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Pontedera

Una favola sul ring

Pontedera, 60 anni fa il ko a Dupas che lanciò Mazzinghi nella leggenda della boxe

di Paolo Falconi
Pontedera, 60 anni fa il ko a Dupas che lanciò Mazzinghi nella leggenda della boxe

L’australiano deteneva la corona della nuova categoria dei superwelter: il pontederese riuscì a batterlo dopo 13 riprese. Il racconto dei figli: «Di quella serata è sempre andato orgoglioso e fiero»

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Sessanta anni fa, oggi. Al Vigorelli di Milano, il pontederese Alessandro (per tutti Sandro) Mazzinghi combatte per il titolo mondiale della neonata categoria dei superwelter (quella al limite dei 69, 853 kg, le cosiddette 154 libbre) contro Ralph Dupas, di passaporto australiano, che detiene la corona dopo le due vittorie con Denny Moyer, e si presenta alla sfida forte di ben 100 vittorie da professionista. Da parte sua, Sandro ha solo 17 combattimenti all’attivo ed è da poco passato professionista, sotto l’attenta tutela del fratello Guido (che nel primo dopoguerra lo condusse al pugilato, tutto all’insaputa della madre che mai avrebbe accettato l’idea di avere in casa due pugili) e con la presenza di un’altra figura di spicco, il manager Adriano Sconcerti.

Su tutti “vigila” il patron della Ignis, Giovanni Borghi: un sodalizio, che prende forma proprio allora e durerà per sempre. Borghi è uomo ricco d’umanità, ma soprattutto è fine intenditore di fuoriclasse. Come poi si rivelerà Mazzinghi.

Il Gladiatore sul ring

Sul sito SportHistoria, ricordando Mazzinghi, Nicola Pucci osserva che il pugile di Pontedera non sarà un incassatore tra i più irriducibili, ma sul ring è indomabile, ha un pugno che fa male e il coraggio, come il cuore, non gli manca proprio. Diventa ben presto il “Gladiatore di Pontedera“, non fa mistero di ispirarsi a Rocky Graziano (interpretato da un memorabile Paul Newman) ammirato in “Lassù qualcuno mi ama”, il pubblico lo apprezza e lo ama senza mezzi termini. Vince spesso, e bene, conoscendo l’onta della sconfitta solo al diciassettesimo incontro (quando si dice la cabala) , con il sardo Giampaolo Melis.

Ma ora non è più il tempo dei sogni, scocca quello della rabbia e dei pugni ben assestati. Si sceglie Milano per la sfida contro Ralph Dupas; e del capoluogo meneghino si opta per il velodromo Vigorelli, vero e proprio tempio delle gare in pista in bicicletta. Oggi, invece, è utilizzato principalmente per il football americano.

Fu ultimato nel 1935 e appena tre giorni dopo la sua costruzione, il ciclista Giuseppe Olmo vi stabilì il nuovo record dell’ora. Il 7 novembre 1942 consegnò alla storia il primato mondiale dell’ora di Fausto Coppi: 45,798 km. Alla scomparsa del campione Antonio Maspes (era il 19 ottobre 2000) l’amministrazione comunale di palazzo Marino decise di dedicargli il velodromo.

Lo specchio e la preghiera

Quella sera del 7 settembre 1963 i riflettori sono tutti su Sandro Mazzinghi contro quel forte australiano cui concede tre anni di età, 25 contro 28. Con quella emozione che solo Dario Torromeo sa regalare, autore di molti volumi sulla vita di Sandro, descrive i minuti immediatamente precedenti al match. Si guarda allo specchio dello spogliatoio: «Avrò le sopracciglia spaccate, gli zigomi feriti, le guance scavate dalla fatica. E questo naso, che ha già qualche gobba di troppo, sarà più brutto di prima. Lo so. Alla fine del mondiale, avrò una faccia diversa».

Poi, racconta sempre Torromeo, Mazzinghi si inginocchia, si fa il segno della croce: «Sono qui, Signore. Aiutami a essere forte, a superare i pericoli del match. So che le cose potrebbero andare male, che potrei anche morire sul ring. Sono pronto a morire da buon cristiano. Ho lottato e sofferto nella mia vita. Ho dato e preso. Adesso voglio vincere. Non per me, non per la gloria. Ma perché penso che sia giusto. Amen».

Appunto, la gloria. Ma prima c’è da soffrire. Dupas non è facile da domare. Il Gladiatore ci prova e ci riprova. Per la gloria. Dupas attacca, si lancia in avanti senza pensare a coprirsi. Prova a ripartire, tira un’altra testata. L’arbitro gli infligge il secondo richiamo. Mazzinghi resiste. Sa come fare per uscire a braccia alzate da quell’inferno.

La nona di Beethoven

È la nona ripresa quando Dupas crolla al tappeto: Mazzinghi è campione del mondo, quarto italiano della storia a compiere l’impresa dopo Primo Carnera, Mario D’Agata e Duilio Loi. Un po’come fosse la nona sinfonia di Beethoven, quella che è stata definita un simbolo di libertà e di gioia. E di gioia, negli occhipesti, quasi accecati, di Mazzinghi ce n’è davvero tanta. Sandro se n’è andato da due anni nel “quadrato” infinito del Cielo ma i figli, David e Simone, ricordano che «non ha mai smesso di pensare a quella serata. A quella impresa sotto il cielo di Milano. E ne andava orgoglioso».

Si ripeterà, stavolta a San Siro, il 26 maggio 1968: davanti a 65mila tifosi per un incontro che sapeva di rivincita nazionale. Il coreano Kim Soo Ki aveva battuto Nino Benvenuti tre anni prima. Il destino dei due “amici-avversari” si incontra ancora e toccherà proprio al pontederese ristabilire le forze in campo. Anzi sul ring.

Modugno e non Mameli

Qualche mese dopo quel 7 settembre di 60 anni fa, il 2 dicembre a Sydney, la rivincita concessa a Ralph Dupas per la corona categoria dei superwelter ha lo stesso epilogo del Vigorelli, seppur quattro round dopo: Ko alla tredicesima ripresa.

Al termine un siparietto che è un fuori programma: gli australiani mettono ai megafoni l’inno d’Italia. Ma non quello scritto da Goffredo Mameli e musicato da Michele Novaro nel 1847, bensì “Volare” che poi sarebbe “Nel blu dipinto di blu” di Domenico Modugno.

E tutti cantano a squarciagola e portando in trionfo Alessandro (detto Sandro) Mazzinghi.

Quel pugile arrivato da Pontedera a 25 anni è sul tetto del mondo. Nel 1961 aveva avuto un po’di bastone e di carota in egual quantità: Sandro Mazzinghi conquista la corona di campione del mondo militare, per la categoria dei pesi welter pesanti. Ma poco tempo prima, alle Olimpiadi di Roma, non potette partecipare perché vantava una sola presenza in nazionale. Si rifà con gli interessi soltanto due anni più tardi.

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