Il Tirreno

Pontedera

«Tante gioie e un solo rimpianto. Ora salgo sull’ammiraglia»

Marco Sabia
«Tante gioie e un solo rimpianto. Ora salgo sull’ammiraglia»

Il 39enne sanmniatese ringrazia la famiglia e i tifosi. Ora è pronto a iniziare la nuova avventura con la Uae Emirates: «Peccato per quella tappa al Giro 2006» 

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san miniato. La bici – è vero – l’ha appesa al chiodo, ma è troppo forte il richiamo che gli pulsa dentro per lasciare il suo mondo, quello delle corse su due ruote. Manuele Mori, 39 anni di San Miniato, sabato sera si è concesso un piccolo-grande bagno di folla a due passi da casa sua (a Cigoli), grazie ad una festa d’addio voluta dai suoi amici.

Duecento le persone a tavola solo per lui, tra cui l’amico di una vita Diego Ulissi e l’ultimo vincitore del Fiandre Alberto Bettiol. Mori, comunque, rimarrà nel “gruppone”: non a sedere sul sellino ma molto probabilmente più comodamente seduto dentro un’ammiraglia (quella della Uae Emirates), la sua ultima squadra da pro. Sì, perché “L’ultimo dei Mori” (il padre Primo e il fratello Massimiliano sono stati professionisti prima di lui) quasi sicuramente diventerà uno dei direttori sportivi del team che oggi vede in sella Fabio Aru, il velocista Fernando Gaviria e il fenomeno sloveno Tadej Pogacar, oltre all’amico di una vita Ulissi.

«Col team – racconta Mori – ne stiamo parlando e molto probabilmente dal prossimo anno inizierò a farmi le ossa in questo nuovo ruolo. Proverò intanto per un anno, anche perché sia la squadra che io dobbiamo capire se sono all’altezza di questa nuova ambiziosa sfida». Nel frattempo, con l’amico Kristian Sbaragli, Mori si è portato avanti investendo in un altro settore, ovviamente legato alle due ruote: l’abbigliamento tecnico. Ma c’è qualcosa che avrebbe fatto diversamente? «In realtà ho un solo rimpianto: la tappa di Sestri Levante del 2006 al Giro, dove dopo due cadute non fui in grado di giocarmi una tappa che potevo vincere». Quel giorno, infatti, Mori era in fuga con Emanuele Sella: entrambi finirono a terra in due occasioni e sul traguardo ad alzare le mani al cielo fu Joan Horrach. Così Mori disse addio ai sogni di gloria al Giro, salvo poi vincere – l’anno successivo – la Japan Cup; col Giappone fu un vero e proprio colpo di fulmine, tanto che Mori è l’unico ciclista italiano ad avere un fan club nella terra dei samurai. Sabato sera a Cigoli due sue tifose giapponesi erano a tavola con lui: «Sì, è la dimostrazione che il ciclismo crea rapporti duraturi. E vedere così tanti ex miei compagni e dirigenti sportivi mi ha confermato quanto ho fatto di buono in questi anni». Alla fine è tempo di ringraziamenti, a partire dal compagno di squadra Ulissi: «Con Diego siamo stati insieme 10 anni, praticamente stavamo più insieme fra di noi che con le nostre mogli». Ma non poteva mancare la famiglia: «Devo ringraziare mia moglie Elisa e la mia bambina Aurora perché mi hanno sopportato e supportato in tutto e per tutto, facendo dei grandi sacrifici per me. Senza dimenticare mio padre Primo che mi ha messo in bici da bambino e mio fratello Massimiliano che mi ha insegnato tanto». —

Marco Sabia

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di Redazione web