Sicurezza
aspettando benigni
Magelli, il suo primo regista«Vorrei rivederlo in teatro»
Francesca Gori
«Il Dante di Roberto è un toscano vero. Ma non tutti i suoi film mi piacciono»
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PRATO. Era un Roberto Benigni giovanissimo, quello che per la prima volta calcava le scene del Teatro Metastasio. Prima da studente del Datini, con le recite scolastiche in programma al Ridotto. Poi, nel 1972, sul palco vero, quello dove il Teatro Studio di Prato aveva allestito “Una favola vera”, dal “Re nudo” di Evgenij Schwarz, per la regia di Paolo Magelli.
Mai titolo fu così profetico. “Una favola vera” infatti, è diventata poi la vita e la strepitosa carriera di Robertaccio da Vergaio. A guidare sulla scena Benigni, che debuttò insieme ad una giovanissima Pamela Villoresi, era il regista Paolo Magelli.
Magelli, come ricorda il giovane Benigni?
«Con grandissimo affetto. Io ero poco più che ventenne, Roberto aveva sedici anni quando si presentò al gruppo del Teatro Studio. Benigni è stato, ed è ancora, una persona molto importante nella mia vita. Perché se il lavoro ci ha portati su strade diverse, troviamo ancora il modo di restare in contatto».
Memorabili sono rimaste le serate in pizzeria dopo le prove...
«Si. Andavamo a mangiare la pizza all'Ulivo Rosso, sopra Sesto Fiorentino. Allora era un pizzeria molto semplice. Roberto andava avanti per tutta la notte con battute incredibili, e finiva spesso che là ci restavamo anche a dormire. E allora non c'erano nemmeno le camere. Roberto è sempre stato un vulcano, peccato che abbia avuto un rapporto difficile con la sua città».
Cioè?
«Prato, per tradizione culturale non ha mai voluto avere a che fare con i suoi artisti. Basti pensare che la casa di Clara Calamai, in piazza Ciardi, non esiste più. Purtroppo, c'è sempre stato un primato della politica sulla cultura, e chi ha gestito la cultura a Prato, spesso non ha saputo valorizzare i veri artisti della città».
Ora Benigni è famoso soprattutto per i suoi film. Secondo lei è meglio sul grande schermo o in teatro?
«Quando Roberto riesce a trovare dentro di sé lo spirito e l'ispirazione, è imbattibile. Ma io lo preferisco sul palcoscenico. Al cinema è bravo, ma lo è di più quando è diretto da grandi registi».
A distanza di 35 anni dal debutto al Metastasio, avete mai pensato di tornare a lavorare insieme?
«Qualche anno fa ho incontrato Roberto a Roma. Gli dissi che avrei voluto vederlo nei “Gabbiani” di Checov. Ne nacque una grande discussione sul teatro. Spero che riesca ad autodisciplinarsi e a tornare sul palcoscenico. D'altra parte, spesso la vita è un ciclo, e le situazioni si possono anche ripetere».
Di Benigni i critici dicono che è l'unica vera maschera dopo Totò. E' d'accordo?
«E' una definizione troppo rigida. Roberto è una delle grandi maschere, ma non c'è stato il vuoto tra Totò e Benigni. Dove mettiamo Sordi o Gassman?»
Con “TuttoDante” Benigni ha fatto il pienone. Secondo lei qual è il segreto di questo successo?
«Dante era un toscano ed era anche un arrabbiato. E proprio per questo credo che sia inutile leggere la Divina Commedia come fa Albertazzi. Roberto invece è vero. Presenta Dante in tutta la sua rabbia ma anche, e soprattutto, in tutta la sua toscanità. Per questo piace alla gente. A Prato, il 7 settembre, cercherò di esserci, anche se sarò impegnato con le prove a Zagabria».
Mai titolo fu così profetico. “Una favola vera” infatti, è diventata poi la vita e la strepitosa carriera di Robertaccio da Vergaio. A guidare sulla scena Benigni, che debuttò insieme ad una giovanissima Pamela Villoresi, era il regista Paolo Magelli.
Magelli, come ricorda il giovane Benigni?
«Con grandissimo affetto. Io ero poco più che ventenne, Roberto aveva sedici anni quando si presentò al gruppo del Teatro Studio. Benigni è stato, ed è ancora, una persona molto importante nella mia vita. Perché se il lavoro ci ha portati su strade diverse, troviamo ancora il modo di restare in contatto».
Memorabili sono rimaste le serate in pizzeria dopo le prove...
«Si. Andavamo a mangiare la pizza all'Ulivo Rosso, sopra Sesto Fiorentino. Allora era un pizzeria molto semplice. Roberto andava avanti per tutta la notte con battute incredibili, e finiva spesso che là ci restavamo anche a dormire. E allora non c'erano nemmeno le camere. Roberto è sempre stato un vulcano, peccato che abbia avuto un rapporto difficile con la sua città».
Cioè?
«Prato, per tradizione culturale non ha mai voluto avere a che fare con i suoi artisti. Basti pensare che la casa di Clara Calamai, in piazza Ciardi, non esiste più. Purtroppo, c'è sempre stato un primato della politica sulla cultura, e chi ha gestito la cultura a Prato, spesso non ha saputo valorizzare i veri artisti della città».
Ora Benigni è famoso soprattutto per i suoi film. Secondo lei è meglio sul grande schermo o in teatro?
«Quando Roberto riesce a trovare dentro di sé lo spirito e l'ispirazione, è imbattibile. Ma io lo preferisco sul palcoscenico. Al cinema è bravo, ma lo è di più quando è diretto da grandi registi».
A distanza di 35 anni dal debutto al Metastasio, avete mai pensato di tornare a lavorare insieme?
«Qualche anno fa ho incontrato Roberto a Roma. Gli dissi che avrei voluto vederlo nei “Gabbiani” di Checov. Ne nacque una grande discussione sul teatro. Spero che riesca ad autodisciplinarsi e a tornare sul palcoscenico. D'altra parte, spesso la vita è un ciclo, e le situazioni si possono anche ripetere».
Di Benigni i critici dicono che è l'unica vera maschera dopo Totò. E' d'accordo?
«E' una definizione troppo rigida. Roberto è una delle grandi maschere, ma non c'è stato il vuoto tra Totò e Benigni. Dove mettiamo Sordi o Gassman?»
Con “TuttoDante” Benigni ha fatto il pienone. Secondo lei qual è il segreto di questo successo?
«Dante era un toscano ed era anche un arrabbiato. E proprio per questo credo che sia inutile leggere la Divina Commedia come fa Albertazzi. Roberto invece è vero. Presenta Dante in tutta la sua rabbia ma anche, e soprattutto, in tutta la sua toscanità. Per questo piace alla gente. A Prato, il 7 settembre, cercherò di esserci, anche se sarò impegnato con le prove a Zagabria».
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