Italia
Mezzo secolo sotto rete, la Vbc di Pontedera compie cinquant’anni
La società festeggia organizzando una serata amarcord
PONTEDERA. La fine della prima monarchia in Francia e l’indipendenza degli Stati Uniti. Quando si pensa alle “rivoluzioni”, raramente si pensa in piccolo. In realtà, la rivoluzione non riguarda solo grandi stati in un determinato momento storico, ma anche città e comunità locali in un flusso che porta alla progressiva riformulazione degli assetti mentali e dei valori tradizionali.
In questo senso, nel flusso rivoluzionario, si inserisce anche la storia della Vbc Pontedera. Non è certo un’esagerazione: nel 1968, cinquant’anni fa, un gruppo di ragazze pontederesi, accomunate dalla passione per la pallavolo, non riusciva a dar vita a una squadra. Perché? «Perché le donne che volevano giocare – racconta Paolo Battini, socio fondatore della Vbc – non venivano affatto considerate, anzi».
Anzi: qualcuno, anche nell’amministrazione, sogghignava. Le donne, nonostante la contestazione globale del 1968, dovevano stare in casa. Lo sport era da maschi. E a Paolo Battini, insieme alla futura moglie Nila Guidi – ex pallavolista della Vbc – e al cognato Paolo, questa cosa proprio non andava giù. «Nessuno ci diede una mano – racconta sorridendo – né le parrocchie, né i partiti, né le associazioni, né il Comune». Altri tempi, altri modi. Per andare avanti, c’era un’unica soluzione: fare da soli. «Agli inizi – spiega – mettevamo 50 lire a testa ogni mese, comprese le giocatrici: qualcuno doveva pur pagare per le magliette».
[[atex:gelocal:il-tirreno:pontedera:foto-e-video:1.16969637:MediaPublishingQueue2014v1:https://www.iltirreno.it/pontedera/foto-e-video/2018/06/16/fotogalleria/pontedera-volley-1.16969637]]
Le giovani pontederesi, così, cominciarono ad allenarsi. Ovviamente, non senza ostacoli: la palestra di via Marconcini era riservata alle pallavoliste solo il sabato pomeriggio. Durante la settimana, manco a dirlo, si allenavano i ragazzi. «Dopo un po’, riuscimmo a convincere l’amministrazione – continua Battini – e iniziammo ad allenarci due volte alla settimana, dopo cena».
Ma la rivoluzione era già in moto. «Qualche risultato ci aiutò a trovare lo sponsor, ovvero la Cimm Infissi di Orentano – racconta – che per i primi due campionati ci aiutò molto». Qualcuno, evidentemente, si accorse che per far sport non serve la carta d’identità, ma la forza di volontà. E quelle ragazze ne avevano da vendere: in meno di dieci anni, nel 1976, la Vbc era in serie B. «E a quel tempo – specifica Battini – la serie B era la seconda categoria di pallavolo a livello nazionale, senza distinzioni tra B-1 e B-2».
[[atex:gelocal:il-tirreno:pontedera:sport:1.16963209:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/pontedera/sport/2018/06/14/news/il-presente-si-chiama-ambra-1.16963209]]
In così poco tempo, quel gruppo di ragazze che volevano soltanto divertirsi, avevano non solo portato Pontedera a un passo dalla massima serie del volley italiano, ma avevano anche compiuto la loro piccola rivoluzione. La Vbc aveva totalmente cambiato il modo di vivere lo sport femminile in una comunità che, solo qualche anno prima, neppure si poneva il problema. Da quel momento, la Vbc è diventata una vera e propria istituzione pontederese.
«Dopo la presidenza di Fabio Chiodi – racconta Battini – si aprì il trentennio con Vincenzo Parisi, soprannominato il Supertifoso». Dal 2016, il presidentissimo Parisi non c’è più, ma la Vbc, compiuti i suoi primi cinquant’anni, continua a essere la casa di centinaia di pallavoliste. «Sono migliaia le ragazze che hanno giocato con noi – conclude – e le ricordo tutte quante con grandissimo affetto». Nessuna si è dimenticata, e la Vbc non si è dimenticata di loro.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
