Gioco
Alvini incorona Fucecchio: «I miei modelli? Bianconi e Marchi»
L'allenatore della Cremonese elogia i suoi allenatori in bianconero
FUCECCHIO. Che fosse un personaggio sui generis, non scontato e dall’innata capacità di stupire, già si sapeva. Ora che Massimiliano Alvini, fucecchiese della Ferruzza che dopo una lunghissima gavetta è riuscito ad arrivare sulla panchina della Cremonese in Serie A, non ha perso il suo brio originario.
Tanto che, a una domanda in tv nella quale gli veniva chiesto a quali allenatori si ispirasse, ha risposto: Mauro Marchi e Brunero Bianconi. Tutti o quasi si aspettavano nomi del tipo Mourinho, Guardiola, Conte, Sacchi e magari Sarri, sul cui modo di giocare Alvini ha discusso la tesi al corso allenatori di Coverciano. E invece no, “l’altro Max” della Serie A ha calato due perle da appassionati di calcio locale, due mister che lo hanno allenato quando da ragazzo giocava con la maglia bianconera del Fucecchio.
Marchi e Bianconi – 74 e 71 anni – sono due decani delle panchine toscane: Marchi – dopo una lunga squalifica – è tornato a urlare da bordo campo, mentre Bianconi ha mollato. Due personaggi diversi ma complementari, accomunati da tantissimi aneddoti dentro e fuori dal campo e da pochi giorni anche dalla notorietà regalata loro da quel terzino poi diventato apprezzato allenatore a suon di vittorie e promozioni.
Le storie di Alvini, Bianconi e Marchi si intrecciano a metà degli anni Ottanta, quando Bianconi dalla juniores lo porta con cadenza regolare in prima squadra; passati un paio d’anni, Alvini è ufficialmente in età da prima e in panchina ci trova Maurino “der” Marchi, come lo chiamano a Fucecchio. «Ci sentiamo spessissimo – esordisce Bianconi – e fa piacere ricevere attestati del genere. Già da quando giocava mostrava interesse e ci metteva tantissima passione, quella che gli ha permesso di farsi largo con tenacia e rispetto. Massimiliano ha investito su se stesso. Quando ci parliamo, discutiamo di concetti e di dinamiche di spogliatoio. No, non di tattica – sorride – non mi permetterei mai. Inoltre Massimiliano ha il pregio di farsi amare dai giocatori e di modellarsi in base ai progetti che la società gli mette a disposizione. Non è uno che si lamenta, dà sempre il massimo con ciò che ha. Si è meritato tutto ciò che ha ottenuto: ora è in Serie A, dove se non sta attento va “in bocca ai pescecani”».
Mauro Marchi, da par suo, aggiunge un episodio gustoso ed esplicativo della personalità del mister della Cremonese: «Nel 1989 Massimilano voleva giocare nel Fucecchio, ma io gli dissi che non l’avrei tenuto come terzino. Ci rimase malissimo, ci pianse pure ma poi andò a Orentano da dove ripartì. Sono ricordi di cui parliamo tutt’ora e se ha citato me e Brunero è perché probabilmente l’abbiamo toccato in qualche modo coi nostri concetti, ha stima di noi. Si vedeva già ai quei tempi che aveva una passione diversa è un’attenzione mostruosa; ha sempre saputo imparare dai momenti negativi, come quello prima citato. E il suo amore per il calcio è un caso unico: Max sa anche se un giocatore avversario ha un’unghia incarnita. Inoltre chi viene dal nulla quando si realizza ha qualcosa in più dato dal fatto di aver dovuto lottare per emergere. Il 99,99% di chi parte da zero non arriva, ma la sua volontà e applicazione hanno fatto la differenza».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
