Il Tirreno

Pontedera

L’intervista

«Sindaci abbandonati, non mi ricandido»: l’annuncio del primo cittadino di Terricciola

di Francesco Turchi
«Sindaci abbandonati, non mi ricandido»: l’annuncio del primo cittadino di Terricciola

Mirko Bini, a un anno dal voto: «Comuni strozzati dalla burocrazia, dovremmo riconsegnare le fasce al prefetto»

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TERRICCIOLA. Altro che caccia alla poltrona. C’è chi è pronto a lasciarla libera, quando potrebbe giocarsi le sue chance per starci seduto altri 5 anni. E lo annuncia con ampio anticipo, «con il massimo rispetto per i cittadini, con i quali – a parte rare eccezioni – penso di avere un ottimo rapporto». Ma fare il sindaco, «a queste condizioni, non ne vale la pena. I Comuni sono abbandonati dalla politica». Tanto che «l’unica cosa da fare per cercare di cambiare qualcosa, sarebbe riportare le fasce, tutti insieme, al prefetto. Ma tanto non succederà». E allora Mirko Bini, eletto 4 anni fa con la lista di centrosinistra Unione Democratica (battendo con il 57% dei voti il candidato di centrodestra Matteo Arcenni), si fa da parte. E lo fa senza giocare a nascondino con le parole, evitando il politichese. Sbatte la porta dopo vent’anni di vita amministrativa, arrendendosi alla burocrazia.

Sindaco, quando ha deciso di non ricandidarsi?

«Quattro anni fa, quando mi sono presentato ai cittadini per guidare il mio paese dopo 5 anni da consigliere e 10 da vicesindaco: in tutto questo tempo ho saltato un solo consiglio e nessuna giunta. Dissi che mi sarei messo a disposizione del mio paese per un mandato. Perché io un lavoro che mi soddisfa ce l’avevo, ce l’ho e ce l’avrò. Ho iniziato come contadino e con quei soldi mi sono pagato l’Università. Sono un ingegnere civile termotecnico e acustico, esercito la professione dal 2014. Ma tutto ciò che ho visto e vissuto da allora non mi ha fatto cambiare idea. Anzi, l’ha rafforzata».

Cosa in particolare?

«La politica, per come l’avevo conosciuta, non esiste più. Un tempo c’era un partito strutturato a livello territoriale. Ed è un problema del Pd, di tutto il centrosinistra e di tutto il centrodestra. La politica è “liquida” e mancano punti di riferimento. C’è un distacco con i cittadini e lo dimostra l’affluenza in calo costante ad ogni tornata elettorale. Oggi chi viene eletto rappresenta una parte minoritaria del territorio: ma nessuno sembra preoccuparsene. Eppure se la metà dei cittadini non va alle urne, è evidente che c’è un problema».

Quali sono le difficoltà di un sindaco di una piccola realtà come Terricciola, che conta 4.400 abitanti e 27 dipendenti comunali?

«Vieni eletto per lavorare allo sviluppo del tuo territorio, ma poi in realtà sei uno psicologo, un assistente sociale, un confidente di famiglia. Ma soprattutto, ed è quello che mi ha spinto a prendere questa decisione, sei da solo a combattere con una burocrazia che ti strozza, anche per fare gli interventi più banali, come un’asfaltatura per esempio: lacci, normative, competenze. È un inferno quotidiano che non riesco ad accettare. Ecco perché dico che se fossimo in un Paese normale tutti i sindaci dovrebbero riconsegnare le fasce tricolori ai prefetti: sarebbe un gesto per innescare una riflessione a tutti i livelli sull’idea di Italia che vogliamo per il futuro. Il modello attuale è insostenibile. Una volta si diceva che i sindaci tagliavano i nastri e basta, e forse era sbagliato. Ma ora la mole di competenze e responsabilità da affrontare da soli è insostenibile».

Quanto influiscono i social?

«Tanto. Esempio: ho trascorso giorni a smentire la notizia assolutamente falsa che avremmo dato le case popolari ai rom, spiegando che gli alloggi non vengono distribuiti in base alle etnie ma secondo le apposite graduatorie. Ma intanto qualcuno l’aveva scritto e altri l’hanno condiviso. È follia».

Di recente sono stati aumentati gli stipendi dei sindaci. ..

«Ma non è una questione di soldi, almeno per me. E comunque, prima prendevo 1.517 euro al mese, ora 1.900. Queste sono le cifre per mandare avanti un Comune praticamente da solo: siamo dimenticati da tutti. Perché se hai un problema o vuoi confrontarti non sai dove sbattere la testa: al massimo puoi parlarne con un collega sindaco, oppure con i consiglieri regionali. Mancano le strutture intermedie. Detto questo, io non ho niente contro chi decide di candidarsi o ricandidarsi a sindaco, ci mancherebbe».

Qualcuno potrebbe pensare che vuole sottrarsi al giudizio degli elettori...

«Assolutamente no. Tra un anno avrò completato il 95% del mio programma elettorale. Resta fuori soltanto la nuova scuola da 8 milioni a Selvatelle. Il resto è tutto fatto o lo sarà nei prossimi mesi. E le casse del Comune sono in salute, abbiamo chiuso il rendiconto con un avanzo di 670mila euro, senza mutui. Ho la coscienza a posto e sono convinto che vincerei tranquillamente. Ma questa politica è troppo personalistica: forse sono pessimista e la vedo solo io così, però non fa per me».

Qual è il problema principale?

«Lo ripeto: la burocrazia, che ci assassina. Esempio: voglio asfaltare un parcheggio, ho i soldi. Non posso asfaltarlo tutto per rispettare la legge sulla permeabilità. Devo realizzare i pozzetti, allora serve un progetto. Tutto questo mentre è quasi impossibile trovare tecnici comunali, perché a certe condizioni i professionisti preferiscono il privato e poi c’è da fare i conti con una continua mobilità di personale tra enti. Tra una cosa e l’altra passa un anno prima di far partire i lavori. Questo per me è insopportabile. E in generale siamo in un mondo in cui ognuno pensa per sé, si tutela e non pensa al bene collettivo. Un altro esempio? A breve porterò in consiglio il Piano operativo comunale, strumento urbanistico fondamentale per lo sviluppo del territorio, che garantirà oneri al Comune grazie a imprenditori che potranno investire qui. Ci sono voluti cinque anni».

Sul suo addio ha influito anche la vicenda della riapertura della discarica Grillaia di Chianni, alla quale si è sempre opposto?

«Sì. È stata l’ennesima dimostrazione di abbandono totale dei territori da parte della politica tutta. Non c’è stato alcun tentativo di mediazione, i cittadini non sono stati ascoltati. Non solo dal Pd: con me a manifestare c’era anche il centrodestra, ma senza risultati».

Peccioli e Lajatico hanno avviato la procedura di fusione. Cosa ne pensa?

«Sono contrario in generale. Faccio un esempio. Se hai due uffici tecnici in difficoltà, ne vai a creare uno più grande ma anche con un territorio più grande. Dov’è la soluzione? Ma è un problema generale della società che centralizza. Penso alle classi pollaio. Con 30 alunni in aula è difficile contrastare fenomeni come il bullismo. La strada è quella delle scuole di paese: pochi alunni, dove si creano le vere amicizie».

Cosa servirebbe per la svolta?

«Una grande Costituente su come strutturare il Paese, ripensandolo. Decidiamo cosa devono essere i Comuni, quali autonomie devono avere con quali poteri per i sindaci. Ora viene deciso tutto altrove e ti cade addosso: un anno finanziano le installazioni di telecamere, e te metti le telecamere anche se avresti altre priorità. Un anno tocca all’efficientamento energetico e te ti adegui. E così via».

Margine di ripensamento?

«Nessuno. Qualcuno ci proverà a farmi cambiare idea, ma io la decisione l’ho presa. Per candidarsi, e lo dico con il massimo rispetto per chi lo farà, bisogna essere incoscienti o avere una grande formazione e tanto carattere».

Continuerà a fare politica?

«Mi piace Elly Schlein e credo che serva il dialogo con il M5S: sarò un elettore critico di centrosinistra».

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