Il Tirreno

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Il lutto

La Valdera piange Osvaldo "Lapo" Pieraccioni, ultimo sopravvissuto all’orrore nazista

di Paola Silvi
La Valdera piange Osvaldo "Lapo" Pieraccioni, ultimo sopravvissuto all’orrore nazista

È morto a Fornacette il giorno dopo il 101° compleanno. Fu deportato a Lipsia, riuscì a salvarsi dall’attacco aereo che rase al suolo il lager

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Calcinaia Se ne è andato a 101 anni e un giorno, nella sua casa a Fornacette. Dopo un'esistenza da combattente. Coraggioso, sempre: per carattere, ma anche per necessità. Osvaldo Pieraccioni, per tutti Lapo, uno degli ultimi sopravvissuti dell'orrore dei campi nazisti, è morto la sera di lunedì.

Con lui, scompare una delle menti più lucide e più disincantate, nell'elaborazione di quanto è accaduto e non deve mai più ripetersi: la brutalità incommensurabile della violenza e dello sterminio, un sistema in cui – come aveva raccontato un anno fa a Il Tirreno, quando compì un secolo - «nelle baracche tedesche non esisteva da mangiare. Solo zuppa con tanta acqua e qualche foglia di verdura. Si lavorava di notte mentre gli alleati bombardavano. Di giorno ci radunavano nel piazzale, con il freddo e la neve. Non avevamo né scarpe né cappotti. Se qualcuno si appisolava, stremato dalla fatica e dalla fame veniva bastonato. Vedevo i bambini di quattro anni trasportare sbarre di ferro. Se piangevano, li prendevano per un orecchio e li picchiavano. A vent'anni chiedevo solo la morte. Los, los urlavano i tedeschi. Dai, dai gridavano se i prigionieri perdevano il ritmo, quando invece c'era da ricostruire da capo il rifugio distrutto dalle bombe».

Lapo, nato il 21 gennaio 1923 a Ponsacco, quella violenza, quella paura e quella disperazione l'aveva vissuta sulla sua pelle e non si stancava di raccontarla. Nell'ultimo anno erano venuti anche da Firenze, da Venezia per ascoltare la sua testimonianza. Ex prigionieri, ex partigiani, qualche studioso aveva incontrato Lapo per confrontarsi e trascrivere la sua storia. Le ferite nell'animo non erano mai guarite. Mentre ripercorreva quei periodi, a cavallo tra la fine del 1943 e il 1945, non c'era volta che non si commuovesse. «Non c'è una ragione e il perché di tutto questo rimarrà senza risposta», diceva ma intanto descriveva le notti insonni passate a lavorare nel campo di Lipsia, le adunate forzate, le botte con i manganelli, i morsi della fame e le morti a cui aveva dovuto assistere impotente e pietrificato.

«Perché tutti sappiano e nessuno mai debba provare quelle esperienze», era la spiegazione finale con cui, con un filo di voce, concludeva il disumano resoconto. Era il 1942 quando Lapo, a 19 anni partì militare.

Fu assegnato al quinto autocentro di Trieste, un corpo automobilistico delle forze dell'ordine. Dopo aver ottenuto una licenza per correre a casa a sposarsi con la donna della sua vita, nell'aprile del 1943, e aver assaporato pochi mesi di felicità, a settembre si ritrovò al centro della tragedia. La caserma triestina in cui fu mandato venne circondata dalle truppe tedesche, i soldati italiani fatti prigionieri e deportati in un campo di concentramento a Lipsia. «Quando il campo venne raso al suolo, nel rifugio, sotto le macerie, in uno degli ultimi attacchi aerei, morirono quasi tutti. Mi salvai – diceva - perché trovai un posto, l'unico rimasto, vicino a una finestra». Una settimana intera fra i cadaveri dei compagni. Lapo tornò a casa il 19 luglio 1945 dopo mesi passati in campagna, mentre aspettava un convoglio che riuscisse a varcare la frontiera, barattando lavoretti con qualche patata, divise da marinaio trovate per caso in un vecchio vagone ferroviario con un piatto di piselli. Con il viaggio di ritorno che fu un'altra odissea.

Al rientro, al cordificio Marconcini dove lavorava il padre, non trovò più nessuno. Anche la madre era morta. Ma poi, Lapo, con tenacia tornò alla normalità, diventò operaio della Piaggio, aprì un negozio di articoli da bambini a Pisa, e trovò il tempo per il podismo, macinando chilometri, fino a due anni prima della morte, arrivata nella notte di lunedì, improvvisamente, in seguito a un'influenza.

Lapo lascia le figlie Giuliana e Mirena, i nipoti Sabrina e Stefano e i bisnipoti Viola e Tommaso. Il funerale si terrà oggi alle 14,30 nella chiesa Regina Pacis di Fornacette. l


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