La manifestazione
Benigni è grande, i suoi compagni no
Miriam Monteleone
Il giudizio di Ferrone: «Non sempre i suoi collaboratori sono all'altezza»
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PRATO. “Benigni genio dell'improvvisazione”. Ancora il saggio non è stato scritto ma l'autore potrebbe essere senz'altro il professor Siro Ferrone, ordinario di Storia del teatro e dello spettacolo all'Università di Firenze, nonchè fondatore e presidente del corso di laurea pratese al Pin in Progettazione e gestione degli eventi e delle imprese dello spettacolo. Ferrone si iscrive tra i fan del comico elogiandone le qualità attoriali. Ma ha anche un rimprovero da fargli: quello di circondarsi di compagni di lavoro non sempre all'altezza.
Cosa pensa di Benigni come attore e personaggio dello spettacolo?
«Roberto è un attore di primo livello, sia come capacità d'improvvisazione e invenzione che come presenza scenica, autore e interprete. Pochi reggono il confronto. Credo che come attore di cinema sia un po' sacrificato. Non tutti i ruoli interpretati sul set gli hanno permesso di emergere a pieno. Diciamo anche che non sempre si è circondato di un contorno alla sua altezza..».
Si riferisce a qualcuno in particolare?
«Reputo i suoi compagni di lavoro mediamente bravi, ma non al suo livello. Inoltre trovo quasi eccessiva la simbiotica collaborazione con lo sceneggiatore Vincenzo Cerami. L'esclusività che si è venuta a creare tra i due, ha forse precluso a Benigni altre partnership interessanti».
Cosa pensa invece di Roberto nei panni di Dante?
«Non spetta a me stabilire se Dante si addica o meno a Benigni. Roberto è talmente bravo che potrebbe recitare qualsiasi cosa. In lui ho trovato uno dei migliori interpreti della Commedia, al pari di Carmelo Bene e decisamente superiore a Gassman».
Molti parlano di Benigni come di un Arlecchino toscano. Qual è il contributo che l'attore ha dato alla comicità?
«Direi che Benigni ha reinventato la comicità toscana, garantendo al dialetto un ruolo e una dignità nel teatro e nello spettacolo che prima degli anni Ottanta non aveva. I comici toscani che sono venuti dopo - fatta eccezione per Alessandro Benvenuti - per lo più sono imitazioni».
Una curiosità che la chiama in causa: come si fa a finire in un manuale di storia del teatro? E Benigni si è già conquistato un posto?
«Purtroppo oggi sui manuali viene messo di tutto, molti sembrano elenchi del telefono a pagamento. Non è certo un traguardo che rende giustizia ai meriti di un attore. Benigni compare su qualche manuale, ma credo sia più interessante evidenziare la stima e la curiosità che gli studenti mostrano per il personaggio».
Cosa si apprezza didatticamente di Roberto?
«L'improvvisazione e la mimica. Con i miei studenti ci siamo più volte soffermati sulla sua capacità di far interagire parola e gestualità».
Sono previste collaborazioni o progetti di studio sul personaggio?
«Lo abbiamo invitato in facoltà molte volte, ma non è facile far coincidere i tempi di un attore con quelli accademici. Attualmente Benigni è oggetto di studio come voce biografica del futuro archivio multimediale a cui stiamo lavorando. Direi che è un'indagine destinata a rimanere in fieri. Benigni non smetterà di stupirci reinventandosi. Su questo non ho dubbi».
Cosa pensa di Benigni come attore e personaggio dello spettacolo?
«Roberto è un attore di primo livello, sia come capacità d'improvvisazione e invenzione che come presenza scenica, autore e interprete. Pochi reggono il confronto. Credo che come attore di cinema sia un po' sacrificato. Non tutti i ruoli interpretati sul set gli hanno permesso di emergere a pieno. Diciamo anche che non sempre si è circondato di un contorno alla sua altezza..».
Si riferisce a qualcuno in particolare?
«Reputo i suoi compagni di lavoro mediamente bravi, ma non al suo livello. Inoltre trovo quasi eccessiva la simbiotica collaborazione con lo sceneggiatore Vincenzo Cerami. L'esclusività che si è venuta a creare tra i due, ha forse precluso a Benigni altre partnership interessanti».
Cosa pensa invece di Roberto nei panni di Dante?
«Non spetta a me stabilire se Dante si addica o meno a Benigni. Roberto è talmente bravo che potrebbe recitare qualsiasi cosa. In lui ho trovato uno dei migliori interpreti della Commedia, al pari di Carmelo Bene e decisamente superiore a Gassman».
Molti parlano di Benigni come di un Arlecchino toscano. Qual è il contributo che l'attore ha dato alla comicità?
«Direi che Benigni ha reinventato la comicità toscana, garantendo al dialetto un ruolo e una dignità nel teatro e nello spettacolo che prima degli anni Ottanta non aveva. I comici toscani che sono venuti dopo - fatta eccezione per Alessandro Benvenuti - per lo più sono imitazioni».
Una curiosità che la chiama in causa: come si fa a finire in un manuale di storia del teatro? E Benigni si è già conquistato un posto?
«Purtroppo oggi sui manuali viene messo di tutto, molti sembrano elenchi del telefono a pagamento. Non è certo un traguardo che rende giustizia ai meriti di un attore. Benigni compare su qualche manuale, ma credo sia più interessante evidenziare la stima e la curiosità che gli studenti mostrano per il personaggio».
Cosa si apprezza didatticamente di Roberto?
«L'improvvisazione e la mimica. Con i miei studenti ci siamo più volte soffermati sulla sua capacità di far interagire parola e gestualità».
Sono previste collaborazioni o progetti di studio sul personaggio?
«Lo abbiamo invitato in facoltà molte volte, ma non è facile far coincidere i tempi di un attore con quelli accademici. Attualmente Benigni è oggetto di studio come voce biografica del futuro archivio multimediale a cui stiamo lavorando. Direi che è un'indagine destinata a rimanere in fieri. Benigni non smetterà di stupirci reinventandosi. Su questo non ho dubbi».
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