice di non avere ancora idee per il suo prossimo film, ma chissà, magari un passaggio da queste parti potrebbe smuovere qualcosa. «Ora sto un po' lì a Vergaio, che è sempre una fonte di grandezze, quelle zolle sono una fonte. Lasciare Vergaio per un po' di tempo, per me, è come averci messo un po' di erba medica, sono sicuro che quando ci torno ci troverò dei fiori, qualsiasi semìno che ci butti, chissà quanta roba nasce».

Infine c'è un'ultima curiosità da soddisfare, un piccolo mistero a cui nessuno dei personaggi interpellati aveva finora saputo dare una risposta certa e che solo lui può risolvere. E dunque: la prima rappresentazione del “Cioni Mario di Gaspare fu Giulia”, il monologo d'esordio di Benigni scritto con l'ausilio di Giuseppe Bertolucci che diede origine poi al film “Berlinguer ti voglio bene”, quella “storica” prima fu a Grignano o a Roma? Benigni non indugia un secondo: «A Grignano, alla Casa del popolo, dove si mangiava il capriolo e dove s'è fatto anche il pranzo di nozze di mia sorella, perché lì si facevano i matrimoni. Una cosa bellissima, indimenticabile. Per me Grignano è stata la partenza. Grignano-Hollywood, quello era il percorso. E ora da Hollywood si ritorna a Grignano».

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