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Il caso

Pugno all’alunno, a Pontedera banchi e lavagne in piazza. Il sindaco Franconi: «Questa scuola non funziona più»

di Tommaso Silvi
Pugno all’alunno, a Pontedera banchi e lavagne in piazza. Il sindaco Franconi: «Questa scuola non funziona più»

Dopo il video del prof che picchia uno studente, il primo cittadino di Pontedera “crea” un’aula in centro: «Gesto inaccettabile, ma basta commenti. Serve un cambio di modello educativo»

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PONTEDERA. I mezzi della pulizia delle strade si muovono nell’alba del centro storico. In sottofondo il rumore di tavoli e sedie trascinati a terra. In corso Matteotti arrivano le prime telecamere delle maggiori emittenti tv. Non è un sabato come gli altri a Pontedera e si capisce fin dalle prime luci del giorno. Poco dopo le 8 in piazza Curtatone c’è una distesa di banchi di scuola, le lavagne e alcune domande scritte col gesso. “Abbiamo smesso di educare i nostri figli? Come fare scuola? Come essere scuola? Le istituzioni investono davvero sulla scuola?”. Il pugno allo stomaco del professore allo studente che lo stava disturbando in una scuola superiore della città. Un video di 13 secondi che testimonia tutto. L’attenzione mediatica nazionale. Il caso sparato dai telegiornali. Tutto in pochi giorni. Da cittadina a cuore pulsante dell’attualità italiana. Base di lancio di un messaggio d’allarme: basta, il limite è stato superato. La scuola non funziona e va cambiata. La gente si ferma a leggere quelle righe sulle lavagne improvvisate. Tutti sanno cosa è accaduto al villaggio di licei e istituti. Non si parla d’altro.

Ripartire

«Avrei potuto condannare quanto accaduto con le solite frasi di circostanza destinate a finire nel dimenticatoio. Serve altro. Serve un gesto – dice il sindaco, Matteo Franconi, motivando la scelta di allestire un’aula in città – che inviti tutti a fermarsi e riflettere seriamente». Quel pugno nello stomaco è molto di più di un gesto sbagliato di un docente. È la frana che certifica tutti i difetti di costruzione dell’attuale sistema scolastico. «Non basta commentare ciò che avviene dentro le aule né pontificare da fuori soluzioni salvifiche. Dobbiamo piuttosto sentire nostre le sconfitte e le vittorie che ci vengono vissute, avvertire come nostre le soddisfazioni e le mortificazioni di chi ne fa parte – prosegue il sindaco – percepire insomma come nostri, e non di altri, i fallimenti sintetizzati in quel video: dagli sberleffi tracotanti, e intollerabili, dello studente alla reazione gravissima, e inaccettabile, del professore. Ecco perché non possiamo permetterci di stare dalla parte di nessuno: anzi occorre stare, tutti, dalla parte della scuola. La generazione dei genitori di oggi, seduta su quei banchi, non può non sentirsi fattore integrante e responsabile nella filiera delle soluzioni». Piazza Curtatone col passare dei minuti diventa luogo d’incontro e discussione. Ci sono genitori, insegnanti, istituzioni. Come siamo arrivati a quel pugno? È la grande domanda che si fanno tutti. Serve la risposta e sopratutto un piano d’azione condiviso con i ragazzi per non ritrovarsi più a commentare scene simili.

La “Carta”

Pontedera dunque si carica – sulle ali della ribalta assoluta dettata da un episodio che ha fatto esplodere l’opinione pubblica – della responsabilità di rappresentare un punto di svolta per insegnanti e studenti di tutto il Paese. Perché le giornate di lezione, ormai, un po’ ovunque in Italia, sono diventate bollettini drammatici di scontri, offese, cazzotti, e atti di bullismo sempre più frequenti. L’assessore comunale all’istruzione, Francesco Mori, anche lui docente, rilancia l’idea «di una conferenza programmatica da cui elaborare una Carta di Pontedera da portare al livello della discussione politica nazionale. Sfide metodologiche, riflessioni sulle competenze, ripensamento del tempo del fare ed essere scuola», spiega. E intanto il prof protagonista del filmato – dopo aver spiegato al Tirreno di «sentirsi sereno» perché «non ho colpito il ragazzino» – si è chiuso nel silenzio. A scuola risulta in ferie, in attesa di provvedimenti disciplinari. Ogni contatto col mondo esterno è interrotto. Stessa cosa per quanto riguarda la famiglia dello studente picchiato. La madre ha parlato col Tirreno e poi ha scelto di uscire di scena. Almeno per il momento. I vertici della scuola al centro del caso seguono a ruota. Anche loro non parlano. Comprensibile, anche se i primi passi verso la costruzione di un nuovo modello di vita scolastica non possono essere rappresentati da un silenzio che ora è quasi assordante.

L’assessora regionale

Sulla vicenda interviene anche l’assessora regionale all’istruzione, Alessandra Nardini. «Non ci si può fermare alla condanna dell’atteggiamento irrispettoso del ragazzo e della reazione, ingiustificabile, del docente. Questo episodio è un campanello d’allarme che evidenzia il bisogno di una riflessione più ampia sulla scuola. Durante la pandemia si è detto di aver compreso che la scuola è la priorità, ora occorre passare dalle parole ai fatti, a partire dagli investimenti. La scuola non può essere lasciata sola ad affrontare problematiche complesse e disuguaglianze crescenti, su questo sono d'accordo con il sindaco».
 

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