Sicurezza
Mori è assolto ma era sicuro dell’innocenza
SAN MINIATO. «Mi è stata resa giustizia, finalmente. E non era affatto scontato, anche se io, come ho sempre detto, ero certo che sarebbe finita così; l’accusa di doping risaliva al 2010. Ho avuto la...
SAN MINIATO. «Mi è stata resa giustizia, finalmente. E non era affatto scontato, anche se io, come ho sempre detto, ero certo che sarebbe finita così; l’accusa di doping risaliva al 2010. Ho avuto la fortuna di poter continuare a gareggiare con la Lampre e ora sono appena tornato dalla Spagna dove ero ad allenarmi, in vista della nuova stagione», racconta Manuel Mori, il corridore accusato – ingiustamente - di doping. In brutta compagnia: a cominciare dal fratello Massimiliano, che ha attaccato la bici al chiodo e continua nel ciclismo - sull’ammiraglia della News project team - a guidare 13 giovani in gamba.
Raduna le idee Manuel, certamente scaccia l’incubo di essere condannato anche se innocente. «Sapevo di avere la coscienza pulita, e ho continuato a gareggiare grazie anche alla società che ha avuto fiducia in me, mentre altri colleghi coinvolti non hanno poi trovato altri ingaggi».
Sentivi, dagli sportivi, fiducia in quello che raccontavi, o ritenevano le tue parole una scusa per tirare avanti, mentre qualcuno insisteva che doparsi nel ciclismo è una vergogna?
«Non è stato facile, ma quando si ha la coscienza pulita, si ha anche la forza di rispondere a testa alta. Ma soprattutto ora potrò concentrarmi sulla nuova stagione agonistica che sta per cominciare».
A loro volta assolti: Gavazzi, Cunego, l’ex iridato Ballan, il diesse Bontempi, il team manager Saronni, e altri ancora perché gli imputati erano 27, tutti assolti con formula piena dal tribunale di Mantova.
«Tra 6 mesi il fatto sarebbe andato in prescrizione, ma un conto è farla franca a quella maniera, e ben altro tornare a essere puliti alla luce del sole».
Conclude il padre Primo Mori, già scalatore al Tour de France: «Tutto è bene quel che finisce bene, ma chi ha fatto l’infamante accusa chissà se pagherà».
Luciano Gianfranceschi
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