Inchiesta Keu, il consigliere regionale Pieroni: «Nessun illecito, accuse infondate»
Indagata anche la sindaca di Santa Croce, Giulia Deidda: «Dimostrerò la mia estraneità prima del processo»
SANTA CROCE. «Rispolverata una norma di 70 anni fa». Un’accusa «priva di qualsiasi fondamento» che «nelle sedi opportune, con l’evidenza dei fatti, cadrà». È il primo commento sull’inchiesta Keu del consigliere regionale del Pd Andrea Pieroni, l’indomani dalla chiusura delle indagini.
L’accusa «comunque meno grave» di quella precedente, come tiene a precisare, è quella di “corruzione elettorale”. Questa almeno la lettura che gli inquirenti hanno dato dell’ormai celebre emendamento presentato in Regione, che eliminava una serie di obblighi concedendo deroghe all’esercizio sulla depurazione del Consorzio Aquarno.
Accusa che il consigliere non digerisce e commenta duramente. «Non c’è una riga che accosti la mia persona alla questione Keu – scrive in una nota –. L’indagine della Procura di Firenze ha accertato come non mi sia intascato neppure un euro né abbia percepito altre utilità per avvantaggiare privati nello svolgimento della mia attività legislativa di consigliere regionale». Un atto espressione del normale esercizio di rappresentanza dei territori per Pieroni. «L’emendamento di cui sono stato cofirmatario e che fu approvato senza voti contrari dal consiglio regionale, in un momento in cui non si parlava di elezioni e le liste con le candidature erano di là da venire, è stato frutto di una libera attività politica – si difende l’esponente Pd –. Il suo contenuto, che comunque è diverso dall’interpretazione che ne viene data dagli inquirenti, non presenta alcun profilo di illiceità. L’iter di presentazione in aula ha seguito una delle varie modalità previste dai regolamenti, come confermato da chi in quel momento presiedeva l’aula. Gli effetti che da quella modifica normativa sarebbero scaturiti non erano ad personam, ma avrebbero risposto a questioni che provenivano dal territorio e dalle categorie sociali che vi operano e con le quali la politica non può non interfacciarsi, se non vuole tradire la sua funzione. L’equiparazione che si vuol fare con chi, in altri contesti, distribuiva pacchi di pasta o paia di scarpe agli elettori per ottenere il loro voto è davvero incredibile e sarà confutata».
Pronta a difendersi anche la sindaca di Santa Croce Giulia Deidda, che ricevuta la notifica della conclusione delle indagini ha potuto prendere sommaria visione degli addebiti che la riguardano. «Mi aspettavo che la mia posizione risultasse chiarita già dal compimento degli accertamenti. Così non è stato – dice –. Inizia adesso una nuova fase nella quale avrò modo, prima che si giunga al processo, di dimostrare la mia totale estraneità ai fatti».
Intanto il gruppo regionale di Fratelli d’Italia chiede l’istituzione di una Commissione permanente antimafia. «Il giorno prima che deflagrasse lo scandalo il Pd bocciò la nostra proposta di istituire tale Commissione – denunciano i consiglieri regionali di FdI Vittorio Fantozzi, Diego Petrucci e Alessandro Capecchi –. Avevamo inoltre proposto di inserire il tema della legalità nella Commissione controllo, in modo da avere una verifica più attenta e penetrante nei procedimenti interni. La vicenda Keu dimostra che il sistema dei controlli interni non è stato sufficiente. La Giunta Giani ha addirittura prima ritirato e poi modificato il piano anticorruzione della Regione». A fare la parola “dimissioni”, per i soggetti coinvolti e per lo stesso Eugenio Giani è invece il gruppo di Rifondazione Comunista Toscana. «Basta pensare – dicono i comunisti sul Presidente della Regione – al suo atteggiamento in aula al momento del voto sul famoso emendamento che ha “inguaiato” Pieroni».
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