Il Tirreno

Prato

aspettando benigni

Benigni: «La statua a Vergaio? Solo dopo morto»

Francesca Gori

L’amico Lapio racconta l'artista e il suo “no” al monumento in paese

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PRATO. Dal 1967 vendono strumenti musicali a Vergaio. E in quel negozio di via Tobbianese, “Lapio Brothers”, Roberto Benigni ci s’è affacciato più di una volta. Perché l’amicizia che lega il premio Oscar pratese a Nicola Lapio viene da lontano. Tanto che uno dei fratelli Lapio, Nicola appunto, qualche anno fa decise che era giunto il momento che a Vergaio fosse eretta una statua a Roberto Benigni. Progetto che per ora è stato messo da parte proprio per volere dello stesso attore e regista, che ha detto: «La statua a Vergaio? Solo dopo morto».

«Quando Roberto seppe della raccolta di firme che avevamo organizzato per chiedere all’amministrazione di erigere una statua nei giardini di Vergaio - racconta Nicola Lapio - disse che la statua si sarebbe potuta fare solo dopo la sua morte. Ma a Taranto c’è quella dedicata a Manuela Arcuri, che è ancora viva. Spero che lo spettacolo pratese serva a riparlare anche di questo. Perché Roberto un monumento se lo merita davvero».

Nicola Lapio non è soltanto l’amico di Benigni che vende strumenti musicali a Vergaio, nel negozio “Lapio Brothers”. E’ stato musicista e paroliere, e insieme a Benigni, in tempi non ancora sospetti, perché non ancora votati alla casua dantesca, firmò un borderò che i due avrebbero voluto depositare alla Siae. Con il testo e la musica di una canzone, “A Firenze”, che parla appunto anche di Dante Alighieri. Borderò che Lapio conserva con affetto. Di aneddoti su Benigni, Nicola ne conosce anche troppi, e si diverte ancora come un matto a raccontarli.

«Quando Roberto aveva 18 anni - attacca - lavorò tre mesi per il Comune. Lo mandarono a fare il censimento e le misurazioni delle case di Vergaio e venne anche a casa mia. Era molto legato al mio babbo Vittorino, e mentre rilevava le misure della nostra casa segnava sul blocchetto tutte cifre tonde. Diceva che il prossimo censimento ci sarebbe stato dopo 100 anni e quindi, anche se aveva tolto qualche centimetro qua e là alla casa, nessuno gliene avrebbe potuto chieder conto». Negli anni ’60, gli anni d’oro per i gruppi musicali che suonavano nelle balere italiane, Nicola Lapio aveva fondato un complesso, I Solitari, e poi i Manila Bru, con i fratelli Mario e Bruno. Erano i tempi in cui la l’orchestra vergaiese arrivò ad esibirsi con i Ricchi e Poveri e con Domenico Modugno. «Roberto comprò da me la prima chitarra - racconta Nicola - e la pagò 5mila lire.

Durante una serata, conobbe un discografico che gli promise di lanciarlo. Lo incontrai alla stazione di Alessandria, io stavo tornando da una serie di serate a Torino, e lui mi disse che aveva pagato 1 milione per incidere il suo disco. Era una fregatura». Dell’ lp “Il cabaret di Roberto Benigni” ne furono stampate forse 500 copie, e una la conserva gelosamente proprio Nicola Lapio. «Venne un giorno in negozio con la sua mamma, l’Isolina - racconta - che mi chiese di aiutare Roberto a vendere il disco. Allora un lp costava 800 lire, ma noi decidemmo di venderlo a 500, poi a 450 lire. Ma rimaneva sempre negli scaffali». Averlo ora, quell’lp che contiene tra le altre “Zappa, zappa contadino” e “Vogliamo un mondo più migliore”, sarebbe un affare.

Memorabili erano le serate al circolo di Vergaio, dove Roberto, con la sua chitarra saliva sul palco insieme ai Manila Bru, e iniziava a stornellare, a cantare e a improvvisare poesie. Una capatina nel negozio dei Lapio Brothers, Benigni ha continuato a farla anche dopo la notorietà. «Gli regalai una chitarra con inciso il suo nome sul manico - ricorda Nicola - e ci facemmo una foto insieme. Roberto aveva rifiutato di fare la pubblicità alle patatine Pai, ma mi ha sempre detto che quella foto, avrei potuto utilizzarla come volevo. Ma tra noi c’è un’amicizia vera. La pubblicità non mi interessa». Con le sue canzoni scritte “di pancia” e la sua chitarra, Roberto Benigni salì nel 1980 sul palco del Festival di Sanremo.

Non come concorrente, ma come presentatore insieme a Claudio Cecchetto, Olimpia Carlisi e Daniele Piombi. Il famigerato Sanremo del “Woijtilaccio”. «Il giorno dopo era a Vergaio e io andai a salutarlo - dice l’amico - e ci raccontò dell’avventura sanremese. Era arrivato all’Ariston con l’Autobianchi A 112 senza un finestrino, e con i vestiti in un sacchetto del supermercato. Lì per lì, la sicurezza del Festival, non lo voleva far entrare». Quello che è successo dopo, è diventata ormai storia e leggenda.

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