Sicurezza
«Non ci sei più, ma parlo con te», ecco “Il telefono del vento”: a Capannoli come in Giappone
Nascerà nell’azienda agricola Ulivi di Tegolaia: l’idea è partita da Marco Vanni, storico fotografo pontederese, oggi direttore artistico dell’associazione “Life for music”
CAPANNOLI. In un giardino privato del nord est del Giappone, dal 2010 c’è una cabina telefonica bianca, con dentro un vecchio telefono. Da tutto il paese, ma anche dal resto del mondo, arrivano ogni anno migliaia di persone che alzano la cornetta per parlare con chi non c’è più. È il telefono del vento, collegato al nulla. Non bisogna inserire monete o gettoni. Si può anche solo ascoltare. Il rumore delle foglie mosse dalla brezza, i propri ricordi. Oppure si parla di sé, “con” sé stessi o con chi abbiamo perso per sempre. E se è un’illusione, è comunque una speranza che può ridurre la sofferenza.
Sulle colline verdi di Capannoli, all’interno dell’azienda agricola Gli Ulivi di Tegolaia, nell’area vicina al cimitero di Santo Pietro Belvedere, sta prendendo forma un altro telefono del vento, ed è uno dei pochi esemplari in Italia. Per ora c’è una cabina di legno che poi verrà verniciata e un panorama mozzafiato da cui si vedono le vette dell’appennino e lo sguardo corre ancora più in là, verso il mare.
Un posto magico circondato dalla natura da cui si scorge l’alba e si assiste al tramonto. Che si raggiunge tramite un sentiero che si percorre solo a piedi. Questo telefono assomiglia al celebre “Wind Phone” o Kaze no Denwa in giapponese creato in realtà un anno prima che arrivasse lo tsunami, da Itaru Sasaki, dopo aver perso suo cugino. Quando poi il terremoto, e a seguire lo tsunami, colpirono la città in cui viveva, Sasaki decise che tutti coloro che ne sentivamo la necessità avrebbero potuto servirsene. Le persone furono talmente tante che il suo giardino divenne un autentico luogo di pellegrinaggio e la questione fu lo spunto per “Quel che affidiamo al vento”, romanzo di Laura Imai Messina.
In Valdera invece l’idea è partita da Marco Vanni, storico fotografo pontederese, oggi direttore artistico dell’associazione “Life for music” che si occupa di approfondire e veicolare tematiche sociali attraverso la musica.
«Quando ho scoperto il telefono del vento – racconta – me ne sono innamorato. La filosofia alla base è toccante. È un modo per alleviare il dolore e per provare ad allontanare per un po’quella terribile sensazione, che il lutto improvviso provoca, di aver lasciato qualcosa in sospeso. Quel: “avrei voluto dirgli qualcosa e non ce l’ho fatta”. Ma è anche un’occasione per scaricare la rabbia, la delusione, per cercare la pace, insomma per parlare al vento perché il vento è compassionevole e porta conforto. Così ho coinvolto Matteo Bagnoli, socio dell’azienda agricola che, insieme al presidente Mattia Cei, hanno sposato il progetto». E hanno pensato alla realizzazione e al percorso. «L’obiettivo – continua Vanni – è quello di inaugurare il telefono il 21 dicembre, giorno del solstizio d’inverno, quando le giornate si allungano».
Il primo passo di un percorso che parla anche di sinergie artistiche, musicali e turistiche. «Sono stato in Giappone e so per esperienza che quel paese ti rapisce. Ho collaborato volentieri perché penso che questo spazio diventerà un luogo del cuore – conferma Bagnoli – dove ritrovarsi ma anche ritrovare se stessi. Un’occasione di valorizzazione del territorio, aperto a iniziative di riflessione o ad altri eventi».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
