Attenzione
Giovanni, morto a 29 anni per un infarto non diagnosticato: ospedale di Pisa condannato
Gli dissero di prendere un antidolorifico: morì a casa a 29 anni. La Corte d’Appello ha annullato l’assoluzione in Tribunale a Pisa
CASCINA. Non bastano dodici anni per stabilire se un padre di famiglia sia morto per una carenza di cure in ospedale o per un destino inesorabile. I duelli giudiziari sono ancora aperti, ma c’è un primo punto fermo sulla scomparsa improvvisa di Giovanni D’Angelo. Aveva 29 anni e morì nel gennaio 2010 nella sua casa a Cascina per infarto dopo essere stato dimesso dal pronto soccorso del Santa Chiara con la prescrizione di un antidolorifico. Da anni gli è stato dedicato un memorial di calcio giovanile.
Colpa medica
Assolto nel giugno 2018 dall’accusa di omicidio colposo il medico dell’Aoup che lo aveva visitato per ultimo, dopo l’impugnazione di Procura e familiari, la Corte d’Appello ha riconosciuto la colpa medica con il nesso di causalità tra mancata diagnosi e decesso. È ha fissato una provvisionale a favore degli eredi dell’artigiano cascinese. Sono circa 72mila che l’Aoup ora deve versare ai familiari tra provvisionale (anticipo del risarcimento in discussione in sede civile) e spese legali dei due gradi di giudizio. Il medico ha fatto ricorso in Cassazione contro la condanna.
La prima assoluzione
Il medico, da tempo in servizio in un altro ospedale, era stato assolto con il giudice che aveva accolto la tesi della difesa, secondo la quale ben prima di lui altre figure professionali avevano trattato il paziente senza riscontrare quell’infarto in atto poi rivelatosi fatale dopo le dimissioni. Addirittura D’Angelo era stato classificato al triage con un codice verde.
Il dramma
Il 29enne, diventato padre da appena 4 mesi, si era sentito male in un cantiere di via San Martino a Cascina aperto dalla ditta del padre la “Brando e D’Angelo”. Prima era andato alla Misericordia di Navacchio dove un’operatrice, secondo quanto riportato nei verbali letti in aula, gli aveva detto: «O chiama lei il 118 o lo chiamiamo noi». In ambulanza era poi andato al pronto soccorso del Santa Chiara. Qui non era emerso niente di particolare a livello cardiaco. Al triage venne classificato con un codice verde e così arrivò al medico prima assolto e poi condannato.
Se per accusa e parte civile, sarebbero bastati esami più approfonditi per capire che era in corso un infarto, per la difesa la filiera dei controlli precedenti la diagnosi assegnata all’imputato non avrebbe rilevato anomalie da giustificare gli ulteriori accertamenti.
D’Angelo tornò a casa e dopo qualche ora la moglie Annunziata lo trovò agonizzante. Morì di lì a poco.
La sentenza d’appello
Nella sentenza la Corte di Appello, con riferimento alla colpa medica, ha fatto riferimento alla consulenza tecnica depositata dai periti e ha rilevato che gli specialisti al fine di «meglio delineare l’effettiva gravità della colpa (comunque ritenuta) nel comportamento professionale dell’imputato, hanno però ritenuto opportuno precisare che il paziente presentava anche caratteristiche che potevano far ritenere un infarto improbabile, quale la giovane età, l’assenza di un sopraslivellamento del tratto St, la modifica del dolore col movimento respiratorio e con la digitopressione, e hanno altresì sottolineato che il protocollo aziendale sulla gestione del dolore toracico in uso presso quell’ospedale prevedeva effettivamente di eseguire un solo elettrocardiogramma e indicava il fattore età (minore dei 40 anni) come un parametro rassicurante, così come l’atipicità del dolore».
Colpa, ma non grave
La Corte d’Appello, nella complessità del caso, è arrivata alla conclusione che «i periti hanno comunque ravvisato un comportamento colposo, (perché in concreto negligente o imperito nonché in violazione delle linee guida) a carico dell’imputato, pur non caratterizzato da estrema gravità, che l’aveva condotto a formulare una diagnosi errata di dolore toracico su base muscolo-scheletrica». In realtà era un infarto che uccise un 29enne appena diventato papà.
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