Sicurezza
Tessile, il grido d’allarme degli industriali
Il presidente Carlo Longo chiede impegno agli enti locali e agli imprenditori: “Il distretto non va più, bisogna cambiare”
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PRATO. I dati del tessile continuano a essere preoccupanti. Il presidente dell’Unione industriale ha preso carta e penna e ha messo nero su bianco la situazione. Quasi un grido di dolore. Un richiamo ai colleghi imprenditori a investire sull’innovazione. Ma anche una tirata d’orecchie alle istituzioni locali. di Carlo Longo*
LA CRISI E’ NEI DATI «Nelle ultime settimane sono arrivate le notizie di ristrutturazioni aziendali e addirittura di cessazioni di diverse aziende tessili pratesi; per lo più sono aziende conto terzi, ma vi sono anche produttori. Il dato a consuntivo della stagione autunno-inverno 2007-2008, che evidenzia come oltre la metà degli operatori consultati dall’ufficio studi dell’Unione Industriale valuti “non buoni” i risultati conseguiti. Sempre l’ufficio studi ha stimato - sulla base dei dati del Consorzio Prato Energia del periodo gennaio-maggio 2007 - una contrazione dei consumi di energia intorno al 4,7%; ovviamente non positivi, in questo quadro, i numeri sulle ore lavorate, che segnano -2,4% per gli straordinari, +5,7% per la cassa integrazione e +6,4% per ferie, permessi e recuperi. Quanto alle previsioni per la primavera-estate 2008, sono più difficilmente quantificabili ma non buone».
QUADRO PREOCCUPANTE «Il quadro complessivo è oggettivamente preoccupante. Dopo qualche segnale positivo nel 2006 e nella prima parte di quest’anno, qualcosa si è di nuovo inceppato. Sono fluttuazioni che non possiamo considerare fisiologiche: non lo sono né la loro entità né tantomeno gli effetti che stanno avendo su un sistema produttivo come il nostro, già duramente provato».
COSA STA ACCADENDO «La domanda che dobbiamo porci è perché a Prato sta avvenendo tutto questo; perché, mentre circolano numeri almeno accettabili sull’andamento del settore moda italiano, noi stiamo ancora soffrendo. Le risposte sono più d’una. Intanto, il distretto pratese è grande, molto più grande degli altri: ha di più da perdere, e del resto anche di più da mantenere. Poi ha resistito meglio alla crisi degli anni scorsi, e quindi c’è stata meno selezione “concentrata” ma più selezione “diluita” nel tempo: un bene da un lato, ma un male dall’altro, perché sono rimaste in vita realtà aziendali già gravemente compromesse, che talora, prima dell’inevitabile cessazione, provocano guasti nelle dinamiche tariffarie. Occorre tenere conto anche che la crisi del tessile degli anni scorsi ha lasciato vive tante aziende terziste che nel resto d’Italia, e anche d’Europa, non ci sono più: la nostra filiera c’è ancora, fortunatamente, ma indebolita e in pericolo».
SETTORE SOTTO TIRO «Al di là delle specificità pratesi sulle modalità di “dimagrimento” delle attività tessili, non bisogna dimenticarsi che il settore moda è oggettivamente esposto più di altri alla concorrenza e necessita quindi di una particolare attenzione perché ogni possibile leva competitiva venga potenziata al massimo. Il settore moda, e anche il meccanotessile e le attività manifatturiere in genere, non possono permettersi dispersioni di potenzialità competitive: questo concetto dobbiamo averlo tutti ben presente, noi operatori per primi, ma anche la città nel suo complesso».
CREDIAMOCI PER PRIMI «Noi imprenditori perché dobbiamo lavorare all’ammodernamento delle nostre aziende con ancora maggior decisione di quanto non stiamo già facendo; e dicendo ammodernamento intendo attualizzazione di formule organizzative e produttive che siano adeguate alle richieste del mercato. Vedo tanti colleghi straordinariamente attivi ed attenti, che non a caso sono anche quelli di maggior successo: perché imprese di successo a Prato ce ne sono, e tante, anche nel tessile, perfino nella subfornitura tessile. Questi imprenditori non hanno nessuna formula magica, ma solo la capacità e la voglia di rimettersi in discussione ogni giorno, senza stancarsi né adagiarsi. Nessuno può dire dall’esterno ad un imprenditore cosa fare, nemmeno il più grande consulente di strategie aziendali: dal di fuori si può solo suggerire, stimolare, sensibilizzare, proporre.
E’ quello che come associazione facciamo quotidianamente, ed è la risposta alla domanda di rito “Cosa fa l’Unione?” che ci sentiamo rivolgere spesso. Non passa giorno senza un corso, un convegno, un incontro tecnico, un seminario, una newsletter, una comunicazione: molte imprese - non tutte, però, nemmeno fra i nostri soci - sanno cogliere queste occasioni di crescita culturale. All’attività quotidiana si aggiungono iniziative “straordinarie” che costituiscono occasioni di riflessione complessiva su Prato e la sua industria. Mi riferisco al documento redatto con Nomisma, ad esempio, cui stiamo dando sostanza con molteplici incontri con imprenditori ed esperti. Questo per quanto concerne le aziende; ma le sorti del sistema industriale devono (o dovrebbero) stare a cuore a tutta la città».
SERVONO ATTI CONCRETI «C’è stato un momento, ancora pochissimi anni se non mesi fa, in cui a Prato usava ostentare insofferenza nei confronti dell’industria e soprattutto del tessile-abbigliamento. Ora mi pare che qualcosa sia cambiato e che da parte di istituzioni e opinione pubblica si sia recuperato verso le attività produttive un atteggiamento più equilibrato. A parole e basta, però: mancano atti concreti che confermino che le istituzioni pratesi scommettono ancora sull’industria. E’ chiaro che molti dei problemi che abbiamo non chiamano in causa Prato ma Roma o addirittura Bruxelles. Basti pensare a quei mali cronici nazionali che si chiamano politiche fiscali ed energetiche, alle carenze in tema di education e di innovazione, all’ingessatura di una burocrazia cui sono estranei il merito e la sanzione; e, nella dimensione europea, alla vicenda del made in, alle frodi, alla contraffazione sistematica. L’opinione pubblica si ricorda di questi problemi solo quando vengono fuori i dentifrici tossici e gli alimenti adulterati, ma chi lavora nel manifatturiero ci si scontra tutti i giorni».
E GLI ENTI LOCALI? «Imputate per molti problemi l’Italia e l’Europa, dunque, ma anche le amministrazioni e gli enti locali ci mettono del loro. Quando la Tia aumenta e parallelamente si nicchia sulla gestione rifiuti; quando non si riesce ad avere una parola chiara a livello regionale sullo sviluppo dell’interporto; quando pratiche edilizie anche ordinarie rimangono impantanate per anni sulle scrivanie degli uffici comunali; quando si compromette l’equilibrio socio-economico del territorio con un atteggiamento troppo acquiescente verso l’illegalità diffusa; quando - ed è la beffa più amara - agli investimenti delle imprese sulla tutela delle acque fanno da contraltare tariffe di depurazione e fognatura fra le più alte d’Italia; quando accade tutto questo significa che alla dichiarata attenzione per le attività produttive non fa riscontro da parte delle autorità locali un impegno vero e concreto.
Prato - e con essa i livelli istituzionali anche sovraordinati alla città - deve decidere se sta con la sua industria o no; se ritiene di poterne fare a meno o se viceversa l’attuale profilo economico del distretto, debitamente attualizzato come è ovvio, non sia tutto quanto abbiamo da giocarci. Io sono convinto che, piaccia o no, almeno a medio termine Prato abbia nelle attività produttive il suo punto di forza e la principale carta su cui puntare per lo sviluppo. Invito chi è convinto del contrario ad indicare soluzioni alternative che abbiano una credibilità ed un potenziale di creazione di Pil tali da smentirmi».
*presidente degli industriali pratesi
LA CRISI E’ NEI DATI «Nelle ultime settimane sono arrivate le notizie di ristrutturazioni aziendali e addirittura di cessazioni di diverse aziende tessili pratesi; per lo più sono aziende conto terzi, ma vi sono anche produttori. Il dato a consuntivo della stagione autunno-inverno 2007-2008, che evidenzia come oltre la metà degli operatori consultati dall’ufficio studi dell’Unione Industriale valuti “non buoni” i risultati conseguiti. Sempre l’ufficio studi ha stimato - sulla base dei dati del Consorzio Prato Energia del periodo gennaio-maggio 2007 - una contrazione dei consumi di energia intorno al 4,7%; ovviamente non positivi, in questo quadro, i numeri sulle ore lavorate, che segnano -2,4% per gli straordinari, +5,7% per la cassa integrazione e +6,4% per ferie, permessi e recuperi. Quanto alle previsioni per la primavera-estate 2008, sono più difficilmente quantificabili ma non buone».
QUADRO PREOCCUPANTE «Il quadro complessivo è oggettivamente preoccupante. Dopo qualche segnale positivo nel 2006 e nella prima parte di quest’anno, qualcosa si è di nuovo inceppato. Sono fluttuazioni che non possiamo considerare fisiologiche: non lo sono né la loro entità né tantomeno gli effetti che stanno avendo su un sistema produttivo come il nostro, già duramente provato».
COSA STA ACCADENDO «La domanda che dobbiamo porci è perché a Prato sta avvenendo tutto questo; perché, mentre circolano numeri almeno accettabili sull’andamento del settore moda italiano, noi stiamo ancora soffrendo. Le risposte sono più d’una. Intanto, il distretto pratese è grande, molto più grande degli altri: ha di più da perdere, e del resto anche di più da mantenere. Poi ha resistito meglio alla crisi degli anni scorsi, e quindi c’è stata meno selezione “concentrata” ma più selezione “diluita” nel tempo: un bene da un lato, ma un male dall’altro, perché sono rimaste in vita realtà aziendali già gravemente compromesse, che talora, prima dell’inevitabile cessazione, provocano guasti nelle dinamiche tariffarie. Occorre tenere conto anche che la crisi del tessile degli anni scorsi ha lasciato vive tante aziende terziste che nel resto d’Italia, e anche d’Europa, non ci sono più: la nostra filiera c’è ancora, fortunatamente, ma indebolita e in pericolo».
SETTORE SOTTO TIRO «Al di là delle specificità pratesi sulle modalità di “dimagrimento” delle attività tessili, non bisogna dimenticarsi che il settore moda è oggettivamente esposto più di altri alla concorrenza e necessita quindi di una particolare attenzione perché ogni possibile leva competitiva venga potenziata al massimo. Il settore moda, e anche il meccanotessile e le attività manifatturiere in genere, non possono permettersi dispersioni di potenzialità competitive: questo concetto dobbiamo averlo tutti ben presente, noi operatori per primi, ma anche la città nel suo complesso».
CREDIAMOCI PER PRIMI «Noi imprenditori perché dobbiamo lavorare all’ammodernamento delle nostre aziende con ancora maggior decisione di quanto non stiamo già facendo; e dicendo ammodernamento intendo attualizzazione di formule organizzative e produttive che siano adeguate alle richieste del mercato. Vedo tanti colleghi straordinariamente attivi ed attenti, che non a caso sono anche quelli di maggior successo: perché imprese di successo a Prato ce ne sono, e tante, anche nel tessile, perfino nella subfornitura tessile. Questi imprenditori non hanno nessuna formula magica, ma solo la capacità e la voglia di rimettersi in discussione ogni giorno, senza stancarsi né adagiarsi. Nessuno può dire dall’esterno ad un imprenditore cosa fare, nemmeno il più grande consulente di strategie aziendali: dal di fuori si può solo suggerire, stimolare, sensibilizzare, proporre.
E’ quello che come associazione facciamo quotidianamente, ed è la risposta alla domanda di rito “Cosa fa l’Unione?” che ci sentiamo rivolgere spesso. Non passa giorno senza un corso, un convegno, un incontro tecnico, un seminario, una newsletter, una comunicazione: molte imprese - non tutte, però, nemmeno fra i nostri soci - sanno cogliere queste occasioni di crescita culturale. All’attività quotidiana si aggiungono iniziative “straordinarie” che costituiscono occasioni di riflessione complessiva su Prato e la sua industria. Mi riferisco al documento redatto con Nomisma, ad esempio, cui stiamo dando sostanza con molteplici incontri con imprenditori ed esperti. Questo per quanto concerne le aziende; ma le sorti del sistema industriale devono (o dovrebbero) stare a cuore a tutta la città».
SERVONO ATTI CONCRETI «C’è stato un momento, ancora pochissimi anni se non mesi fa, in cui a Prato usava ostentare insofferenza nei confronti dell’industria e soprattutto del tessile-abbigliamento. Ora mi pare che qualcosa sia cambiato e che da parte di istituzioni e opinione pubblica si sia recuperato verso le attività produttive un atteggiamento più equilibrato. A parole e basta, però: mancano atti concreti che confermino che le istituzioni pratesi scommettono ancora sull’industria. E’ chiaro che molti dei problemi che abbiamo non chiamano in causa Prato ma Roma o addirittura Bruxelles. Basti pensare a quei mali cronici nazionali che si chiamano politiche fiscali ed energetiche, alle carenze in tema di education e di innovazione, all’ingessatura di una burocrazia cui sono estranei il merito e la sanzione; e, nella dimensione europea, alla vicenda del made in, alle frodi, alla contraffazione sistematica. L’opinione pubblica si ricorda di questi problemi solo quando vengono fuori i dentifrici tossici e gli alimenti adulterati, ma chi lavora nel manifatturiero ci si scontra tutti i giorni».
E GLI ENTI LOCALI? «Imputate per molti problemi l’Italia e l’Europa, dunque, ma anche le amministrazioni e gli enti locali ci mettono del loro. Quando la Tia aumenta e parallelamente si nicchia sulla gestione rifiuti; quando non si riesce ad avere una parola chiara a livello regionale sullo sviluppo dell’interporto; quando pratiche edilizie anche ordinarie rimangono impantanate per anni sulle scrivanie degli uffici comunali; quando si compromette l’equilibrio socio-economico del territorio con un atteggiamento troppo acquiescente verso l’illegalità diffusa; quando - ed è la beffa più amara - agli investimenti delle imprese sulla tutela delle acque fanno da contraltare tariffe di depurazione e fognatura fra le più alte d’Italia; quando accade tutto questo significa che alla dichiarata attenzione per le attività produttive non fa riscontro da parte delle autorità locali un impegno vero e concreto.
Prato - e con essa i livelli istituzionali anche sovraordinati alla città - deve decidere se sta con la sua industria o no; se ritiene di poterne fare a meno o se viceversa l’attuale profilo economico del distretto, debitamente attualizzato come è ovvio, non sia tutto quanto abbiamo da giocarci. Io sono convinto che, piaccia o no, almeno a medio termine Prato abbia nelle attività produttive il suo punto di forza e la principale carta su cui puntare per lo sviluppo. Invito chi è convinto del contrario ad indicare soluzioni alternative che abbiano una credibilità ed un potenziale di creazione di Pil tali da smentirmi».
*presidente degli industriali pratesi
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