Il dolore
Uccise un 30enne e con il padre finse il furto del furgone per ingannare gli inquirenti: il caso Raghi Cioni
I due imputati vengono descritti come persone capaci di ignorare le sorti di un moribondo avendo come unica preoccupazione quella di mascherare l’incidente costruendo uno scenario falso
SAN MINIATO. «Un indole criminosa» accomuna padre e figlio. Il primo nel simulare il furto del furgone protagonista di un investimento mortale. Il secondo nel fuggire dopo aver travolto un giovane in bici lasciandolo agonizzante.
Lo scrive il giudice Susanna Messina nelle motivazioni con cui argomenta la responsabilità di Mauro Piazzesi, 71 anni e del figlio Alessandro, 47, entrambi di San Miniato, nella morte di Raghi Cioni il 5 dicembre 2016 sulla via Maremmana. La vittima aveva 30 anni. Alessandro era alla guida del mezzo ed è stato condannato a 4 anni per omicidio stradale e simulazione di reato. Mauro, assolto per il favoreggiamento, è stato ritenuto colpevole di simulazione di reato con una pena di 2 anni senza condizionale. È duro il giudizio nei confronti dei due imputati. Per Alessandro emerge «l’indole criminosa dimostrata non solo nel fuggire senza prestare i soccorsi, ma anche nella pronta dissimulazione delle tracce dell’incidente». Stesso tenore per il papà per «l’indole criminosa dimostrata nella pronta dissimulazione delle tracce dell’incidente». E ancora su Piazzesi padre: «Si ritiene di non poter concedere il beneficio in considerazione della già menzionata spiccata indole criminosa nell’aver posto in essere, pur di fronte ad un sinistro mortale, una condotta che presenta un quid pluris rispetto alla mera omertà, configurando un’azione positiva di intralcio alla giustizia volta ad occultare la colpevolezza del figlio, anziché supportarlo nell’assumersi le proprie responsabilità. II comportamento in questione, chiaro indice di un generale atteggiamento di marcata spregiudicatezza (specie a fronte del decesso di una persona) , nonché di disprezzo per l’autorità e per le più basilari regole del vivere civile, non consente di formulare una prognosi positiva circa la futura astensione dalla commissione di ulteriori reati».
I due imputati vengono descritti come persone capaci di ignorare le sorti di un moribondo avendo come unica preoccupazione quella di mascherare l’incidente costruendo uno scenario falso. Assistiti dagli avvocati Letizia Giovannetti e Alberto Benedetti, i familiari di Cioni hanno seguito tutte le udienze in cui hanno dovuto anche sentire versioni della difesa ritenute non credibili dal pm Giovanni Porpora e, infine, dal giudice. Accertata la presenza del cellulare di Piazzesi figlio nella zona dell’incidente, il Tribunale sottolinea che si sono rivelati dirimenti «gli accertamenti svolti dai Ris di Roma, tramite i quali è stata appurata la piena corrispondenza tra le tracce rinvenute nella parte anteriore del furgone e quelle reperite sia sul retro del sellino della bici, sia sui vestiario della vittima. Inoltre, è stata evidenziata la simmetria dei profili dei frammenti di vetro rinvenuti sull’asfalto e quelli del faro anteriore destro dell’autocarro». La tesi difensiva del furto dell’Iveco Daily non sta in piedi. Scrive il giudice. «È palese la falsità delle asserzioni difensive così come indubbio è il preventivo accordo tra i due correi, data l’assoluta coerenza delle affermazioni contenute nei verbali. Agli imputati non può che essere attribuita anche la corrispondente materiale azione di danneggiamento del furgone e sottrazione del gasolio, posta in essere all’evidente scopo di eliminare/mascherare le tracce dell’incidente e corroborare l’inveritiera ricostruzione alternativa prospettata».
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