Gioco
«Non entrate dal negro», poi gli aiuti al suo negozio allagato: Yoris racconta le due facce di Pontedera
Durante la serata di Halloween aveva ricevuto una frase razzista da una mamma. Poi la solidarietà dopo il nubifragio
PONTEDERA. Un abbraccio, si sa può lenire ogni dolore. E un aiuto nel momento del bisogno guarire le ferite. Perché il sostegno, la riparazione, lo dice anche il dizionario dei sinonimi e dei contrari, sono l’opposto dell’offesa. Due facce della stessa medaglia che Yoris, proprietario dell’omonimo negozio in via Primo Maggio, ha vissuto, nell’arco di pochi giorni, sulla propria pelle. Yoris (all’anagrafe Ily Ivore Aiwekhoe) viene dalla Nigeria ma vive e lavora a Pontedera dal 2008. Il suo locale è stato tra i più danneggiati dalla bomba d’acqua che ha colpito giovedì la città.
«È saltato il parquet – racconta – ma in tanti mi hanno dato una mano. Tre ragazzi giovani che passavano in strada si sono fermati e i titolari delle attività vicine». Yoris ringrazia e quasi si commuove della tanta solidarietà ricevuta. In quegli attimi concitati di tempesta ma anche nelle ore successive i pontederesi non si sono risparmiati, gli sono stati accanto. E questi gesti contano. Perché di fatto, se proprio non cancellano, almeno sostituiscono l’episodio di una settimana prima. Quando si è sentito apostrofare, durante la serata di Halloween, con una frase razzista. Che lui, perfettamente inserito in città, proprio non si aspettava. Tanto che «sono stato così male – dice mentre denuncia l’episodio – che la sera a cena non ho neppure mangiato». Un insulto inaspettatamente che secondo Yoris, nonostante i fatti accaduti dei giorni scorsi, anzi, forse proprio per quelli e per quella generosità diffusa che lo ha circondato, non può essere taciuto.
«Ma va raccontato – spiega – perché è l’eccezione che va combattuta e non è giusto che capitino queste situazioni. E perché c’erano dei bambini che non devono crescere in un clima discriminante». Succede insomma nel pomeriggio del tradizionale “dolcetto o scherzetto”. «Prima di aprire un’attività tutta mia – ripercorre le tappe Yoris – ho fatto il commesso a “Quinta Strada” per otto anni e so come si svolge la festa. I bimbi, mascherati da vampiri, streghe e diavoletti, entrano in negozio per raccogliere caramelle». Yoris aveva preparato sul bancone un bel vassoio colorato con cioccolatini e caramelle. «Una serata divertente – aggiunge – dove i bimbi di tutte le età facevano capolino. Anche io sono padre di quattro figli, il più grande ha 18 anni, l’ultimo 8. E i due più piccoli erano in giro per le strade della città a recuperare dolcetti».
Le ore passano con tranquillità, fra un sorriso e l’altro finché due bimbi varcano la soglia del suo negozio d’abbigliamento. «Non hanno fatto neppure in tempo a mettere piede dentro il locale che la madre da fuori gli ha urlato di non entrare. Nello specifico ha detto di non andare dal negro», riporta il quarantenne nigeriano. Parole come macigni, che risuonano come i veri mostri della notte più spaventosa dell’anno. Scenari tenebrosi di delusione e amarezza. «Allora – continua – sono uscito dal negozio per un confronto con la signora. Mi sono sentito davvero vittima di discriminazione e poi ho pensato che non si possono insegnare questi atteggiamenti a dei bambini, che ovviamente hanno sentito la madre e sono subito usciti. E io, ingenuo, che avevo solo buone intenzioni».
Una paura, quella del diverso che non ha logica e che Yoris non può accettare. Il marito poi si è sentito in dovere di scusarsi. «Ho accettato le sue scuse – conferma – e l’uomo ha detto che più tardi, alla fine del giro in centro, sarebbe ripassato a trovarmi ma non ho più visto nessuno. Sono dispiaciuto. Loro erano una coppia giovane e non mi sarei mai aspettato questo atteggiamento razzista, fuori dal tempo».
Yoris si trova bene in città e l’appoggio che ha ricevuto durante l’allagamento del negozio lo dimostra. Nonostante qualche anno fa, quando lavorava come dipendente da “Quinta Strada” fosse stato accusato, insieme al titolare di aver insultato un quindicenne dopo un diverbio nel negozio. «Avevo richiamato – ricorda con trasparenza – alcuni ragazzini perché avevano messo i vestiti sotto sopra ma non ho mai offeso nessuno. Infatti dopo la denuncia la mia posizione è stata archiviata».
Del resto la sua è una storia di impegno e di inclusività. È arrivato a Pontedera dopo aver lavorato per nove anni a Parigi per Dolce e Gabbana. «Con un bagaglio d’esperienza di cui ho fatto tesoro e che, con tanti sacrifici – sottolinea – due anni fa, mi ha portato a inaugurare un negozio di mia proprietà, di cui sono orgoglioso. I miei figli sono pontederesi, vanno qui a scuola e hanno amici pontederesi».
Non ci sta insomma Yoris a essere trattato così, giudicato per il colore della pelle. «La parte peggiore di tutta questa questione – specifica – non è solo la mia frustrazione di fronte a questa espressione offensiva ma è anche la scena a cui hanno assistito i bambini. Quali messaggi passano. Loro hanno visto la madre chiamarmi negro e hanno capito che devono stare lontani da gente come me. Ma da quale gente? Da quella che fa fatica e lavora».
Yoris squarcia il silenzio e ci tiene affinché l’episodio che gli ha tolto l’appetito e il buon umore, venga reso pubblico perché la sua quotidianità è diversa. E parla di ragazzi pontederesi che d’istinto l’hanno aiutato ad asciugare l’acqua dal negozio e di altri che l’hanno sostenuto affinché domani possa tornare a riaprilo, con un nuovo pavimento.
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