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Pontedera

Alfredo Martini, “Atleta nella storia”

Alfredo Martini, “Atleta nella storia”

Il più grande condottiero del ciclismo parla della bici, del doping e delle imprese

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SANTA CROCE. Il mitico ex ct degli azzurri di ciclismo, Alfredo Martini, è stato insignito dal Panathlon Club Valdarno Inferiore del premio “Atleta nella storia”. Il presidente del sodalizio, Alessandro Masoni, ne ha tratteggiato la figura.

Nella festosa circostanza, Martini ha risposto a qualche domanda. Come mai, nonostante gli scandali del doping, il ciclismo continua ad appassionare, ad avere tanta popolarità? «Perché è uno sport leggendario – risponde a tono Alfredo Martini –. Perché il ciclismo si sta dando da fare per emarginare casi incresciosi di doping. Perché è uno sport in cui bisogna lottare con la forza delle gambe, ma anche con la testa. Perché l’avversario, in corsa, non sai se è anche il caldo, il freddo, la pioggia. Oltre agli altri corridori. È ’ questo che coinvolge anche chi segue i corridori stando sulla strada, o seduto davanti alla tv».

Ma questo, più o meno, vale per tutti gli sport. “La bicicletta è un cavallo da grandi fatiche. E da grandi rinunce quando si è giovani. Io lo so bene. E con i corridori ci parlo, anzi li ascolto, soprattutto quelli promettenti. Voglio sentire con le mie orecchie come vivono l’impegno, fatto di forza e d’intelligenza, magari vanificato da una foratura, o da un attimo di smarrimento».

Succede anche nella vita, non solo nel ciclismo: passa il treno e non si riesce a prenderla al volo. «Nel ciclismo è una vittoria anche quella di chi non arriva primo – continua, con umanità –. Ha pedalato come gli altri, s’è impegnato anche di più, ma non ha il conforto del risultato. L’impegno nel c’è sempre, sennò al traguardo non ci si arriva. E se ci si arriva con qualche birbonata, si finisce per essere scoperti».

Il fascino leggendario dell’uomo solo al comando, da Fausto Coppi in poi. «Il ciclismo è cambiato perché si guarda comodamente da casa ma per il corridore invece non è mutato granché. La tecnologia moderna un po’ aiuta, ma se non pedali al massimo, non arrivi sotto lo striscione»

Ha avuto molte soddisfazioni: vincendo una tappa del Giro d’Italia a Firenze, indossò la maglia rosa; era il 1950, a quei tempi sulle strade sterrate gareggiavano campioni come Gino Bartali, Fausto Coppi, e Fiorenzo Magni. «Fu un bel momento, io fiorentino primo in classifica nella mia città. Non lo dimenticherò mai».

E dopo essere diventato direttore sportivo con la Ferretti a Capannoli e con la Sammontana a Empoli, fu ct dal 1975 al 1997: 23 anni di successi con 6 titoli mondiali (Moser, Saronni, Argentin, Fondriest, e due volte Bugno), oltre a 7 argenti e altrettanti bronzi).

Il più grande condottiero è ora presidente onorario della Fci.

Luciano Gianfranceschi

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