Il Tirreno

Pontedera

Dal tribunale

Uccise la compagna a coltellate: il processo lampo di Nicola Stefanini

di Pierluigi Sposato
Silvia Manetti e Nicola Stefanini
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Silvia Manetti e Nicola Stefanini

Giubbotto sportivo, jeans multitasche, capelli rasati e un pizzetto pronunciato. Nessuna parola da parte dell’assassinmo, nessuna dichiarazione: se vorrà, potrà parlare nel corso del procedimento, anche facendosi interrogare, dopo aver risposto in fase di indagine alle domande del pm

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VOLTERRA. La difesa insiste. E insiste su due aspetti: il primo è la richiesta di rito abbreviato, anche in un caso di omicidio come questo; il secondo è la perizia psichiatrica sull’imputato, per capire se Nicola Stefanini – 49 anni, originario di Saline di Volterra – era in grado di intendere «e soprattutto di volere», come ha detto il suo avvocato, al momento in cui aveva sferrato le 16 coltellate alla sua compagna nell’auto diretta verso Monterotondo Marittimo, sulla quale la coppia stava tornando a casa dopo aver festeggiato a cena l’anniversario. Uno «scannamento mortale» che secondo l’imputazione sarebbe partito da una lite per una questione di droga.

Il processo in Corte di assise per femminicidio – la morte della compagna Silvia Manetti, 45 anni, originaria di Altopascio, uccisa la notte dell’11 agosto 2021 – parte dai medesimi punti sui quali a ottobre si era articolata la discussione in camera di consiglio davanti al giudice dell’udienza preliminare. E se per la scelta del rito abbreviato la porta è chiusa, perché i giudici togati e popolari l’hanno respinto richiamandosi alle motivazioni del gup Sergio Compagnucci che l’aveva ritenuto inammissibile, la richiesta di perizia psichiatrica resta in sospeso, subordinata a ciò che potrà avvenire nel corso del dibattimento.

Che, lo si è capito dalle prime battute, sarà più breve di quello che era possibile pronosticare, in conseguenza dell’accordo raggiunto tra accusa, parti civili e difese: il pm Giampaolo Melchionna, che ha preso il posto della collega Anna Pensabene, ha consegnato ai giudici il fascicolo nella sua interezza, riducendo da trenta a tre il numero dei testimoni da sentire. Potrebbero bastare un paio di udienze, insomma, per completare le deposizioni. E a quel punto la Corte deciderà se disporre la perizia.

L’udienza è durata poche decine di minuti, preceduta dalle fasi di sorteggio e nomina dei giudici popolari. Stefanini era presente, come presenti erano i legali di parte civile, l’avvocato Michele Giorgetti per i figli di lei di 11 e 15 anni (in favore dei quali è stato disposto un sequestro conservativo da 600mila euro) , l’avvocato Riccardo Gambi per la madre e la sorella di lei, rispettivamente Sandra e Alessandra. A parlare per primo è stato l’avvocato Tommaso Galletti, difensore di Stefanini, con le eccezioni preliminari. La Corte è stata in camera di consiglio per una dozzina di minuti per poi tornare in aula e respingere le richieste, anche quella di investire la Corte costituzionale per la disparità di trattamento delle due “forme” di omicidio, se base o se circostanziato.

Poi il pm ha elencato i propri mezzi di prova e ha indicato gli unici tre testimoni ai quali non potrà rinunciare: il luogotenente del reparto operativo dei carabinieri, il medico legale Mario Gabbrielli, la sorella di Silvia. Poi si è riservato di interrogare Stefanini, qualora questi dovesse accettare. Galletti ha manifestato la volontà di far sentire ai giudici il proprio consulente psichiatrico, il dottor Romano Fabbrizzi, e quello medico legale, il dottor Roberto Martini; ha anticipato che vorrà far sentire in aula alcuni testimoni che parleranno delle condizioni di vita dell’imputato, sin dall’infanzia; e ha insistito appunto sulla necessità di una perizia psichiatrica. Il presidente Adolfo Di Zenzo (a latere Laura Previti) si è riservato su quest’ultimo accertamento, fissando poi le prossime due udienze: in quella del 22 febbraio saranno sentiti i testimoni del pm, in quella del 29 marzo i consulenti indicati dalla difesa ed eventualmente l’imputato.

Stefanini è così rientrato nel carcere di via Saffi. Giubbotto sportivo, jeans multitasche, capelli rasati e un pizzetto pronunciato. Nessuna parola, nessuna dichiarazione: se vorrà, potrà parlare nel corso del procedimento, anche facendosi interrogare, dopo aver risposto in fase di indagine alle domande del pm. In carcere passa le sue giornate, quando gli è possibile, anche facendo qualche lavoretto, spiega il suo difensore. Anche facendo il muratore, uno dei tanti mestieri – comunque il principale – che aveva svolto fino a quel giorno dell’agosto dell’anno scorso.


 

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