Sicurezza
Fallisce Aletta, 40 lavoratori restano senza stipendi e Tfr
I dipendenti della ditta di Santa Maria a Monte: «Fulmine a ciel sereno». Il titolare: «Colpa della guerra»
SANTA MARIA A MONTE. Una ditta storica, con oltre 50 anni di attività, in un settore particolare, quello della produzione e commercializzazione di abiti per bambini. Un marchio d’élite, Aletta, con prezzi oltre la media e che per tantissimo tempo hanno posto l’azienda di Santa Maria a Monte tra le realtà più importanti del Made in Italy nel segmento specifico del mondo della moda. Ma da dicembre tutto questo non esiste più. Alla vigilia di Natale la richiesta di concordato con il fallimento ormai diventato realtà. Con i 40 dipendenti (in larga parte donne) a casa senza stipendio e neppure la possibilità di utilizzare ammortizzatori sociali. Un calvario durato tre mesi, fino a quando il tribunale ha nominato il commissario giudiziale dando la possibilità di poter accedere alla disoccupazione e quindi a una retribuzione per le spese quotidiane. «Stiamo seguendo circa trenta lavoratori – dice Alessandro Conforti della Cgil – ma i tempi sono lunghi. Dichiarando fallimento non si è dato loro la possibilità di accedere agli ammortizzatori sociali. E i tempi per riscuotere il trattamento di fine rapporto non saranno certo brevi».
Perché il Tfr rappresenta l’80- 90 per cento delle spettanze non ancora riscosse dai dipendenti. Il resto è composto dalla busta paga di novembre che non è stata riscossa, vista la comunicazione fatta un giorno qualsiasi, mentre era in pieno corso la produzione, mentre il campionario era pronto a essere mostrato ai clienti. «Hanno affisso cartelli nei vari reparti informando che ci sarebbe stata una riunione poco più tardi – dicono le lavoratrici – . E in quella circostanza ci hanno informate che avrebbero portato i libri in tribunale dichiarando fallimento. Per noi è stato un fulmine a ciel sereno. Certo, le cose non andavano benissimo da tempo. Ma non ci aspettavamo una fine del genere. È stato il Natale più triste è difficile della nostra vita». Anche Conforti parla di fulmine a ciel sereno: «Avevamo una buona rappresentanza nell’azienda e la seguivamo. Ma la proprietà è stata accorta a non far trapelare nulla fino al momento del dunque. Solo che in questa maniera si è aperta un’emergenza sociale che poteva essere evitata».
Già, la proprietà. Marco Pro, titolare di Aletta, marchio commerciale con dipendenti assunti tramite contratti del settore tessile, ma all’artigianato. Un’azienda tutt’uno con Cieloblu, di fatto la produzione di Aletta con lavoratori assunti attraverso contratti sempre del comparto tessile ma all’industria. Una realtà che produceva capi d’abbigliamento per bambini di altissimo livello, con prezzi al dettaglio in linea con la qualità della merce offerta al pubblico. La Russia e l’Ucraina come mercati di riferimento. Poi la pandemia e il crollo delle vendite a cui è stato trovato rimedio con la realizzazione di camici per il personale sanitario trovando ossigeno puro per le casse dell’azienda. Ma il conflitto ha messo un altro ostacolo sulla strada per la ripartenza, evidentemente insormontabile. Anche se i lavoratori dicono «la maggior parte dei clienti soprattutto russi avevano confermato gli ordini». Marco Pro, per mezzo del proprio legale, l’avvocato Simone Giugni, conferma che «con l’avvento della pandemia da Covid 19 una larga parte dei propri clienti ha ritirato gli ordini, in parte già prodotti. La decisione di riconvertire la produzione realizzando camici in Tnt, pur contribuendo alla risalita del fatturato, non è stata in grado di consentire il recupero dei necessari margini di guadagno. A ciò si aggiunga che il mercato di riferimento di Aletta per il campionario invernale era quello russo e ucraino. A fronte di un promettente avvio dell’esercizio 2022, il noto conflitto e l’applicazione delle conseguenti sanzioni hanno comportato la perdita quasi totale del fatturato ucraino e una sensibile diminuzione di quello russo. L’azienda, pur venendo incontro per quanto possibile alle esigenze dei dipendenti, ha quindi preso atto dell’irreversibilità della crisi e, nel mese di dicembre, ha deciso di cessare l’attività e di richiedere in proprio l’apertura della liquidazione giudiziale. Analoga decisione è stata presa da Cieloblu srl, società che aveva come cliente di riferimento la stessa Aletta di Pro Marco».
I dipendenti, invece, si sentono traditi: «Eravamo una famiglia. O almeno noi ci sentivamo come tale. Abbiamo fatto sforzi per andare incontro alle richieste della proprietà, per il bene dell’azienda. Ed essere trattati così, senza un’avvisaglia o la possibilità di accedere agli ammortizzatori sociali. Fino all’accesso alla disoccupazione sono stati tre mesi d’inferno che non ci meritavamo».
Amarezza comprensibile che fa il paio con le preoccupazioni del sindacato: «Dopo la nomina del commissario, gli abbiamo chiesto di pagare quanto dovuto ai dipendenti. Ma la risposta è stata che l’azienda non ha un euro. Ora siamo nella fase dell’accertamento del credito per insinuarci nel fallimento per chiedere all’Inps che paghi il Tfr. Ma anche in questo caso i tempi sono lunghi. L’udienza di convalida del credito ci sarà a fine giugno. A quel punto partirà l’iter che finirà nella migliore delle ipotesi a ottobre per il versamento del trattamento di fine rapporto».
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