Sicurezza
Quei “giapponesi” diventati leggenda
Una serata a ricordare il volley proposto dalla Us Zoli
PONTEDERA. Studio e pallavolo. Senza cellulari, consolle o altre distrazioni. Sveglia al mattino presto, scuola, pranzo, dalle 14 alle 17 i compiti per il giorno successivo e poi balzi, schiacciate, schemi e soprattutto divertimento. Gli allenamenti duravano fino alle 21: coach Claudio Piazza era un perfezionista, non lasciava niente al caso. E studiava continuamente nuovi sistemi di gioco.
La sua attenzione venne catturata dai movimenti perfettamente sincronizzati dei giapponesi. Loro sì che la palla la facevano viaggiare alla velocità della luce, facendola sbattere puntualmente nel campo avversario. Proprio dalla filosofia pallavolistica nipponica prenderà vita la macchina perfetta della Us Zoli. Nata ufficialmente nel ’67, ma figlia dell’intuito di don Vasco Bertelli, che negli cinquanta insieme al dottor Emilio Zoli decide di costituire un’organizzazione sportiva: la Csi Juventus Pontedera. Il volley è uno degli ultimi sport a essere praticati ne gruppo sportivo. I primi allenamenti si svolgono sul campo sterrato dell’oratorio.
Tra il ’60 e il ’63 la Juventus Pontedera conquista un titolo provinciale Juniores e l’accesso alle fasi regionali del campionato di Promozione. Tra gli atleti c’è anche Carletto Monni, che diventerà sindaco di Pontedera nel ’75 e lo resterà fino al 1990. Nel ’67, con la scomparsa di Emilio Zoli, nasce ufficialmente la Us Zoli, chiamata così in memoria del medico punto di riferimento della città.
Nel libro “I giapponesi di Pontedera”, presentato ieri nella sala consiliare di Palazzo Stefanelli, scritto da Cesare Ferretti e Franco Ferrini, è ripercorsa la storia della pallavolo pontederese. Dall’intuizione di don Bertelli alla chiamata in nazionale dei talenti della Zoli. Mercoledì sera nel piazzale della scuola media Curtatone Montanara si sono ritrovati tutti. Coach Piazza e quelli che un tempo erano i suoi ragazzi, oggi uomini dai capelli bianchi e la mente stracolma di ricordi. La maggior parte dei quali legati a palazzetti dello sport, punti falliti clamorosamente e boati del pubblico per un recupero a fondo campo. Sotto rete hanno passato una parentesi fantastica della loro vita. E col microfono tra le mani hanno provato a trascinare il pubblico indietro nel tempo. Fino al ’67. Quando tutto ebbe inizio. Giocavano come gli asiatici e vincevano. Prima di tutto però lo studio. Non a caso quasi tutti oggi hanno una laurea in bacheca. Anche perché chi voleva sentire il pallone tra i polpastrelli doveva avere buoni voti a scuola: Claudio Piazza andava regolarmente ai colloqui con i professori dei suoi giocatori. Chi aveva insufficienze stava in panchina. O addirittura in tribuna.
Al primo tentativo, nella stagione ’67-’68 la Us Zoli vince il titolo nazionale Csi a Trieste e festeggia la promozione in serie C. Nel ’69-’70 l’approdo in B. I giapponesi non si fermano più. L’anno dopo la serie A sfuma per il peggior quoziente set rispetto alla formazione dei vigili del fuoco Gargano. La nazionale di pallavolo mette gli occhi su alcuni fenomeni allenati da Piazza. Fabio Innocenti con la maglia azzurra vince le Universiadi di Torino, nel 1970. La palestra del liceo classico però non basta più: la Federazione chiede un palazzetto più capiente e le difficoltà economiche della società fanno il resto. Nasce il Cus Pisa, fusione tra il team pisano e la Zoli. Si gioca nell’impianto di piazza dei Cavalieri, a Pisa, ma i pontederesi ormai sono affezionati ai “loro” ragazzi.
«L’impianto ospitava 360 persone compresi giocatori e staff tecnici. In più di un’occasione ce ne sono entrate più di mille», ha ricordato ieri Franco Ferrini, autore del libro che ripercorre le gesta di Piazza & co. edito da Tegete Edizoni e storico dirigente della squadra che ha fatto sognare Pontedera. Fabrizio Nassi, Alessandro Lazzeroni, Fabio Innocenti e Antonio Zecchi sono in campo con l’Italia nei mondiali di Roma nel 1978.
«Abbiamo fatto rinunce importanti, seguendo valori come l’amicizia, l’amore per lo sport e l’amore per le nostre radici. Locali e nazionali. Abbiamo passato momenti che hanno segnato la nostra vita e che non dimenticheremo. Il nostro modo di giocare rispecchiava il sapere scientifico applicato al mondo dello sport».
A parlare è Claudio Piazza. Seduti a pochi metri da lui i marziani della Zoli. Lo ascoltano in silenzio, osservandolo. La favola si interromperà con l’inizio degli anni Ottanta, ma oggi come 30 anni fa quando parla l’allenatore non fiata nessuno. Capelli bianchi, volti rigati dall’età. Nel piazzale della scuola Curtatone parla Claudio Piazza: e i suoi “giapponesi” non si perdono una parola. Oggi come allora.
Tommaso Silvi
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
