Il Tirreno

Pontedera

Maccheroni, il guascone sindaco tra la gente

Paolo Falconi
Giacomo Maccheroni in consiglio comunale
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Giacomo Maccheroni in consiglio comunale

Ripercorsi gli anni delle lotte sindacali, dell’alluvione e dei granata promossi in C

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Maccheroni il socialista, il politico, il deputato, il craxiano di ferro. Maccheroni il presidente della Toscana, l’assessore alla Sanità regionale. Maccheroni amministratore e sindaco. Maccheroni, chi non lo conosce a Pontedera e in provincia. Giacomo Maccheroni è Maccheroni. «Se passeggiate su corso Matteotti e domandate a qualche anziano vi risponderà in tanti modi: il sindaco dell’alluvione, un guascone, un peccatore, “l’onorevole”, un socialista della prima ora e perfino un “rompiscatole”». Di sicuro non si è mai stancato di rivendicare il suo operato e le sue visioni, cercando di interpretare i tempi che cambiavano e le classi politiche che si alternavano. La sua voce, un timbro alto che riempie la stanza in cui si trova, non è mai mancata e dopo aver pubblicato un’autobiografia politica oggi racconta il suo percorso da sindaco.

Ed ecco un libro dell’essere sindaco di Giacomo Maccheroni (1965-1975), ma ancor prima (ad appena 23 anni) presidente dell’ospedale Lotti di Pontedera; a 18 anni fu segretario provinciale dei giovani socialisti e cominciò a circolare nelle sezioni, e poi mi «sono interessato degli enti locali della federazione che voleva dire prendere contatto con i nostri amministratori in provincia». Quindi, venne chiamato alla massima carica cittadina che seguì il quinquennio del sindaco Alberto Carpi che guidava la giunta formata da Luciano Boschi, Manlio Citi, Adelio Ventavoli, Enzo Paroli, Francesco Bagatti, Milvano Rebecai. Da quel 5 gennaio 1965 inizia l’attività di sindaco di Giacomo Maccheroni che ora, ha dettato a Michele Quirici proponendo riflessioni su tanto e su tanti. «È stato faticoso – ammette Maccheroni – rimettere insieme tutto e tirarci fuori queste pagine. Per questo mi rivolgo ai sindaci di oggi per dire lo di non fare come me. Tenete un quaderno a portata di mano e ogni tanto scriveteci quello che succede. Alla fine, sarà un contributo nel segno del motto “Sbagliare meno”».

Il 13 gennaio 1965, la prima Giunta con gli assessori Dino Carlesi, Milvano Rebecai, Mario Marianelli, Renzo Remorini, Adelio Ventavoli e Rigoletto Biasci. «Per governare bene una città serve per prima cosa la solidarietà della Giunta e una macchina comunale efficiente», dice Maccheroni. La prima decisione della giunta mostrò subito la volontà di rinnovamento e l’impegno per uno dei punti al centro dell’amministrazione: gli edifici scolastici. Si stanziarono fondi per diverse scuole: 80 milioni per quella dell’Oltrera, 230 milioni per il villaggio scolastico, 23 milioni per la scuola di Pietroconti e 15 milioni per l’ampliamento di quella della campagna levante. Ai quali seguiranno 180 milioni per una scuola media nel capoluogo, 40 milioni per una scuola materna nella zona Catarsi e 40 milioni al villaggio Gramsci.

Ma a pochi giorni dall’insediamento scoppia «la prima delle tante crisi della “nostra” più grande azienda che dovemmo fronteggiare. C’erano 140 lettere di licenziamento pronte per essere spedite ai lavoratori più combattivi. Già alla fine di quell’anno la Piaggio bussò nuovamente alle porte “dell’occupazione”. Noi cercammo, con i nostri mezzi, di fronteggiare tutte queste problematiche sapendo benissimo che un calo occupazionale del gigantesco complesso industriale avrebbe avuto pesanti ripercussioni su tutto il territorio».

Ma un’altra bella gatta da pelare, Maccheroni sindaco, se la trovò a novembre ’66. La mattina del 4 novembre con «l’autorità della città e un generale che doveva tenere il discorso ufficiale con me in piazza Cavour eravamo in chiesa per la Messa celebrativa, quando un vigile urbano mi venne ad avvertire che l’acqua dell’Era all’altezza della Maternità e alla confluenza dell’Arno, all’altezza dell’ex ristorante Baldini, sfiorava la tracimazione». Iniziò il calvario. «Rimanemmo bloccati in Comune. Salì il proprietario del bar “La Posta” con un figlio che aveva la febbre e perciò lo sdraiammo sul divano del mio studio. C’era l’assessore Marianelli con il geometra Sonetti e altre persone. Al piano superiore abitava la famiglia del segretario con una figlia che aveva un bambino piccolino. Quando capirono che eravamo tutti bloccati in comune lei incominciò ad allarmarsi: “Manca il latte, manca il latte!” L’acqua nell’atrio era alta 187 cm».

Dopo tre giorni «mi telefonò il ministro della Sanità Luigi Mariotti, era socialista e mi conosceva, per dirmi che sarebbe venuto a visitare la città, quello stesso pomeriggio alle tre e mezzo». Per organizzare le richieste da presentare al governo fu costituito un comitato e fu chiesto ai commercianti di fare l’elenco dei danni. «Sapevo quando il Senato avrebbe discusso la questione, così col comitato dei commerciati, mi ricordo c’erano Dublino Guidi e Mario Marianelli, andammo a Roma. Arrivammo in Senato proprio mentre stavano discutendo il provvedimento. Conoscevo, come socialista, il senatore Rossi Doria, lo feci uscire dall’aula. Lessi le carte. “Per avere 500mila lire c’è da fare 18mila fogli! Tagliamo tutto!” Mi venne un’idea: “Facciamo la certificazione al prefetto dicendo dove abitavamo, che macchina avevamo, i danni, e con questo dateci 500mila lire”. Fu provvidenziale perché la modifica ci fu e in pochi mesi riuscimmo ad avere 500mila lire, sufficienti almeno per ricomprare le auto».

Un’altra questione importante fu quella che riguardava la Piaggio. Chiusa, distrutta. «Un giorno mi vennero a chiamare per dirmi che era arrivato Umberto Agnelli. Mi misi gli stivali, andai allo stabilimento, dove lo incontrai. “Signor sindaco, qui c’è una tecnologia arretrata per ripulire”. Io scattai: “Dottor Agnelli, ci sono 6mila persone che ci lavorano, bisogna trovare una soluzione! Se lei autorizza gli operai e gli impiegati a ritornare in fabbrica, io parlo con i sindacati. Sono dell’avviso che entro un mese ripuliremo tutto”. Accettò».

Non mancano i momenti gioiosi, come la vittoria del campionato di serie D nel ’67. «Andammo a Lucca, dove presi anche una mezza ombrellata in tribuna. Ci gridavano “Alluvionati!”». E Sandro Mazzinghi mondiale nella boxe. Nel libro si parla anche del mercato settimanale, del corso Matteotti pedonalizzato, delle farmacie, dei rifiuti, del commercio, della banda. E di altre cose che oggi “sembrano” essere da sempre ma che sono state decise da “qualcuno”.

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